domenica , 21 aprile 2019
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I Jethro Tull al Politeama Rossetti di Trieste: Un tuffo nei “sixties” con il “50th Anniversary Tour”

I Jethro Tull al Politeama Rossetti di Trieste: Un tuffo nei “sixties” con il “50th Anniversary Tour”

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La psichedelia di Ian Anderson ha invaso il Teatro Politeama Rossetti di Trieste con il concerto celebrativo per i 50 anni dei Jethro Tull, la band progressive rock inglese nota in tutto il mondo per il carisma del leader e per il suono inconfondibile del suo flauto traverso presente in buona parte dei brani dei Jethro Tull.

(foto Dario Furlan)

Numerose nel corso degli anni le “incursioni” di Ian Anderson (con o senza i Jethro Tull) in Italia e ogni volta i suoi spettacoli sono stati presi d’assalto dai fan tant’è che anche in questa occasione l’evento, organizzato da BPM Concerti quale ultimo di quattro date in Italia, ha registrato il sold out riempiendo in ogni ordine di posti la splendida struttura del Politeama Rossetti .

Fan inglesi si scattano un selfie a ricordo dell’evento con il manifesto del concerto alle spalle (foto Dario Furlan)

Le prime note del concerto, aperto da  My Sunday Feeling (dal primo album This Was), hanno immediatamente trasportato gli spettatori nei “sixties”, gli anni in cui i Jethro Tull hanno preso vita, con un caleidoscopio di colori cangianti e ruotanti in continuazione sul palco accompagnati dalle sonorità tipiche delle strumentazioni di quel periodo e da filmati attinenti alla discografia del gruppo proiettati sul mega schermo alle spalle del palco: un viaggio nel tempo proseguito per tutta la durata dello spettacolo.

Il palco (foto Dario Furlan)

Per questa lunghissima tournée celebrativa dell’uscita di This Was Ian Anderson ha voluto con sé sul palco Florian Opahle (chitarra), John O’Hara (tastiere), David Goodier  (basso) e Scott Hammond (batteria), degli autentici fuoriclasse che, complice anche la perfetta acustica del teatro, hanno contribuito a creare un sound compatto, energico e potente nelle parti più elettriche del concerto e melodioso e caldo in quelle acustiche.

L’autentico dominatore della scena è stato però – e non poteva essere altrimenti – il “folletto” Ian Anderson, quel suo modo unico di suonare e cantare nel flauto traverso soffiandoci dentro ma anche accennando mormorii, tremolii e brontolii incantano il pubblico ad ogni sua esibizione, il suo look è cambiato totalmente negli anni ma l’istrione inglese continua a calcare i palcoscenici come un tempo: la posizione in piedi su una gamba sola con la sinistra alzata e piegata sull’altra mentre suona il flauto e le continue scorribande sul palco con movimenti teatrali molto flessuosi e sempre perfettamente sincronizzati con la melodia non sono cambiati e la voglia di “gigioneggiare” e interagire con la platea rende questo artista molto amato dai suoi fan che anche a Trieste gli hanno tributato ovazioni e continui applausi.

Il concerto, come detto, è stato una autentica celebrazione dei cinquant’anni della band, Ian Anderson nel corso dello spettacolo ha presentato accuratamente i brani con aneddoti ad essi legati e con continui collegamenti virtuali (proiettati sul mega schermo) con i musicisti e collaboratori che hanno fatto parte della band negli anni, hanno così portato la loro testimonianza ed i saluti artisti come Jeffrey Hammond, John Evan, Tommy Iommi (Black Sabbath), Claude Nobs, Joe  Bonamassa,  Joe Elliot (Def Leppard) ed altri ancora, a dimostrazione dell’importanza di questo gruppo nella storia del progressive rock.

Non poteva mancare nella scaletta della serata uno dei simboli dei Jethro Tull: Bourée, il brano forse più rappresentativo della band  – derivato dal riarrangiamento di Anderson di  una Suite di Bach – eseguito nella parte iniziale in maniera molto ricercata ed elaborata e invece più attinente all’originale nella ripresa finale del tema, applauditissimo dal pubblico che probabimnete ascoltava Bourée quando i capelli in testa erano ancora lunghi e un po’ più folti. Ma il vero coup de théâtre è stato Thick as a Brick, un boato ha infatti accolto l’inizio del brano e un brivido è probabilmente corso lungo la schiena a più di qualcuno quando la band ha proposto questa pietra miliare dei Jethro Tull (ma anche della storia del rock), connotata dai continui cambi di ritmo e passaggi fra elettrico ed acustico, trascinata dalla portentissima batteria di Scott Hammond: un tripudio di suoni che ha estasiato gli spettatori.

Se indubbie sono le qualità agli strumenti del “folletto” Ian, che è passato con disinvoltira dal flauto all’armonicaa bocca e spesso anche alla chitarra,  il suo modo di cantare un po’ “affettato” (cantare spezzato: il fiato si spezza e perde la continuità) con la voce che in alcuni brani è sembrata poco intonata e a volte un po’ troppo tirata sui toni alti ha suscitato qualche perplessità, ma anche questo è un elemento caratterizzante della musica dei Jethro Tull e rientra pienamente in quella che è la loro filosofia compositiva.

Nell’arco della serata sono stati presentati vari pezzi di diverse epoche della loro lunghissima carriera, quello dal titolo più emblematico è stato sicuramente Too Old to Rock ‘n’ Roll, Too Young to Die: “Troppo vecchio per il Rock’n’Roll, troppo giovane per morire”. ….  quasi un augurio per continuare a fare comunque del buon rock per molti anni ancora.

Fra un brano e l’altro si è infine arrivati ad un altro pezzo storico della band: Aqualung, che ha sancito il termine dello spettacolo prima dell’immancabile bis finale, con la trascinante Locomotive Breath i Jethro Tull hanno salutato il pubblico che li ha ricambiati con una lunghissima standing ovation e applausi a non finire.

Insomma, il flauto “magico” di Ian Anderson, quasi fiabesco in alcuni passaggi melodici che richiamavano antiche note medioevali ma anche perfettamente integrato nel potente rock sound dei Jethro Tull, ha entusiasmato il pubblico triestino che non ha voluto mancare al richiamo del “pifferaio magico” lasciandosi condurre lungo le strade dei ricordi per una volta non stemperati dal tempo ma più vivi che mai grazie alla musica immortale dei Jethro Tull.

Ndr:  Siamo spiacenti di non poter offrire il servizio fotografico sull’evento ma l’artista ha posto il veto alle riprese foto e video…. pazienza, chi c’era ricorderà sicuramente e serberà a lungo nel proprio cuore le immagini della serata.

Di seguito la scaletta del concerto:

  • My Sunday Feeling
  • Love Story
  • A Song for Jeffrey
  • Some Day the Sun Won’t Shine for You
  • Dharma for One
  • A New Day Yesterday
  • Bourrée in E minor
  • My God
  • Thick as a Brick
  • A Passion Play
  • Too Old to Rock ‘n’ Roll, Too Young to Die
  • Songs From the Wood
  • Ring Out, Solstice Bells
  • Pastime With Good Company
  • Heavy Horses
  • Farm on the Freeway
  • Aqualung

Bis

  • Locomotive Breath

 

Servizio Dario Furlan, ha collaborato Nadia F.

About Dario Furlan

Dario Furlan
Fotografo free lance e giornalista pubblicista. Segue da anni il panorama musicale internazionale - ma anche locale - con particolare predilezione per quanto riguarda il rock (in tutte le sue derivazioni), il folk ed il blues nonché la musica in lingua friulana. Cultore di "motori e rally", dei quali vanta una conoscenza ultradecennale, è anche atleta nella disciplina ciclistica della mountain bike.

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