domenica , 17 Novembre 2019
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Un Rosso di successo al Giovanni da Udine

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Coincidenze. Sabato scorso alla Tate Modern a Londra con mio figlio Luca. Difficile spiegare a un dodicenne le forme svariate di espressione che produce l’arte contemporanea. Ci concediamo una pausa e ci stendiamo sulla panca al centro della sala dedicata a Mark Rotkho, dove sono esposti i murales commissionati dai ricchi proprietari del ristorante Four Seasons a Manhattan: rettangoli e quadrati rossi, viola e marroni. Ci ritroviamo in mezzo a un’isola fatta di colori e forme. E per fortuna stavolta la geometria non è quella che si studia a scuola. La luce è soffusa. Si tratta della stessa luce che ho ritrovato ieri sera in un affollato Giovanni da Udine in Rosso, testo di John Logan che racconta, in modo accattivante, la storia di quelle tele e prova a spiegare il perchè Rotkho, interpretato da un vigoroso Ferdinando Bruni, quelle opere alla fine le abbia tenute per sè e non abbia ceduto alla tentazione di mercificare l’arte.

Mark è davvero pieno di sè, si specchia nelle sue convinzioni. Il testo di Logan è pieno, fin troppo ricco, di citazioni e di rimandi a pittori e letterati di altre epoche che servono a evidenziare come dietro all’artista si nasconda anche un esuberante uomo di cultura (da sfoggiare). Ne deriva, ad esempio, che se si produce per il Four Season è ovvio dipingere ascoltando le Quattro stagioni di Vivaldi. Non è un mistero che per Rotkho esistano colleghi simpatici e antipatici, da prendere a modello e da censurare. L’ammirazione è infinita per i colori di Matisse e per la luce che spunta dalle tele di Caravaggio. La luce che si accende forte all’improvviso serve a dimostrare invece che i lavori di Rotkho, visti “en plein air”, perdono tutta la loro forza: ma aiuta anche a dire cattiverie sugli artisti forse più amati dal grande pubblico, gli impressionisti. Mark, padre dell’espressionismo astratto, si compiace più volte di aver fatto fuori il cubismo di Picasso. L’arrivo di Alejandro Bruni Ocana, nei panni di Ken, l’allievo/assistente, metterà qualche sassolino nell’ingranaggio collaudato delle sicurezze di Rotkho.

In maniera diretta, maschia, il dialogo fra maestro e allievo, che spesso sembrano padre e figlio, si consuma fino a quando l’allievo convincerà il professore che a volte bisogna accontentarsi di una “cazzo di natura morta”, senza andare a cercare chissà cosa e chissà chi. Mi è tornato in mente mio figlio Luca che alla National Gallery si è divertito a fotografare tutte le nature morte che ha trovato nelle varie sale. Così Ken viene licenziato da Mark nel momento in cui diventa grande: invece di dire sempre sì è ribellato, cominciano a instillare dubbi nella testa del maestro. Quindi può iniziare a camminare da solo. La serata si chiude sulle Variazioni Goldberg, mentre l’ultima parola che viene pronunciata è proprio Rosso: come il sangue sgorgato dalle vene di Rotkho suicida nel 1970.

Claudio Trevisan

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