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Arcigay Friuli ricorda l’omocausto in occasione della Giornata della Memoria 2020

Arcigay Friuli ricorda l’omocausto in occasione della Giornata della Memoria 2020

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Come ogni anno, in occasione della Giornata della Memoria, Arcigay Friuli organizza un momento di riflessione, coerente con il suo impegno di contrasto al silenzio sulla sistematica persecuzione e lo sterminio di migliaia di persone LGBTI, definito “Omocausto”. Quest’anno Arcigay Friuli, con la collaborazione di ANPI, ANED, ARCI, i circoli MissKappa, Cas’Aupa e CCFT e l’Associazione universitaria IRIS, ha deciso di portare in scena lo spettacolo “CONFINO, frammenti per una tragedia mancata”, un progetto di Alessandro Tampieri che racconta la vicenda di un confinato accusato di pederastia nell’Italia fascista.

Lo spettacolo sarà in scena il prossimo mercoledì 29 gennaio alle 21.00 al Teatro San Giorgio di Udine. I biglietti sono acquistabili presso la cassa del teatro all’ingresso allo spettacolo a un costo di 5 euro.

Lo spettacolo offre una riflessione politica, sociale e umana su un capitolo cruciale non solo del movimento LGBTI italiano ma della storia di tutto il nostro paese. Elaborato in forma di monologo, il testo presenta una struttura drammaturgica in 18 scene, che come frammenti cercano di ricomporre i pezzi della vita di Angelo P. Personaggio dichiaratamente inventato per parlare di fatti reali, spesso ancora chiusi negli archivi di Stato.

Le dichiarazioni

Nacho Quintana Vergara, presidente di Arcigay Friuli, commentaVogliamo portare luce su questo episodio poco conosciuto e divulgato della storia di questo paese, nel tentativo di creare consapevolezza e memoria. Ma non solo, il ricavato della serata, coperte le spesse, sarà donato al progetto “A scuola per conoscerci” progetto che dal 2009 ci impegna nelle scuole della regione FVG nel contrasto al bullismo omo-bi-transfobico”.

Alessandro Tampieri, regista dello spettacolo:”Ci sono testi che nascono per caso. Il motivo lo si capisce dopo averli scritti. Questo è uno di quelli. Nato dall’incontro fortuito con un libro, prima. Poi un viaggio in Basilicata, terra di confine e di confinati. E poi ancora una mostra che ha dato un volto a queste storie. Sempre di più mi sono lasciato coinvolgere dalle loro vite ai margini. Dalle loro zone d’ombra. Da tuto quello che nei manuali di storia non è mai stato scritto o detto. Non per trasformare in eroe chi non lo chiede neppure. Ma perché il teatro può aiutare a ridare la dignità della memoria a chi continua ad essere confinato nel silenzio“.

Accenni storici

Contrariamente a quanto avvenne in Germania, in Italia, piuttosto che punire apertamente l’abominevole vizio, il regime fascista preferì ignorarlo. In un’ideologia come quella fascista, in cui il culto della virilità era continuamente predicato dalla propaganda, l’omosessualità non poteva che essere repressa, condannata ed emarginata quando diventava visibile. La censura, poi, contribuì a far cadere nel silenzio una questione  considerata “imbarazzante”. Sulla base di questa politica del silenzio, il codice penale italiano non previde mai la penalizzazione dell’omosessualità, demandandone la repressione alla sfera morale e religiosa. Così, quando nel 1927 venne proposto di inserire nel nuovo Codice penale un articolo che puniva l’omosessualità, l’istanza venne respinta. La motivazione fu che in Italia “ per fortuna e ed orgoglio” l’omosessualità non era tanto diffusa da giustificare un intervento del legislatore. Qualora fosse stato necessario intervenire, si affermò, le forze dell’ordine possedevano già gli strumenti necessari. Tali strumenti erano tre tipi di provvedimenti: la diffida (una sorta di avvertimento pubblico a abbandonare un comportamento “criminoso”, pena l’incorrere in provvedimenti più severi), l’ammonizione (una specie di arresti domiciliari della durata di due anni) e soprattutto il confino, cioè la residenza coatta in un luogo lontano da quello in cui la persona viveva, con limitazioni della libertà personale.

Poteva bastare una diceria per far scattare una denuncia al Questore. Senza che l’indagato ne sapesse nulla, partiva un’indagine che quasi sempre portava all’incriminazione davanti alla Commissione Provinciale. Solo al termine delle indagini la persona interessata ne veniva informata: con l’arresto in caso di confino, con la comunicazione in caso di diffida o ammonizione. Di questo procedimento furono vittime moltissime persone LGBTI, principalmente uomini omo-bisessuali e donne trans, considerate nella stessa categoria sociale, essendo l’omo-bisessualità femminile e la transessualità maschile concetti non calcolabili.

Le accuse

Accusati di “comportamento contrario alle disposizioni del regime sull’educazione dei giovani”, “attentato alla morale e all’integrità della razza” e di “delitti contro la razza”, decine di persone considerate omosessuali furono spedite al confino in isole sperdute, come Ustica e le Tremiti; altri furono condannati al lavoro forzato nelle miniere di Carbonia, centro minerario fondato dal regime in Sardegna. L’asprezza delle condizioni di vita dei confinati, associate al peso del disagio che veniva di fatto a gravare anche sulle famiglie d’origine sia per motivi economici che morali, spesso creava disturbi psichici da portare il confinato al ricovero in manicomio.

La condanna al confino significava l’allontanamento da parenti, amici, compagni, ma anche la condanna pubblica e l’ostracismo sociale. L’arresto portava con sé traumatiche conseguenze: molti parenti rifiutarono di avere contatti con i confinati per omosessualità; vittime di una mentalità in cui l’omosessualità era un peccato imperdonabile, gli omosessuali stessi soffrirono per il “disonore” gettato sulle proprie famiglie.

Una testimonianza

Scrisse Orazio B., un confinato omosessuale, al Ministro della Giustizia: “È da otto mesi che sospiro la libertà tutti i giorni, in tutte le ore, in tutti i momenti…Quattro lunghi mesi di prigione, pene e vergogne e, di più grave, una manata di fango sul viso di quattro sorelle e tre fratelli e dei miei onestissimi genitori. Perché tutto ciò? (…) Mio padre fece enormi sacrifici per mantenermi in collegio (…) Ora immagini questo Onorevole Ministro il cordoglio del mio amato genitore. Quale disonore per lui!”

Il confino

La vita al confino era dura: gli omosessuali vennero isolati dagli altri confinati. La legge, inoltre, imponeva di trovare un lavoro stabile, impresa difficile in isole piccole e povere. I pochi soldi che lo stato passava ai confinati, inoltre, non erano sufficienti per vivere. Molti chiesero il trasferimento in Comuni della terraferma, dove la vita sarebbe stata meno dura. Quasi nessuno lo ottenne. Si calcola che le condanne al confino politico, tra il 1936 e il 1939 siano state circa 90, 40 delle quali comminate dal solo questore di Catania, Molina, autore di una delle poche grandi campagne repressive compiute in Italia in quel periodo. Come ha rilevato lo storico Giovanni Dall’Orto, la caratteristica principale della politica fascista fu caratterizzata dall’inasprimento della tradizionale repressione morale ma non penale: dopo aver rifiutato la penalizzazione dell’omosessualità in quanto “vizio” estraneo al carattere italico, perseguirlo ufficialmente significava ammetterne l’esistenza e dargli una rilevanza prima negata. Pertanto, più che le condanne penali, si continuarono a perseguitare gli omosessuali in base al Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931. In base ad esso, la polizia poteva perseguire e punire, dopo un processo sommario, senza necessità di prove, tutti coloro il cui atteggiamento fosse considerato scandaloso. Molti omosessuali furono perciò vittime di pestaggi, di “purghe” all’olio di ricino, licenziati da enti pubblici, ammoniti. Con l’entrata in guerra dell’Italia, tutti i confinati vennero mandati a casa, le pene commutate in due anni di ammonizione. Nessun riconoscimento spettò agli ex confinati omosessuali alla fine della guerra. Alcuni di loro chiesero la pensione come ex confinati. Nulla però risultava dai loro dossier, dove solo un numero in codice indicava la loro reale condizione di confinati. Nessuno riuscì ad ottenerla, così come nessuno riuscì ad ottenere la riabilitazione da parte dello Stato.

Una tragedia mancata

Per l’appunto una tragedia mancata perché, a differenza di altri paesi, la si è sempre voluta negare, rendendo a tutt’oggi difficile restituire un quadro unitario. Le più recenti ricerche storiche, da cui lo spettacoloprende spunto, sono gli approfondimenti di Lorenzo Benadusi, gli articoli di Giovanni Dall’Orto, le interviste di Tommaso Giartosio e Gianfranco Goret, il minuzioso lavoro di catalogazione di Cristoforo Magistro.

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