venerdì , 15 Novembre 2019
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L’ultimo capodanno dell’umanità

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Arrivati a questo periodo dell’anno le conversazioni, che siano tra più o meno conoscenti o tra più o meno estranei, si riducono sempre alla solita, banale e noiosa domanda, ripetuta infinite volte fin dall’alba dei tempi. Interessi, progetti, opinioni e quant’altro vengono schiacciati dal peso della fatidica questione, declinata nelle più varie forme, ma pur sempre la stessa.

Eviterò, in questa sede, di riportarla, convinta che le orecchie dei più ne siano ormai assuefatte.

La cosa interessante, invece, sono le risposte, che potrebbero sembrare variegate ma, alla fin dei conti, si possono ridurre anch’esse ad una minuta lista di tipologie, inerenti a programmi che, di anno in anno, variano di poco.

La più gettonata è, senza ombra di dubbio: “ Vado a (completare a piacere)!”, esclamata strizzando l’occhio al povero interlocutore, tentando, magari, di far sorgere in lui un qualsivoglia moto d’invidia. L’italiano medio, infatti, adora viaggiare in quello che è, di certo, il periodo più stressante e costoso dell’anno, in cui le città vengono de – popolate (concedetemi il neologismo) dai poveri cittadini e ri – popolate da orde di turisti il cui unico obiettivo, in genere, è festeggiare e risvegliarsi all’alba (o meglio, al tramonto) del nuovo anno ignari di tutto quanto sia accaduto nelle ultime ventiquattr’ore.

Non tutti, però, possono vantare questo asso nella manica, e c’è chi, a malincuore, deve barcamenarsi tra le proposte della propria città o regione, tentando di cavarne fuori qualcosa di interessante o, perlomeno, vicino alle proprie aspettative, proposte che, diciamoci la verità, raramente spiccano per brillantezza e innovazione. La formula tipica del capodanno italiano è sempre la stessa: piazza +  cover band parecchio negata ma, non si sa per quale motivo, molto seguita + fuochi d’artificio + dulcis in fundo, qualche deejay dal nome ridicolo a movimentare gli animi fino a mattinata.

Anche in questo caso la destinazione non importa, le offerte si somigliano tutte e  le piazze diventano dei non luoghi sovrappopolati da persone poco felici di essere lì, ma che di certo pensano “meglio che stare a casa”.

Carta di riserva, usata spesso in abbinata a quanto sopra, è il cenone a casa con amici, il cui obiettivo è stordirsi di cibo e vino, arrivando al giorno dopo con un vago senso di nausea e la consapevolezza che, finalmente, il capodanno è passato e per trecentosessantacinque giorni, ma anche un po’ meno, non si dovrà più sperare che nessuno ponga l’annosa questione.

Elisabetta Paviotti

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