Esa-Pekka Salonen e la Philharmonia Orchestra al Giovanni da Udine

Dal nostro inviato a Udine
Recensione – La Philharmonia Orchestra è quello straordinario strumento che Walter Legge creò, pescando tra i migliori maestri d’Europa, per essere compagine di massimo livello cui affidare le registrazioni Emi, e mise poi nelle mani di tale Herbert von Karajan. In oltre sessant’anni di storia si sono avvicendate alla guida dell’orchestra bacchette tra le più prestigiose del secolo scorso, da Klemperer a Sinopoli, passando per Maazel, Muti e von Dohnányi, fino all’attuale direttore principale Esa-Pekka Salonen.

Se scegliessimo di indicare i maggiori direttori d’orchestra contemporanei sulla dita d’una mano, Salonen vi troverebbe senz’altro posto, occupando con ogni probabilità una postazione tra le più alte del podio. Compositore, fine intellettuale e pensatore della musica, il maestro finlandese ha imposto il proprio nome sulle scene internazionali negli ultimi decenni, forte di una tecnica direttoriale impeccabile al servizio di un’idea moderna e rivoluzionaria dell’arte.
Domenica 18 marzo al Teatro Nuovo Giovanni da Udine Esa-Pekka Salonen guidava la Philharmonia Orchestra nel proprio repertorio d’elezione, sostanzialmente novecentesco, in un concerto che il pubblico presente custodirà gelosamente nella memoria.

Apriva il concerto Ravel con un Ma mère l’Oye di suggestiva morbidezza, giocato su un’infinita varietà di colori freddi da un’orchestra capace dei pianissimi più diafani come della più avvolgente brillantezza. Impressionava la Quarta Sinfonia di Lutoslawsky, prova di bravura tutta spigoli, calibrata al millimetro dal direttore seguito dalla Philharmonia, scattante e precisissima. Gli schizzi sinfonici di Le Mer, del marinaio Debussy, restituiscono i sapori del mare, ne richiamano il colore. Il nitore cristallino della Philharmonia, la mobilità agogica, esaltavano la vena impressionistica della musica, quel richiamo al mondo naturale vissuto attraverso il ricordo, cardine dell’universo espressivo del compositore francese.
A chiudere il programma La Valse di Ravel, forse il momento più impressionante dell’intero concerto, per l’elasticità, per la sottile e costante variabilità nella gestione del ritmo, per la tensione narrativa ed ovviamente la stupefacente precisione musicale. Una viennesità elegante, leggera senza essere frivola, vibrante. A termine concerto due bis da incorniciare: ancora Novecento con Berio (nella sua trascrizione delle Quattro versioni originali della Ritirata Notturna di Madrid di Boccherini) e Wagner, con un elettrizzante preludio terzo da Lohengrin, teso ed esplosivo, lontano anni luce dall’ipertrofia nibelungica di certa retorica mitteleuropea.

Paolo Locatelli
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