lunedì , 18 giugno 2018
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Il possibile conflitto fra Corte costituzionale e volontà popolare

La Consulta ha bocciato i quesiti presentati dal comitato promotore del referendum sulla legge elettorale. Una decisione legittima, ma contraria ad un milione e 217 mila cittadini che, avendo firmato per l’abrogazione del Porcellum, ora si sentono defraudati del diritto di ricorrere al referendum abrogativo. Non dimentichiamo: il referendum è uno strumento partecipativo che, chiedendo ai cittadini di esprimere direttamente la propria volontà su una questione politica, è uno dei simboli più importanti ed evocativi della democrazia.

Oltre a giudicare sull’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativo, fra le competenze della Corte vi è anche quella di stabilire la legittimità costituzionale delle leggi dello stato. Basti pensare a quanto è accaduto circa un anno fa, quando la Corte costituzionale ha parzialmente bocciato il “legittimo impedimento” voluto dal governo Berlusconi e votato dalla maggioranza del Parlamento. La Consulta, dunque, esercita la facoltà di promuovere o respingere le leggi nate dalla volontà del Parlamento, l’organo in cui siedono i rappresentanti eletti dai cittadini, la sede istituzionale più vicina al principio di sovranità popolare.

Come è possibile constatare, la Corte costituzionale ha un potere politico sostanziale: un potere di veto che può incidere in maniera decisiva sulle sorti di proposte politiche avanzate da gruppi di cittadini o dal Parlamento. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire: le costituzioni sono nate con il fine di limitare il potere del sovrano, potere che altrimenti rischierebbe di essere esercitato senza alcun limite, in maniera assoluta. Non importa se ad essere sovrano è Enrico VIII o il popolo. Nella attuale situazione, in cui è il popolo ad essere sovrano (come recita la nostra carta fondamentale), non è eccessivo sostenere che la Corte costituzionale ha il compito di limitare il potere del popolo.

In effetti, la Costituzione e la corte preposta a vigilare sul suo rispetto sono molto importanti per un regime politico che intende tutelare le libertà e i diritti fondamentali. Prevengono il rischio di abusi di potere da parte del sovrano, sia esso un re, un’assemblea o il popolo intero. Ad esempio, la Costituzione impedisce che una democrazia degeneri in una dittatura della maggioranza, ovvero in un regime dove la maggioranza prende decisioni che offendono le libertà individuali e i diritti fondamentali della minoranza. Questi principi fondamentali, invece, in Italia sono protetti costituzionalmente, e il compito della Suprema Corte è di censurare ogni azione politica contraria ad essi.

Se intendiamo la democrazia riferendola a quella imprecisata entità che è il demos, il popolo, non dobbiamo stupirci della “ademocraticità” della Corte costituzionale. Sia quando il popolo, inascoltato dalla Corte, ha chiesto l’abrogazione del Porcellum, sia quando ha scelto alle elezioni la coalizione che ha promosso il legittimo impedimento. Ciò su cui dobbiamo focalizzare l’attenzione è se, in quali situazioni, fino a che punto i vantaggi derivanti dall’azione della Corte costituzionale superano gli svantaggi.

Gabriele Giacomini

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