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Positivo e negativo: il pensiero critico di Popper

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Popper introdusse, in contrasto con il criterio di verificabilità dei neopositivisti, il criterio di falsificabilità: una teoria scientifica, per quanto confermata, resta sempre smentibile, allora bisogna tentare di falsificarla, perché prima si trova un errore e prima lo si potrà eliminare con l’invenzione e la prova di una teoria migliore di quella precedente.

Da un sistema scientifico non esigerò che sia capace di essere scelto, in senso positivo, una volta per tutte; ma esigerò che la sua forma logica sia tale che possa essere messo in evidenza, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico deve poter essere confutato dall’esperienza“. [Popper, 1934]

Lo scopo dell’epistemologo austriaco era quello di trovare un criterio di demarcazione tra asserzioni empiriche ed asserzioni che empiriche non sono, ritenendo comunque che un asserto se non è scientifico non è affatto detto che sia insensato, infatti la discussione su qualsiasi problema è l’unico fondamento e l’unica molla della ricerca.

Non si può negare che, accanto alle idee metafisiche che hanno ostacolato il cammino della scienza, ce ne sono state altre che ne hanno aiutato il progresso. E guardando alla questione dal punto di vista psicologico, sono propenso a ritenere che la scoperta scientifica è impossibile senza la fede in idee che hanno una natura puramente speculativa, e che talvolta sono addirittura piuttosto nebulose; fede, questa, che è completamente priva di garanzie dal punto di vista della scienza e che, pertanto, entro questi limiti è ‘metafisica’ “.

[de Stefano, 2006]

 

In base a questo criterio Popper mosse pesanti critiche a marxismo, psicanalisi, storicismo e darwinismo (sul quale in seguito si ricredette), non ritenendo queste teorie scientifiche essendo organizzate in modo tale da sfuggire al rischio della falsificazione. L’inconfutabilità di una teoria non è affatto per Popper una virtù bensì un vizio.

Per quanto riguarda poi lo storicismo intende tutte quelle teorie che hanno preteso di cogliere il senso globale, oggettivo della storia, ovvero una sorta di destino cui gli individui dovrebbero uniformarsi, accettando la direzione di marcia della società, in tal modo svelata o profetizzata (vedi ad esempio Hegel, Marx, ecc.). Né la natura né la storia possono dirci che cosa dobbiamo fare, essendo noi stessi ad introdurre finalità e significato nella natura e nella storia.

In polemica con Adorno (scuola di Francoforte) che sosteneva che il metodo non può rifiutare la contraddizione se l’oggetto (la società) è in sé stesso contraddittorio, Popper afferma che non esistono contraddizioni nella natura delle cose ma solo nel pensiero, e la conoscenza scientifica deve evitare le contraddizioni proprio per poter cogliere l’oggetto, proponendo delle congetture e controllandole presupponendo la validità del principio di contraddizione.

Tutto questo si riflette nel rifiuto di Popper del materialismo dialettico e del suo storicismo.
Popper concorda con i dialettici sul fatto che le contraddizioni sono molto importanti per lo sviluppo del pensiero umano. Quello che egli rifiuta è la posizione dei dialettici, per i quali, visto che le contraddizioni sono fertili, costituiscono una spinta al progresso, non c’è alcun bisogno di evitarle. Così facendo il rischio è quello di non comprendere le cause che possono in ogni momento portare al totalitarismo, abdicando la ragione e rinunciando alla libertà. Popper infatti definisce Marx ed Hegel falsi profeti, considerando quest’ultimo il padre assieme a Platone dei regimi fascisti del Novecento (analisi criticata da Herbert Marcuse).

 

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

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Pubblicista iscritto all'albo Fvg dall'aprile 2013 Diplomato al liceo classico “J. Stellini”, attualmente frequenta la Facoltà di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trieste. Agli studi universitari ha affiancato diverse attività lavorative nel Triveneto. Ideatore della Fedarmax, direttore della Calcetto Udine e promotore del giornale on-line Il Discorso, di cui è direttore editoriale.

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