Il pluripremiato “Romeo e Giulietta” di Binasco per la prima volta al Giovanni da Udine

 

Da giovedì 7 a sabato 9 marzo 2013 alle ore 20.45 e domenica 10 marzo alle ore 16.00, per la prima volta sul palcoscenico del Teatro Nuovo Giovanni da Udine,

andrà in scena un’opera celebre, il testo d’amore più noto e commovente della drammaturgia universale: Romeo e Giulietta. La produzione del Teatro Eliseo in collaborazione con Compagnia Gank e Gloriababbi Teatro, guidata dalla sapiente regia di Valerio Binasco, uno dei più apprezzati registi della nuova generazione, rinnova il capolavoro di William Shakespeare, valorizzando l’irruzione dell’inatteso, del ludico e del sorprendente, inserito in maniera perfetta dentro una forma di poesia sublime. Spettacolo osannato dal pubblico e pluripremiato dalla critica che gli ha conferito il premio Ubu 2011 per la miglior regia, si avvale di un cast di attori di primissimo livello, tra i quali ricordiamo Francesco Montanari (Romeo), attore reso celebre dal successo della serie televisiva Romanzo Criminale, Deniz Ozdogan (Giulietta), artista di Istanbul ma “friulana d’adozione”,Milvia Marigliano (Balia di Giulietta)e Filippo Dini (Padre Lorenzo), premio Le Maschere del Teatro 2011 come migliore attore non protagonista.  Il regista Binasco commenta così il successo del “suo” Romeo e Giulietta: “avevo voglia che il pubblico ridesse, gioisse, di presentargli temi possenti: l’amore, la morte, la giovinezza, la violenza. Con Fausto Paravidino abbiamo lavorato a una nuova traduzione che rispettasse l’orecchio contemporaneo e le musiche di Arturo Annecchino guardano ad Amarcord e a Fellini, non c’è niente di medievale né di rinascimentale. Tutto in abiti contemporanei (finemente realizzati da Sandra Cardini). E poi Shakespeare ha una forza tale per cui ad un certo punto ho deciso di seguirlo, di lasciarmi guidare, è incredibile come ha smontato le mie atmosfere neorealistiche. Sembrava di toccare qualcosa di vivo, i testi di Shakespeare hanno la forza vitale dei copioni e contengono tutto il sapere del mondo. È lui che ti dà invece che tu dare a lui”.

Un appuntamento assolutamente da non perdere.




Giuseppe Bevilacqua nominato nuovo Direttore Artistico per la Prosa del Giovanni da Udine

Il Consiglio di Amministrazione della Fondazione Teatro Nuovo Giovanni da Udine, riunitosi in data odierna, ha preso all’unanimità tre delibere importanti: ha scelto il Direttore artistico per la prosa, ha deciso di avviare un percorso per la costruzione del Piano strategico di riposizionamento del teatro e ha conferito l’incarico di Sovrintendente al Maestro Feruglio.
Per l’incarico di Direttore Artistico per la Prosa la scelta è caduta su Giuseppe Bevilacqua, un nome di alto prestigio nel settore dello spettacolo dal vivo, attualmente docente di ruolo presso l’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, di Roma.
Innovativa la decisione di lanciare la costruzione di un Piano strategico di nuovo posizionamento del teatro. Nei quindici anni di vita del Giovanni da Udine, i cambiamenti intervenuti nel territorio e nel settore dell’offerta dello spettacolo dal vivo sono stati profondi. Non si tratta solo della diminuzione dei contributi alla cultura, di cui i giornali hanno a lungo parlato, ma soprattutto di nuovi modi di rapportarsi dei cittadini, fra di loro e con le istituzioni, e della disordinata offerta culturale, fenomeni di cui bisogna prendere atto nel costruire le proposte di spettacolo dal vivo. Il contatto con il pubblico si sviluppa oggi sopratutto con l’utilizzo dei mezzi informatici. E’ perciò indispensabile un ripensamento delle funzioni direzionali e organizzative all’interno della Fondazione e un nuovo modo di rapportarsi con il pubblico e coordinarsi con gli altri soggetti di spettacolo del territorio.
Il lavoro corale di costruzione del Piano strategico 2014-2018 impegnerà il Consiglio fino alla fine del corrente anno.
Il presidente della Fondazione, dottor Mizzau, ha espresso soddisfazione per il risultato raggiunto: “E’ stato un lavoro lungo e impegnativo, ha dichiarato, che ha condotto ad decisioni unanimi di grande peso. Un Direttore per la prosa che si propone di porre il pubblico al centro delle sue scelte programmatiche, sviluppando occasioni di ascolto, è una gradevole novità per il Giovanni da Udine, al di là della indiscutibile preparazione. E la decisione di ripensare il posizionamento del teatro e la sua organizzazione interna rappresenta la risposta di un Consiglio consapevole alle sfide attuali che il settore culturale deve affrontare”. “Viene inoltre premiato il lavoro del Maestro Feruglio con la nomina a Sovrintendente, un giusto riconoscimento agli ottimi risultati raggiunti”.

 




Teatro Palamostre – Udine 9 mar.2013: Minsk 2011: A Reply to Kathy Acker

– prima italiana –  spettacolo in russo e bielorusso con sopratitoli in italiano

È tutt’altro che un semplice aggettivo pro forma, la parola ‘libero’ al centro del nome ‘Belarus Free Theatre’. È piuttosto un aggettivo-proclama, dal momento che questa compagnia, nata nel 2005 a Minsk – l’ ultima capitale europea dove è tutt’ora al potere una dittatura – è condannata da anni alla clandestinità. Per i suoi artisti, mettere in scena uno spettacolo coincide con un atto di coraggio. I loro palcoscenici sono case private, locali underground o luoghi persi nella campagna, pubblicizzati via sms, skype, con la sola forza del passa parola. Per la loro militanza e l’opposizione al regime di Lucashenko, la presa di posizione contro la pena di morte, la censura e la liberazione dei prigionieri politici, hanno a loro volta subito più volte la detenzione, vivono schedati, controllati, senza fissa dimora. Per contro, i teatri di tutto il mondo si sono mobilitati per sostenerli e amplificare la loro lotta. E così faremo anche a Udine, presentando il loro ultimo Minsk 2011, potentissima istantanea, quasi una lettera d’amore non corrisposto per una città dove la sessualità è una deformazione dell’oppressione. Perché, “se le cicatrici sono sexy – affermano i Belarus – allora Minsk è la città più sexy del mondo!”.

testo ideato da Belarus Free Theatre – Bielorussia Uladzimir Shcherban, Natalia Kaliada, Nicolai Khalezin il testo Belarus is not sexy è scritto da Natalia Kaliada con Nicolai Khalezin – regia Uladzimir Shcherban – interpreti Pavel Radak-Haradnitski, Yana Rusakevich, Aleh Sidorchyk, Dzianis Tarasenka, Maryna Yurevich, Yuliya Shauchuk, Siarhei Kvachonak, Viktoryia Biran, Kiryl Kanstantsinau – scene/luci Uladzimir Shcherban, Nicolai Khalezin, Natalia Kaliada produzione prodotto da Belarus Free Theatre – Bielorussia Natalia Kaliada, Nicolai Khalezin e Theatre Company ‘Fuel’ (UK) presentato a The Pleasance di Edinburgh il 22 agosto 2011 sviluppato in residenza al Dartington Space con il supporto di Dartington Hall Trust finanziato da Arts Council England


Venerdì 8 marzo alle ore 16 la compagnia incontra l’Università degli Studi di Udine nella Sala del Tiepolo di Palazzo Caiselli, vicolo Florio 2. Conducono l’incontro la prof.ssa Rosanna Giaquinta e prof.ssa Daniela Daniele.
Sabato 9 marzo al termine dello spettacolo la compagnia incontra il pubblico

LA REDAZIONE




Non è vero ma ci credo di Peppino De Filippo Debutta il 4 mar. in esclusiva regionale al Teatro Rossetti

Repliche nell’ambito del cartellone Prosa, fino a mercoledì 6”.

Era di sicuro esperto di superstizione un “figlio d’arte” di Napoli e del Teatro come Peppino De Filippo, tanto da farne il centro di una commedia. Figlio naturale di Eduardo Scarpetta e Luisa De Filippo, e dunque fratello di Eduardo e Titina, Peppino De Filippo appartenne appieno al mondo del teatro partenopeo fin dai primi anni di vita. E il sentire e lo spirito partenopeo infonde nella godibilissima commedia Non è vero ma ci credo, che sarà in scena da lunedì 4 a mercoledì 6 marzo al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, per la stagione Prosa, nel nuovo allestimento diretto da Michele Mirabella con protagonista Sebastiano Lo Monaco. Già fornito di grande esperienza e sensibilità teatrale nel 1931 Peppino De Filippo è con i fratelli nella Compagnia Teatro Umoristico: i De Filippo con cui gira tutto il paese con successo. Un’esperienza destinata a chiudersi oltre dieci anni più tardi in seguito a screzi con Eduardo, ma che per Peppino rappresentò un bene: si distinse dal fratello, e in qualche modo “costretto” dalla nuova autonomia, affinò le linee di uno stile di scrittura – oltre che d’interpretazione – personale. Presto intrecciò i canoni del teatro dialettale e di tradizione napoletana a grandi classici che interpretò in modo lodevole e successivamente anche al cinema e alla televisione: addirittura pleonastico ricordare i celeberrimi film con Totò (di cui fu partner perfetto), doveroso menzionare le esperienze con Fellini e Lattuada, e ricordare in ambito invece televisivo, la esilarante figura di Pappagone,  da lui inventata e divenuta famosissima. Come autore teatrale, Peppino De Filippo fu un creatore fantasioso, i suoi testi – e Non è vero ma ci credo ce ne darà prova – hanno il pregio di saper fotografare la società con obiettività e di criticarla, quando serve, ricorrendo però sempre a toni canzonatori, lievi, come se l’autore non potesse prescindere da uno sguardo tenero verso il proprio mondo.Non è vero ma ci credo è una commedia acuta senza essere mai greve, un gioiello in mano a interpreti che ne sappiano cogliere le diverse sfaccettature. Lo faranno Michele Mirabella – regista di grande eclettismo – e Sebastiano Lo Monaco, protagonista cui non mancano generosità e carisma. Lo abbiamo ammirato in molti titoli classici (dal Cyrano de Bergerac di Rostand  a Il berretto a sonagli di Pirandello) e lo scorso anno in un’emozionante e coraggiosa prova in Per non morire di mafia: quest’anno ritrova i toni della commedia. Come suggerisce già il titolo, Non è vero ma ci credo stigmatizza gli eccessi della superstizione: ne è assolutamente in balia il protagonista, il commendator Gervasio Savastano. Ancor più entra nel vortice delle credenze, nel momento delle difficoltà. Gli affari non vanno affatto bene, e anche in famiglia il clima non è dei migliori, visto che la figlia Rosina s’intestardisce a dirsi innamorata di un impiegato non all’altezza del suo rango, naturalmente contro il parere del padre. Nessuno riesce a spostare Savastano dalla convinzione che tutte queste sfortune siano da imputare alla presenza di un impiegato della sua azienda: Malvurio Belisario… Uno iettatore fin dal nome! Da quando viene assunto un altro impiegato, però le cose mutano piega… evidentemente il suo influsso è molto positivo. Sarà per il suo nome soave (Sammaria, a far da contraltare all’oscuro Malvurio), sarà perché il povero neoassunto è munito di una bella gobba… gli affari del commendatore riprendono a funzionare e a casa, la figlia finalmente accondiscende alla saggezza paterna. Savastano non ha nemmeno iniziato a rilassarsi però, che ecco un fulmine a ciel sereno: il nuovo impiegato gli confida di essersi innamorato di Rosina. Pur di mantenerlo in azienda il commendatore gli promette la mano della figlia che, inaspettatamente, accetta. Egli rimane però terrorizzato dalla prospettiva che i suoi futuri nipotini ereditino la gobba paterna: un difetto fisico che porta bene, ma non è certo augurabile! Quando tormentato dagli incubi, comunica agli sposi felici la sua intenzione di far annullare le nozze, gli viene svelato che il gobbo Sammaria non è altri che il primo pretendente di Rosina, così truccato per farsi amare dal suocero. «Poniamo la nostra scena in Italia, in quegli ultimi anni Cinquanta che furono la vigilia della prosperità del Paese – spiega Mirabella a proposito della messinscena da lui firmata – in quegli indimenticabili anni in cui essere scanzonati non voleva per forza dire essere scostumati. La sola nostalgia potrà scaturire da questo, ma fermo resta l’intento di ridere dell’ignoranza e delle superstizioni sopportando l’urgenza della scaramanzia e ricordando il filosofo che, pazientemente sornione avverte: non è vero, ma ci credo». 

Informazioni e biglietti per lo spettacolo sono disponibili presso i consueti punti vendita dello Stabile regionale, sul sito www.ilrossetti.it. Per informazioni si può contattare anche il centralino del Teatro allo 040.3593511.

La Stagione 2012-2013 del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia va in scena grazie al sostegno della Fondazione CRTrieste. Si ringraziano tutti i Soci, in particolare il Comune di Trieste,la Regione FriuliVenezia Giulia ela Provinciadi Trieste.




“To play or to die ” per una cultura senza clown

Il palcoscenico del Teatro San Giorgio di Udine è stato “occupato” pacificamente oggi a mezzogiorno, dagli attori della compagnia Babel di Palermo per la conferenza stampa di presentazione di “To Play or to die this is the question… today”, la nuova Eurovisione per la stagione di Teatro Contatto.

Un momento, quello dell’incontro con gli attori Giuseppe Provinzano (attore regista e produttore della piéce) e Chiara Muscato, con Alberto Bevilacqua (presidente del Css Teatro stabile di innovazione del Fvg), Claudio de Maglio (direttore dell’Accademia d’arte drammatica Nico Pepe) e  il sindaco di Udine Honsell sia per presentare lo spettacolo in anteprima nazionale che per parlare e riflettere del vero argomento: il teatro come casa della manifestazione della cultura nei suoi tanti aspetti. Perchè la cultura, nonostante i tagli economici che si sono operati dall’alto a cominciare dal 2008 continua a rinascere e vivere attraverso la voglia e l’entusiasmo di giovani appassionati che vengono sostenuti da organizzazioni quali appunto il Css nella voglia e desiderio di affermare il “nuovo”. Rinnovamento e sostegno sono dunque le parole d’ordine per far sì che un attore possa essere accompagnato nella crescita senza l’imposizione delle aspettative che verrebbero da prodotti di largo consumo.

Ed è proprio da questo contesto che si è potuto sviluppare lo spettacolo visto ieri sera: una chiave di lettura contemporanea per rivedere l’Amleto, un modo per raccontare le difficoltà di chi fa cultura e teatro. Sono proprio i due attori che si chiedono, all’inizio dello spettacolo se ce la possono fare, anche se solo in due a portare avanti la rappresentazione, perchè le esperienze di vita degli attori sono esse stesse storia.

Polonio diventa quindi la controfigura di un mai nominato Cavaliere, che mente sapendo di mentire per raccogliere il consenso delle masse. Gertrude la regina ha invece capito che le donne hanno una grossa arma nel proprio corpo e nel fingere. Il saggio Orazio sembra l’unico “normale”, tant’è che è costretto a scendere dal palco e a rifugiarsi nel ruolo dello spettatore. I temi trattati sono svariati: una lunga carrellata di denunce tenute assieme agevolmente con la scusa di Amleto. Il finale è così attuale che i due sopravvissuti indossano il naso del clown e fanno il verso a freschi giudizi politici pervenuti dall’estero che testimoniano, nonostante la “legittima”difesa del Presidente Napolitano, la deriva di una politica che fra vecchio e nuovo non riesce a trovare una via d’uscita.

Grazie al cielo la politica “locale” sembra invece avere le idee più chiare: secondo Honsell la cultura deve stare nelle mani degli uomini di cultura senza che ci siano strumentalizzazioni politiche. Il teatro deve essere considerato dagli spettatori non solo come posto in cui rilassarsi, ma come “casa” da arricchire con la propria presenza e partecipazione. Quindi stasera è d’obbligo esserci: si replica alle 21 sempre al Teatro San Giorgio.

Maria Teresa Ruotolo

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“La fabbrica dei preti” fa il pieno a Udine

Un viaggio nei seminari italiani. E’ “ la fabbrica dei preti”, il nuovo lavoro di Giuliana Musso che ieri sera ha fatto tappa al Palamostre di Udine che ha registrato il tutto esaurito nell’ambito della stagione Akropolis del Teatro Club.

Ispirato al libro di don Bellina “La fabriche dai predis”, la Musso prende in esame un periodo particolare, gli anni Cinquanta e Sessanta e un anno, il 1965 fa da perno al racconto: è l’anno del Concilio Vaticano II.  I ragazzi, futuri preti formati prima di quell’anno  si trovano svolgere il loro ministero nel dopo Concilio, in un momento storico ricco di contraddizioni ma anche di speranze. L’attrice conduce gli spettatori in un mondo a parte, quello dei seminari, un mondo maschile quasi da caserma dove ai bambini  che arrivano a undici anni si impone di lasciare la vita di prima, gli affetti per concentrarsi solo ed esclusivamente sulla devozione, la preghiera, il pentimento, la paura. Non più persona ma numero, prodotto di una fabbrica, in questo caso quella dei preti.

Sono tre le storie messe in scena, tre storie emblematiche e rappresentative di una società e di un’intera epoca.  La prima racconta la storia di un prete che lascia le vesti non tanto perchè si innamora di una donna ma perchè non si riconosce in una Chiesa che nega l’umanità nel mondo, che lo considera “un errore vivente” che lo lascia solo, vuoto e che gli toglie ogni possibilità di esser uomo perchè nonostante lo studio di anni non ha nemmeno un diploma. Perchè un sacerdote lo è in eterno. Nonostante tutto. La seconda è la storia di un sacerdote che è riuscito a trovare la sua strada, lui che arrivava dalla dolcezza di  una famiglia di quattro donne e che è stato catapultato in un mondo di ghiaccio dove le donne non esistevano se  non attraverso l’immagine alterata degli insegnanti e degli insegnamenti. Ecco che la donna era rappresentata come un animale mitologico, un nemico con il quale non fraternizzare, “una manza” con parti buone e meno buone. L’ultima storia parla di un prete emiliano depresso e pauroso perchè è anche un uomo depresso e pauroso che riuscirà a ritrovarsi solo andando a lavorare in fabbrica facendosi portavoce della lotta di classe.

Il passaggio da una storia e l’altra è facilitato da immagini dell’epoca originali che vengono proiettate sugli schermi bianchi che occupano la scena. L’attrice, legge con voce apparentemente distaccata brani presi dal regolamento dei seminari prima di calarsi nei personaggi a cui dare voce, lei scompare per riapparire nei panni dello spretato friulano, del prete veneto e infine in quello emiliano.

Non vengono imposti giudizi preconfezionati, vengono suggeriti spunti di riflessione, una chiave di lettura per entrare in un mondo di cui si conosce solo la facciata, dove la figura “pubblica” del prete ha il sopravvento sull’uomo con tutte le sue contraddizioni e insicurezze.

Riflessione ancor più doverosa oggi quando il papa Benedetto XVI lascerà il pontificato, lui che ha affermato di non essersi mai sentito solo, che vede la Chiesa viva e che rimarrà nel “recinto di San Pietro, non abbandonando la croce, ma rimanendo in modo nuovo presso il Signore Crocifisso”.

Maria Teresa Ruotolo




Accanto alle mimose anche le fiamme: Scintille al Teatro Pasolini di Cervignano.

Scintille. Piccoli frammenti di materia umana incandescente illuminano fiammeggiando il cielo di New York City in una qualunque giornata della primavera del 1911 nei pressi di Washington Square: particelle ardenti che s’irraggiano dall’alto degli ultimi piani dell’enorme palazzo della factory della Shirtwaist Company, come stelle cadenti che lumeggiano in pieno giorno. Scintille. Piccoli frammenti di vita che si spengono nel silenzio di un qualunque pomeriggio di lavoro, in cui nessuna di queste minime schegge d’esistenza, operose ruote dentate votate soltanto alla macchina salariale, ha deciso di rinunciare alla propria paga giornaliera per scioperare in nome dei propri diritti e in nome della giustizia. Scintille è uno scorcio scenico, un incendio fatto di piccole fiammelle che irradiano una luce su una tragedia consumatasi oltreoceano alle 16.40, il 25 marzo di quell’anno, quando alla fabbrica di camicie 146 operaie giovanissime persero la vita per le negligenze di chi non assicurava loro condizioni di sicurezza sul luogo di lavoro: un rogo che, come una gabbia fatta di sbarre di fiamma, forse scaturito dalle lampade a gas poste su ogni fila delle macchine delle cucitrici, le attanagliò imprigionandole come topi in trappola, facendo prendere fuoco ai tessuti ammucchiati in enormi cumuli negli stanzoni e impedendo loro di raggiungere le uscite sbarrate dai proprietari, nel timore potessero uscire prima dell’orario stabilito.Le donne perirono in parte nel tentativo di raggiungere il tetto sulle scale logorate dalle fiamme che non furono in grado di reggerne il peso, e in parte lanciandosi dalle finestre, cercando disperatamente di trovare la salvezza.

A pochi giorni dalla Festa della Donna il Teatro Pasolini di Cervignano ha scelto di portare in scena uno spettacolo che racconta drammaticamente un evento che la celebrazione dell’8 marzo porta con sé ma che, spesso,tradisce, limitandosi ad una tradizione che non svela gli ostacoli che la sua affermazione ha dovuto affrontare, basti pensare soltanto al fatto che ci sono voluti più di cento anni per avere l’elenco ufficiale delle vittime di quel tragico evento: nomi, cognomi e nazionalità. Laura Curino, con un intenso e accorato monologo che esonda correnti piene di passione che scorrono poderose in ogni singola battuta, rievoca i momenti della giornata in cui scoppiò l’incendio attraverso l’esperienza di una lavoratrice dell’opificio, madre di due figlie operaie che, come lei, erano emigrate in America per avere un’occupazione e mantenere il capofamiglia a casa, senza lavoro, rincorrendo il sogno dell’overseas. Una cronistoria che si carica nel corso dello spettacolo della maestria affabulatoria dell’unica protagonista della scena che, grazie alla scelta dell’autrice Laura Scigliano, svela le speranze e le delusioni di un quotidiano faticoso, pieno di difficoltà e rinunce, ma squarciato ogni tanto dalla freschezza e dalle gioie di una gioventù femminile che non osa sognare, perché soggiogata dal peso di una vita completamente dedita alla produzione industriale.

La tragicità dell’evento viene così svincolata dal processo di musealizzazione che ha trasformato l’8 marzo in un vuoto contenitore in cui includere indistintamente ogni lotta e conquista del mondo in rosa, senza restituirne le coordinate essenziali.Lo spettacolo lascia lo spettatore incapace anche solo d’applaudire: la forza patetica e drammatica delle parole della Curino sono come un devastante pugno allo stomaco che lascia un’amarezza colma di consapevolezza tra le lacrime che, nelle scene finali, infiammano come scintille gli occhi dell’intera platea.Una vera e propria crocifissione laica e commovente ci conduce inevitabilmente al pianto: delle camicie bianche, appese alle strutture metalliche, evocano le macchine da cucire della factory con le quali l’attrice durante l’intera narrazione sembra volere creare un rapporto quasi umano nella desolazione della vita, e diventano emblema funereo di quelle vite anonime,spezzate ingiustamente, ma resuscitate nel ricordo, fra le ombre che gli indumenti proiettano sul fondale che pare sospirare mestamente le stesse parole che la voce narrante della mamma, che ha perso le figlie quel tremendo 25 marzo 1911, pronuncia infine: ”non dimenticatevi di Rosa e di Lucia”. La memoria forse ci aiuterà a meditare anche sulla logica produttiva di un oggi in cui compriamo inconsapevolmente senza chiederci che cosa si celi davvero dietro quegli oggetti di cui amiamo riempirci.

Dietro l’8 marzo, oltre alle mimose, ci sono anche le fiamme. Quelle scintille.

Ingrid Leschiutta

 ingridleschiutta@live.it

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“Macbeth” nell’allestimento scenografico di Josef Svoboda con la regia di Henning Brockhaus

Dopo il grande successo de “Il Corsaro”, che ha inaugurato la Stagione 2013, “Macbeth” di Verdi, con la ricostruzione delle scene di Josef Svoboda e la regia di Henning Brockhaus, è il secondo titolo che la Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste dedica al grande compositore nell’anno delle celebrazioni verdiane.

Lo spettacolo sarà in scena da venerdì 8 marzo a sabato 16 marzo con la direzione di Giampaolo Maria Bisanti. L’allestimento scenografico originale di Svoboda è ricostruito da Benito Leonori, i costumi sono di Nanà Cecchi, i movimenti coreografici di Maria Cristina Madau. Nella compagnia di canto figurano i nomi di Dimitra Theodossiou, Fabián Veloz, Armando Kllogjeri, Paolo Battaglia.
Orchestra e Coro del Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste.

Al Teatro Verdi di Trieste prosegue l’omaggio a Verdi con la messa in scena di Macbeth nell’allestimento ideato dal grande scenografo ceco Josef Svoboda, in occasione del decimo anniversario dalla sua scomparsa , e realizzato in coproduzione tra Fondazione lirica triestina, la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi e il Carlo Felice di Genova.
L’allestimento storico ricostruito da Benito Leonori nei Laboratori di Jesi viene presentato con la regia di Henning Brockhaus nel massimo rispetto del genio svobodiano e della sua originalissima interpretazione dello spazio scenico e della luce in costante magico rapporto con la drammaturgia musicale.
Sul podio dell’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste il direttore milanese Giampaolo Maria Bisanti, uno dei migliori direttori d’orchestra della sua generazione che vanta un vasto repertorio , dall’opera ai grandi capolavori della sinfonica.
I ruoli principali della compagnia di canto sono interpretati da Fabián Veloz (Macbeth) al suo debutto in Italia, Dimitra Theodossiou (Lady Macbeth), Paolo Battaglia (Banco) e Armaldo Kllogjeri (Macduff). Completano il cast Giacomo Patti (Malcolm), Sharon Pierfederici (Dama di Lady Macbeth), Dario Giorgielè (Medico/Prima apparizione) Stefano Consolini ( Domestico di Macbeth), Francesco Musinu (Sicario) Giuliano Pelizon e Hektor Leka ( Araldo). Nella compagine artistica anche il Coro del Teatro Verdi istruito dal M° Paolo Vero, i solisti del Coro dei Piccoli Cantori della Citttà di Trieste e la Civica Orchestra di Fiati della Città di Trieste. I ruoli principali dell’opera nella recita del 9 marzo saranno interpretati da Angelo Veccia e Tiziana Caruso .

Macbeth , inizialmente non conseguì il successo sperato, ebbe una genesi complessa che approdò a due versioni: quella originaria che debuttò a Firenze, al Teatro La Pergola nel 1847 e quella definitiva di Parigi rappresentata al Théàtre Lyrique il 21 aprile 1865, frutto della revisione operata dal Maestro cioè dopo il 1860, dopo gli anni giovanili a cui appartiene la stesura, e dopo gli “Anni di galera”.
Si deve alla Verdi-Renaissance, operata dall’area culturale anglo-tedesca negli anni Venti del Novecento, il riscatto del valore drammaturgico del grande compositore italiano con il recupero di titoli dimenticati. Fra questi Macbeth, che venne rappresentato a Vienna, a Dresda, a Berlino, a Zurigo, a Glyndebourne e al
Festival di Salisburgo. In Italia invece la rinascita verdiana fu più tarda e il riscatto di Macbeth coincise con l’edizione diretta dal M° Vittorio Gui (1951) al Maggio Musicale Fiorentino e poi entrò definitivamente in repertorio con l’edizione prodotta dal Teatro alla Scala di Milano del 1952, diretta da Victor de Sabata con Maria Callas nel ruolo di Lady Macbeth: un trionfo.

Macbeth segna una svolta nel teatro musicale della prima metà dell’Ottocento verso il nuovo ‘dramma musicale’ di cui è il primo originale tentativo. “Brevità e solennità” raccomandò Verdi al librettista Piave, inviandogli gli appunti della sceneggiatura, perché in Macbeth non c’è tempo per rallentare il ritmo. Siamo in pieno dramma di una tipica coppia criminale con tutte le sue implicazioni psicanalitiche, le regressioni, i complessi di colpa; è il dramma di due solitudini che non si incontrano. La solitudine di Lady Macbeth affonda nel vuoto della follia; quella di Macbeth nel vuoto di una autodistruzione progressiva.
Dramma della coscienza e della psicologia del potere, non dramma d’amore, nell’opera c’è anche lo spazio per la dimensione corale, con la partecipazione del popolo: il famoso canto “Patria oppressa” all’inizio del quarto atto, è la grande scena corale sul tema della libertà degli “oppressi” , simbolo del Risorgimento come il “Va pensiero” e “Oh Signore dal tetto natio” dei “Lombardi alla prima crociata”. In seguito, questi canti assunsero il senso più generale di“sofferenza umana universale”, significato diverso dal dolore per la patria perduta.

L’allestimento con le scene di Josef Svoboda , debuttò con grandissimo successo nel 1995 all’Opera di Roma; fu ripreso al Teatro Carlo Felice di Genova nel 1998, al Bunka Kaikan di Tokyo nel 2000 e all’Opera di Budapest nel 2002. Nello spettacolo si succedono una straordinaria varietà di immagini e le ombre si sovrappongono alle ombre creando illusioni e allusioni: il fantastico mondo delle streghe, l’incubo del potere, le apparizioni regali, il corteo dei profughi scozzesi tra una rete informe di filo spinato, in un gioco di apparizioni, sparizioni, convivenze inquietanti. Passioni malvagie a cui fanno riscontro il buio, la notte le ombre che, nella lettura estremamente originale del dramma, richiamano altri abissi inesplorati, come ad esempio l’inconscio di Lady Macbeth.

Questa è la lettura dell’opera che ne fa il regista Henning Brockhaus: “Macbeth è l’opera più sorprendente che Verdi abbia mai scritto da un punto di vista musicale, canoro e drammaturgico. Purtroppo Verdi però non sviluppò più nelle opere successive questo recitar cantando con le sue relative indicazioni interpretative. I due protagonisti non hanno una sola nota di bel canto e anche per questo oggi è difficile mettere in scena quest’opera. Nessuna Lady Macbeth, nella maggior parte delle edizioni presentate al pubblico, ha il coraggio di “sporcare la voce”, per citare un termine del Maestro di Busseto, di cantare con una voce abbruttita, andando così contro la volontà di Verdi. Il compositore emiliano è del tutto rivoluzionario nell’affrontare gli abissi più profondi dell’essere umano, usa moltissimo la cromatica e arriva addirittura a scrivere ppppp in partitura; è stato il primo a farlo. È inoltre evidente un vitalissimo ritmo drammaturgico dato dal susseguirsi di numerose scene e la maggior parte di esse si svolge durante la notte che diventa metafora del lato oscuro del nostro essere, dell’umanità. Anche questo aspetto può rappresentare una difficoltà in più per la lettura di Macbeth e per il suo pubblico, ma al tempo stesso motivo di interesse. In quest’opera emergono tutte le contraddizioni interiori, la complessa sfera emotiva e i conseguenti atteggiamenti degli esseri umani. Per esempio Macbeth ha un solo motivo per uccidere Duncano: colmare un profondo senso di vuoto legato alla decadenza e all’affievolimento frustrante del rapporto erotico con Lady Macbeth. Entrambi i coniugi cercano dunque, da psicotici, una compensazione, un nuovo stimolo per la loro vita e la trovano sia nella corsa al potere sia nel compimento degli omicidi (da quello di Duncano ai successivi). Lady Macbeth diventa folle, prima omicida poi suicida e Macbeth cinico assiste alla sua morte. Un altro dei motivi per cui quest’opera è stata spesso sottovalutata è la mancanza di un protagonista tenore allontanandosi così ancora di più dalla tradizione lirica. Sono però convinto che Macbeth possa essere uno studio raro, interessante e analitico della psicopatia umana”.

Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste : prima rappresentazione: venerdì 8 marzo 2013 ore 20.30. Repliche: sabato 9 marzo, ore 20.30 C* domenica 10 marzo, ore 15.30 D martedì 12 marzo, ore 20.30 B. giovedì 14 marzo, ore 20.30 E, sabato 16 marzo, ore 15.30 S

www.teatroverdi-trieste.com

 




Antartica, storia vera di eroi e di ghiacci

La stagione teatrale ERT Friuli Venezia Giulia ha messo in scena ieri sera a Colugna, in un affollato Teatro Bon, una storia di uomini, ghiacci, avventura: Antarica, la storia del capitano Shackleton e della sua spedizione alla conquista del Polo Sud.

Una storia forse un po’ dimenticata quella di Shackleton rispetto a quelle di altri esploratori come il più famoso Amundsen: circa un secolo fa, nel 1914, il Regno Unito sovvenziona la Spedizione Imperiale Trans Antartica. Il programma è raggiungere il Polo Sud, attraversarlo con le slitte trainate da cani e tornare a casa con la nave Aurora che attende dall’altra parte del continente. La nave che parte si chiama Endurance, resistenza, comandata da Sir Ernest Henry Shackleton un capitano di lungo corso animato da una incolmabile fame di curiosità per la conoscenza. L’Endurance non arriverà mai a destinazione in quanto verrà schiacciata dai ghiacci ed affonderà. Tutti gli uomini, grazie all’abilità del Capitano si salveranno.

Silvia Elena Montagnini in un monologo di poco più di un’ora, con la regia di Bobo Nigrone,  racconta la fierezza del capitano, la sua inventiva e la sua insaziabile voglia di scoprire, di conoscere attraverso il suo viaggio tra i ghiacci. Così le parole, senza essere soffocate da scenografie ingombranti (l’attrice si muove su un palco vuoto fatta eccezione di un telo bianco) permettono allo spettatore di calarsi nel viaggio e vivere l’avventura del Capitano e dei suoi uomini. Sembra quasi di sentirla addosso quell’acqua salata e fredda che taglia la pelle, di ascoltare il silenzio assordante della nave che si muove tra i ghiacci e di vedere quel buio assoluto che attanaglia gli uomini per tre mesi durante l’estate boreale.

Poi anche le parole tacciono per lasciare spazio a un breve filmato originale dell’epoca dove le immagini e le sensazioni che lo spettatore ha creato nella sua mente durante la narrazione prendono vita e si fondono e si confondono con ciò che si vede proiettato sul telo bianco. Ecco i volti degli eroi di un secolo fa. Ma cosa fa diventare un uomo un eroe si chiede l’attrice durante lo spettacolo e la domanda viene rimbalzata anche agli spettatori. Il Capitano Shackleton sembra aver fatto suo l’insegnamento di Dante: “..fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Suggerimento più che mai utile in un periodo in cui di certo non si diventa eroi per virtù e conoscenza.

Maria Teresa Ruotolo

 




“DUE DI NOI” CON LA COPPIA SOLFRIZZI-SAVINO INCANTA AL BOBBIO DI TRIESTE

Dopo Trieste  al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, martedì 26 e mercoledì 27 febbraio, alle ore 20.45

Approdato ieri sera (22 febbraio) al Teatro Bobbio di Trieste DUE DI NOI con Emilio Solfrizzi e Lunetta Savino resta in programma con repliche fino al 25 febbraio.  Pièce scritta da Michael Frayn il cui debutto londinese risale al 1970. Sebbene il testo abbia una quarantina d’anni si tratta di circostanze ancora oggi attualissime, destinate purtroppo a ripetersi nel tempo e in cui ognuno può riconoscere storie proprie e altrui. In Due di noi si raccontano momenti di vita  che in ogni tempo possono trovarsi, essersi trovati o essere stati testimoni di quanto succede nei tre atti unici (senza intervallo) in cui vengono raccontati alcuni momenti che ‘tormentano’ la vita di coppia. L’ottima regia di Leo Muscato accompagna Emilio Solfrizzi e Lunetta Savino la coppia di attori – casualmente entrambi originari di Bari –  in tre episodi che sono «Black and silver», «Mr Foot» e «Chinamen».

UNA SCENA DELL’EPISODIO DELLA COPPIA A VENEZIA

Nel primo una coppia decide di tornare nell’albergo di Venezia dove tre anni prima passò la luna di miele. Stavolta però, terzo incomodo è un figlio nella culla che non smette di frignare vanificando tutti i tentativi di rinverdire antichi fasti erotici. Quello centrale, un magnifico cammeo della Savino, mostra una moglie sull’orlo di una crisi di nervi gonfia di gin e dialogante con il piede nervoso e in movimento di un marito assente e lontano. «Chinamen» invece racconta di una cena di amici, dove per sbaglio è stata invitata una coppia separata con relativo nuovo fidanzato della donna. Una situazione spassosa che dà il via a un vaudeville fatto di equivoci, ingressi e uscite dove i due attori impersonano in modo virtuosistico al limite del fregolismo ben cinque differenti personaggi. Una prova d’attore, fatto di colpi di scena e imperdibile comicità che rasentano la perfezione. Il tutto diverte ma dà fastidio, perché in quell’apparentemente innocuo gioco comico, ispirato ad una routine quotidiana  vissuta da coppie in crisi, si punta di fatto l’indice contro una società in pieno disfacimento di valori morali. Due eccellenti attori professionisti dotati di humour e qualità personali, che approfittano della scorrevolezza dei dialoghi della commedia per permette di trascorrere momenti di assoluto relax. Dopo avere lasciato volontariamente la comoda strada di Cettina – in Un Medico in famiglia – Lunetta Savino  ritorna con grande professionalità a occuparsi di teatro ed anche Emilio Solfrizzi ha cominciato con il teatro e poi ha virato verso il cabaret. La sua duttilità e abilità gratificano chi lo va a sentire godendo della sua coinvolgente comunicativa  in perfetta sintonia con quella di Lunetta. Il testo proposto dal regista Leo Muscato ha prodotto ottimi risultati apprezzati da applausi e commenti positivi di tutto il pubblico presente in sala. Serata conclusa tra applausi ed apprezzamenti  notevoli per la bravura dei due attori pugliesi e l’ottima regia; è per questo che invito tutti a seguire la commedia  al Teatro Bobbio di Trieste in scena fino al 25 febbraio .

AdP