Midway: recensione del film di guerra di Roland Emmerich

Roland Emmerich in questa pellicola ha raccontato quanto avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale nel teatro del Pacifico, a partire dall’attacco giapponese a Pearl Harbour fino alla riscossa statunitense nella battaglia delle Midway. La ricostruzione dei fatti è ineccepibile, ma non si può dire altrettanto di quella dei protagonisti di quegli eventi, trasformati in eroi da fumetto.

Anche le scene di combattimento, perfette in fatto di fedele ricostruzione dei mezzi bellici utilizzati e delle manovre eseguite sul campo di battaglia, alla fine vengono banalizzate in una specie di videogioco, dato lo spessore monodimensionale dei personaggi, schiacciati nel loro ruolo di combattenti muscolari dal volto squadrato e dalla mascella prominente.

L’unico svago concesso ai nostri eroi è scambiare qualche parola con la moglie, sempre dipinta come fedele compagna o madre di famiglia. E magari masticare un chewing gum tra un massacro e quello successivo. Va comunque detto che Emmerich non indugia mai in scene splatter o raccapriccianti. Gli uomini muoiono a centinaia negli aerei in fiamme o nelle esplosioni che squarciano le navi da battaglia, affogano intrappolati negli abitacoli dei loro siluranti che si inabissano, ma hanno la decenza di farlo lontano dall’occhio della cinepresa. Come accade nei film di propaganda bellica, del resto.

Un film che esalta il valore dei combattenti a scapito di tutto il resto

In definitiva il film mette al centro la figura del prode combattente che si sacrifica per la propria Patria e vendica i compagni morti in battaglia. Le poche debolezze umane messe in scena vengono prontamente superate, grazie alle superiori doti morali dei protagonisti o al radioso esempio dei commilitoni ansiosi di gettarsi nella mischia e massacrare l’odiato nemico.

L’attacco giapponese a Pearl Harbour del 1941 venne lanciato senza preventiva dichiarazione di guerra, e ha lasciato una grossa impronta nell’immaginario collettivo statunitense. L’allora Presidente Franklin Delano Roosvelt, nel suo discorso alla nazione, etichettò quel drammatico evento come il giorno dell’infamia, e nell’opinione pubblica del tempo si creò un forte odio contro i giapponesi.

Anche se il punto di vista del film è quello statunitense, va detto che Emmerich omaggia anche i combattenti del sol levante, specie gli alti ufficiali, cui riconosce un alto senso dell’onore e un encomiabile spirito di sacrificio. Certo, c’è anche il giapponese che non esita a gettare in mare, legato a un’ancora, un pilota americano raccolto su un barchino di salvataggio, perché si rifiuta di rivelare la posizione della sua flotta, ma nel complesso il regista strizza l’occhio alla filosofia etico-filosofica dei samurai, di cui la cultura giapponese era, ed è, intrisa.

Tuttavia, per quanto Emmerich pigi il piede sul pedale del patriottismo, è difficile immedesimarsi nei personaggi rappresentati, privi di spessore psicologico e scarsamente caratterizzati. La loro unica evoluzione possibile nella storia narrata è diventare eroi. Vivi o morti, non ha importanza.

L’omaggio interessato di Emmerich alla Cina

Il film dà molto rilievo a un episodio della guerra nel Pacifico: il bombardamento di Tokio da parte di 16 bombardieri medi North American B-25 Mitchell, partiti dalla portaerei Hornet e comandati dal tenente colonnello Jimmy Doolittle. Si trattò di un’azione dimostrativa, dagli effetti militari pressoché nulli, ma dal forte impatto emotivo, in quanto si trattò di una missione mirante a sollevare il morale statunitense e a lanciare un preciso messaggio al Giappone: gli USA avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo, nonostante la temporanea situazione di inferiorità provocata dal vile attacco a Pearl Harbour.

Dal momento che Doolittle e i suoi eroi non disponevano del carburante per tornare indietro, essi dovettero lanciarsi sulla Cina. A questo evento secondario Emmerich lascia ampio spazio nel film, e la cosa curiosa è che alcuni minuti della pellicola vengono impiegati per mostrare allo spettatore il valore dei combattenti cinesi, impegnati a difendersi dall’attacco giapponese. Cosa molto strana, nell’economia di un film che dovrebbe mettere in scena la battaglia delle Midway.

Ma questo omaggio acquisisce significato se teniamo conto del fatto che Emmerich, per realizzare questo film, ha ottenuto finanziamenti dalla Cina. E questo non poteva non avere effetti sulla pellicola stessa. Ennesimo esempio di come cinema e società sono inestricabilmente intrecciati, e ogni film per essere bene compreso andrebbe sempre analizzato tenendo conto del contesto nel quale è stato girato. Gli equilibri geopolitici e i flussi finanziari globali stanno cambiando, e questo fatto si riflette anche nei blockbuster.

Gli effetti speciali, la forza e la debolezza di Midway

Il  punto di forza di questa pellicola risiede negli effetti speciali. Per gli appassionati del genere di guerra, che vogliono godersi due ore di battaglie perfettamente ricostruite, ignorando la natura umana di chi nelle navi e negli aerei moriva o rimaneva ferito, spesso in modo raccapricciante, questa pellicola è una manna dal cielo. Gli effetti visivi sono alquanto coinvolgenti, anche se non superlativi, e se lo spettatore pensa di guardare un videogioco, e non di assistere a quella che dovrebbe essere la ricostruzione di fatti storici, la cosa può anche essere piacevole.

Discorso diverso vale per chi vorrebbe farsi coinvolgere anche dalla dimensione umana di chi ha combattuto quelle battaglie. Qualcosa che vada oltre l’occhiata del pilota alla foto della famigliola, appiccicata col chewing gum nella cabina del proprio aereo, mentre vola contro il nemico, circondato dalle esplosioni dell’antiaerea avversaria e dai velivoli in fiamme della sua stessa squadriglia.

Perché dopo la quarantesima spettacolare picchiata sulle navi giapponesi, viste in soggettiva dalla cabina di un bombardiere in picchiata Douglas Dountless, magari uno ne ha anche le scatole piene. Anche perché nel film non c’è molto altro da vedere.

Un film interessante per i videogiocatori e per gli appassionati degli aeroplani della seconda guerra mondiale

In definitiva Midway, nonostante i cento milioni di dollari spesi e un cast molto nutrito, appare essere un prodotto alquanto modesto, cinematograficamente parlando. Potrebbe essere un discreto film di propaganda statunitense degli anni Quaranta, dove i combattenti a stelle e strisce vengono dipinti come maschi alfa ansiosi di gettarsi nella mischia, per vendicare l’affronto subito dalla Patria.

Dove il loro valore permette di compensare l’inferiorità numerica e tecnologica che in effetti gli USA hanno temporaneamente patito dopo l’attacco di Pearl Harbour, che originò il conflitto reale e che ha messo in moto anche il meccanismo narrativo del film, basato sulla necessità di vendicarsi dei giapponesi.

Se lo spettatore si dimentica del fatto che questa pellicola dovrebbe essere una ricostruzione storica della guerra del Pacifico, e la sua unica aspettativa è perdersi in un videogioco dal ritmo serrato, magari si diverte anche. Considerazione analoga vale per gli appassionati di aeroplani della seconda guerra mondiale, perché la loro ricostruzione nel film è ineccepibile.

Certo che magari andarli a vedere in un museo sarebbe meglio. Perché il cinema dovrebbe avere altri obiettivi.




Light of my Life – recensione del film scritto, diretto e interpretato da Casey Afflect

Light of my Life è un film lento e intimistico, basato sul rapporto tra padre e figlia. Quanto accade nella storia narrata è funzionale a concentrare l’attenzione dello spettatore sulla stretta relazione tra la preadolescente Rag e suo padre, del quale non ci è dato sapere il nome, bene interpretati dalla giovane Anna Pniowsky e da Casey Afflect.

La scena iniziale è ambientata dentro una tenda, nella quale un padre racconta una storia a sua figlia. Una scena molto lunga, che bene introduce il film, facendoci capire i suoi tratti essenziali: una narrazione molto lenta ma bene interpretata e ricca di suggestioni, focalizzata sui due protagonisti.

Un film post-apocalittico, ma lo sguardo è su Rag e suo padre

Solo successivamente apprendiamo che i due si muovono cautamente in una distopia post-apocalittica, dove le donne sono state quasi del tutto eliminate da un morbo misterioso, e nella quale un’umanità invecchiata, morente e abbruttita trascina una esistenza alla quale è difficile trovare un senso.

Un mondo ostile, popolato da maschi alienati, nel quale il protagonista deve continuamente preoccuparsi del fatto che nessuno capisca che il suo giovane compagno di viaggio è in realtà una ragazzina. Per questo motivo Rag ha i capelli tagliati molto corti e indossa vestiti larghi, privi di ogni riferimento femminile.

Poco ci è dato sapere della misteriosa epidemia che ha flagellato l’umanità, così come del passato dei due protagonisti, del quale ci viene fornito qualche flashback di molti anni indietro, risalenti a quando Rag era appena nata e sua madre era stata colpita dal morbo. Brevi sguardi su un passato lontano, che tuttavia non ci forniscono nessuna informazione utile per capire quanto effettivamente successo nel mondo, e ai due protagonisti, dopo la morte della madre di Rag. Solo qualche accenno allo stato emotivo del padre, travolto dalla tragicità degli eventi, sui quali non ha nessun controllo.

Il film è avaro di informazioni su come la società si sia evoluta dopo l’epidemia. Tutto quello che sappiamo è che ci sono dei centri dove vengono forniti generi di prima necessità, e che dovrebbero esistere dei bunker dove le ultime donne vengono tenute rinchiuse.

Il mondo nel quale si muovono i due protagonisti è scarsamente popolato e intrinsecamente ostile. Rag e suo padre cercano di stare alla larga dai centri abitati, spostandosi nei boschi e vivendo in una tenda. Quando si fermano in una abitazione, devono scappare o battersi per sopravvivere, sempre minacciati da piccoli gruppi di maschi predatori.

Il film di fatto porta ai massimi livelli il tradizionale conflitto tra cultura e natura, dove la prima è ormai ridotta al perimetro della piccola famiglia formata da Rag e suo padre, mentre tutto ciò che è a essa esterno è potenzialmente pericoloso. I due protagonisti vivono una condizione di perenne incertezza, ovunque si trovino, sia nei boschi apparentemente deserti, che nei semi-spopolati centri abitati e nelle inquietanti case isolate.

Una scelta che ovviamente mette in rilievo il rapporto padre-figlia, unico elemento positivo percepibile durante gran parte del film. Il genitore è molto protettivo nei confronti della figlia, e, nonostante la situazione non certo idilliaca, si sforza di conservare la sua umanità e di trasmetterla a Rag, cercando di prepararla alla pubertà e alle sue trasformazioni, prossime a venire. La giovane figlia è infatti una figura quasi androgina, pronta però a sbocciare in una giovane donna.

Una film femminista?

Difficile non pensare tuttavia al rapporto padre-figlia come una metafora di quello tra i due sessi. La scena iniziale è da questo punto di vista illuminante. Il padre nella tenda dice alla figlia che la storia che le vuole raccontare parla di una volpe femmina e del suo compagno, ma a un certo punto Rag fa notare al suo genitore che in realtà il discorso è concentrato sul maschio. Una palese allusione all’incapacità maschile di comprendere e parlare del mondo femminile.

E sono proprio le donne, alla fine, le vere protagoniste del film. Anche quando non ci sono. Perché è impossibile non notarne la mancanza. Ed è lo stesso protagonista a spiegare alla figlia che l’alienazione dei maschi è riconducibile alla mancanza delle donne, che è all’origine della mancanza di equilibrio nel mondo dove si muovono.

Anche tra i due protagonisti la figura che alla fine emerge è quella di Rag. Il film può essere anche visto come un racconto di formazione, che vede la ragazzina conquistarsi lentamente una posizione di rilievo, mentre il padre perde progressivamente la capacità di proteggerla e guidarla, crollando psicologicamente e fisicamente sotto l’incalzare di eventi drammatici che non riesce più a fronteggiare da solo.

Un processo graduale che trionfa nello splendido e inaspettato finale, che vede i ruoli della scena iniziale completamente invertiti: è Rag a raccontare una sua storia, breve e toccante, al padre. Poche, sentite parole, capaci però di gettare una luce di speranza in un mondo dove tutto sembra essere perduto. Alla fine, la salvezza viene dal mondo femminile. Quello maschile ha fallito su tutta la linea, anche nella sua accezione più positiva rappresentata nella pellicola, costituita dal ruolo paterno. E probabilmente non è per caso che non ci è dato conoscere il nome del protagonista maschile.

Un storia non originale, ma che vale la pena vedere

Va detto che non è la prima volta che viene utilizzata una ambientazione post-apocalittica per concentrare l’attenzione dello spettatore sul rapporto tra genitori e figli. Basti pensare a The Road, di John Hillcoat, del 2009, dove però erano un padre e un figlio che dovevano lottare per sopravvivere. Oppure al più recente Bird Box, di Susanne Bier, del 2018, nel quale è invece una donna che alla fine riuscirà a salvare suo figlio e un’altra bambina.

Anche A Quiet Place – Un posto tranquillo, di John Krasinski, del 2018, utilizza lo stesso artificio narrativo, descrivendo la vita dell’intera famiglia Abbott, formata da padre, madre, due figli e una figlia, costretta a battersi contro degli invasori alieni, asserragliati in una fattoria isolata. Anche l’idea di un mondo dove non è più possibile riprodursi non è originale: basta pensare a I Figli degli Uomini, di Alfonso Cuaron, del 2006, dove l’infertilità ha colpito il genere umano.

Eppure è piacevole lasciarsi trasportare dalla lenta narrazione di Light of my Life. Merito di una recitazione di alto livello, di una fotografia eccellente e di un uso sapiente delle inquadrature, ricche di campi lunghi, e del montaggio, che sottolineano la potenza della natura nella quale i due protagonisti si muovono.

Un film sottrattivo, dove accade molto poco, capace però di trasmettere forti emozioni. Una pellicola a basso budget, priva di particolari effetti speciali, lontana dai ritmi forsennati del cinema di cassetta. E forse proprio per questo vale la pena gustarsela, regalandoci due ore di tranquilla visione al cinema.




LE GIORNATE DELLA LUCE. domani 30 novembre a Spilimbergo

Torna a Spilimbergo “Luce d’inverno” l’appuntamento che suggella idealmente Le Giornate della Luce, il festival curato da Gloria De Antoni e Donato Guerra che ogni estate celebra il ruolo degli Autori della Fotografia del nostro cinema.

Sabato 30 novembre alle 21 al Cinema Miotto di Spilimbergo il festival propone al suo pubblico la proiezione del film di Rolando Ravello “La prima pietra”, una commedia tragicomica natalizia, il ritratto perfetto di un’inarrestabile caduta libera nel disagio sociale. Attesi due ospiti d’eccezione: a dialogare con il pubblico, subito prima della proiezione, infatti, saranno l’autore della fotografia Stefano Salemme e la protagonista del film, l’attrice Lucia Mascino, che per questa interpretazione ha ricevuto la nomination per Miglior attrice commedia ai Nastri d’argento 2019.

La prima pietra” (che vede anche la presenza degli attori Corrado Guzzanti, Kasia Smutniak, Serra Yilmaz, Valerio Aprea, Iaia Forte – e la stessa Lucia Mascino nel ruolo di un’insegnante persa nel proprio universo vegan e new age) è ambientato in una scuola elementare, poco prima delle vacanze di Natale, mentre tutti sono in fermento per la recita imminente. Un bambino, intento a giocare con gli altri nel cortile della scuola, lancia una pietra rompendo una finestra e ferendo lievemente il bidello. Si tratta di un bimbo musulmano e l’accaduto darà vita ad un dibattito, ricco di colpi di scena, che vedrà protagonisti il preside (Corrado Guzzanti), la maestra (Lucia Mascino), il bidello e sua moglie (Valerio Aprea e Iaia Forte) e naturalmente la mamma del bambino, insieme a sua suocera (Kasia Smutniak e Serra Yılmaz). Una commedia corale in cui i personaggi dalle diverse sfaccettature si ritroveranno loro malgrado a risolvere un “piccolo” problema dal quale scaturiranno reazioni inaspettate. Riuscirà il preside a portare in scena la recita di Natale a cui tanto sembra tenere nonostante l’imprevisto sopraggiunto?

E.L.




TORINO FACTORY al 37° Torino Film Festival Venerdì 29 novembre 2019, ore 14.30 Cinema Reposi,Torino

Nato come contest per lo scouting di giovani talenti del video making sotto la Mole, TORINO FACTORY si è sempre più integrato nel tessuto cinematografico torinese, alimentando ulteriormente le positive dinamiche grazie alle quali sono emersi registi e professionisti che hanno raggiunto la fama nazionale e internazionale. Il progetto vuole essere infatti uno stimolo per i giovani che si avvicinano al mestiere del cinema, dando loro modo di mettersi alla prova seguiti da professionisti del campo e offrendo un’occasione concreta per creare relazioni tra le nuove generazioni e l’industry locale.
La 2a edizione del contest video riservato agli under 30 ha raccolto 18 cortometraggi, tra i quali 8 sono stati scelti dal regista e direttore artistico del progetto Daniele Gaglianone per accedere alla fase di laboratorio di produzione cinematografica affiancati da professionisti del settore. Un match making che ha unito esperienza e nuove creatività tutte torinesi e ha dato vita a 8 nuovi cortometraggi realizzati durante i mesi appena passati nelle circoscrizioni cittadine: un grande set a cui hanno partecipato abitanti, realtà pubbliche e private della zona, sia a livello organizzativo che di fruizione a partire dalla rete delle Case di Quartiere, mettendo i giovani videomaker in rapporto con la città, i cittadini e le associazioni locali. La direzione generale del progetto è a cura di Alessandro Gaido.
TORINO FACTORY AL 37 TORINO FILM FESTIVAL
Venerdì 29 novembre alle 14.30, nella sala 1 del Cinema Reposi, i cortometraggi realizzati dalle troupe saranno presentati in anteprima al Torino Film Festival; seguirà una replica dell’intero programma lunedì 9 dicembre alle 20.30, al Cinema Massimo (Via Verdi 18) nell’ambito della rassegna Glocal Day e successivamente saranno proiettati nei quartieri che ne hanno ospitato la fase produttiva.
In occasione del TFF la Giuria composta dai registi Rossella Schillaci e Francesco Ghiaccio e dallo scrittore Fabio Geda, assegnerà il Premio Torino Factory, mentre il pubblico del TFF e delle proiezioni nei quartieri potrà scegliere a quale degli 8 corti dare il Premio del Pubblico.
“Anche nel 2019 i cortometraggi a firma dei registi esordienti del progetto Torino Factory arrivano sugli schermi del Torino Film Festival; il progetto racconta la nostra città dal punto di vista di 8 aspiranti filmmaker con la guida di altrettanti tutor. Nelle due edizioni precedenti alcuni dei lavori di Torino Factory hanno ricevuto importanti riconoscimenti ed è anche per questo che lo considero un progetto da seguire con attenzione oltre che un’ottima palestra per allenare la creatività e la tecnica di giovani appassionati della settima arte.“ Francesca Leon, Assessore alla Cultura della Città di Torino.

I CORTOMETRAGGI
/MÀ-DRE/ di Stefano Guerri – Circoscrizione 3. Tutor Francesca Frigo
MANUALE DI STORIE DEI CINEMA di Bruno Ugioli e Stefano D’Antuono – Circoscrizione 1. Tutor Marco Duretti
NEGROPHILIA di Marco De Bartolomeo e Navid Shabanzadeh – Circoscrizione 5. Tutor Luciano D’Onofrio NEL JARDIN DES PLANTES di Davide Leo, Giorgio Beozzo, Stefano Trucco e Fabrizio Spagna –
Circoscrizione 8. Tutor Maicol Casale
LA RAGAZZA CINESE di Guglielmo Loliva – Circoscrizione 2. Tutor Stefano Scarafia SCHELETRI di Fabiana Fogagnolo e Luigi De Rosa – Circoscrizione 4. Tutor Luca Viglian SELENE di Sara Bianchi – Circ. 6. Tutor Stefania Bona
AYO MAMA di Tommaso Valli, Andrea Cassinari e Virginia Carollo – Circoscrizione 7. Tutor Andrea Deaglio
TORINO FACTORY 3 – OPEN CALL AL CONTEST
È in corso la ricerca dei partecipanti alla 3a edizione: la call, aperta fino al 31 dicembre 2019, raccoglierà teaser di cortometraggi della durata massima di 3’, girati per almeno l’80% in una o più delle circoscrizioni torinesi da giovani aspiranti filmmaker under 30 (bando completo su bit.ly/TorinoFactory2019).
In continua evoluzione per favorire esigenze e propensioni di partecipanti e tutor, l’edizione 2020 di Torino Factory introduce un importante cambiamento: i video candidati dovranno essere i teaser dei futuri corti, verrà così premiata, oltre alla capacità tecnica, l’idea e la progettualità delle troupe, alzando il livello qualitativo e professionale del contest. Tutti i teaser iscritti saranno proiettati durante la rassegna di cortometraggi Too Short to Wait (5 – 9 febbraio 2020), e gli 8 finalisti accederanno alla 19a edizione del Glocal Film Festival (12 – 16 marzo 2020). Da aprile a settembre 2020, partendo dal progetto in nuce, le troupe selezionate seguiranno un vero e proprio percorso di sviluppo e produzione seguiti da tutor professionisti. Promosso da Città di Torino – Direzione Servizi Culturali e Amministrativi, in collaborazione con Fondazione per la Cultura Torino. Realizzato da Associazione Piemonte Movie in collaborazione con Film Commission Torino Piemonte, MNC Torino Film Festival, Moving TFF – Associazione Altera, Rete delle Case di Quartiere, Centro Nazionale del Cortometraggio e con il patrocinio di GAI – Associazione per il Circuito Giovani Artisti Italiani.
Direzione Generale Alessandro Gaido | Direzione artistica Daniele Gaglianone Segreteria di produzione Aurora Bolandin | Segreteria organizzativa Roberta Pozza Segreteria amministrativa Elisa Cabula | Rapporti con il territorio Gianluca Vacha Comunicazione Gabriele Diverio | Ufficio stampa Letizia Caspani e Mariapaola Gillio Progetto grafico e coordinato immagine Federica Zancato
Comitato scientifico Franco Prono (Associazione Piemonte Movie), Paolo Manera (Film Commission Torino Piemonte), Emanuela Martini (Torino Film Festival)
Si ringraziano Paolo Rapalino (Zenit Arti Audiovisive), Enrico Venditti (Tele EMA Production) INFORMAZIONI www.piemontemovie.com – torinofactory@piemontemovie.com




REMO ANZOVINO esce oggi l’album FRIDA VIVA LA VIDA con la canzone originale del film scritta dallo stesso compositore e viene annunciato il cofanetto celebrativo ART FILM MUSIC

REMO ANZOVINO
esce oggi in tutto il mondo la colonna sonora del film 
FRIDA. VIVA LA VIDA
(Nexo Digital/Sony Masterworks)

 

Da oggi disponibile anche il video della canzone originale del film
“YO TE CIELO (CANCION PARA FRIDA)”
testo e musica di Remo Anzovino
interpretato da Yasemin Sannino (voce) e Flavio Boltro (tromba)

http://bit.ly/2KIz8D1

la pubblicazione anticipa l’uscita del cofanetto celebrativo di 5 cd con tutte le colonne sonore composte per La Grande Arte al Cinema

ART FILM MUSIC

prevista per il prossimo 13 dicembre e già disponibile in preorder: http://smarturl.it/anzonvinobox

“Remo Anzovino è un compositore che ha il suo suono, il suo stile e il suo modo davvero unico di creare musica magistrale e melodie memorabili. È senza dubbio un autentico maestro nella sua arte.”

John Mansell (Movie Music International)

Reduce dalla prima straordinaria tournée americana che ha toccato Washington, Chicago e si è conclusa a New York al leggendario The Cutting Room, esce oggi in tutto il mondo il nuovo lavoro del compositore e pianista Remo Anzovino, la colonna sonora del docufilm FRIDA. VIVA LA VIDAdedicato a Frida Kahlo – prodotto da Ballandi Arts e Nexo Digital e diretto da Giovanni Troilo.

Oltre ad uno straordinario mix tra sontuosi temi orchestrali e musiche elettroniche di grande impatto, capace di rendere la sua musica perfetta per le immagini e assolutamente emozionante nell’ascolto svincolato dallo schermo, la colonna sonora è impreziosita dalla canzone originale del film firmata da Anzovino, “Yo te cielo (Cancion para Frida)”.

La lunga collaborazione con Nexo Digital e Sony Masterworks si arricchisce così di un nuovo entusiasmante capitolo dedicato ad un’icona assoluta dell’arte novecentesca, simbolo di una femminilità contemporanea e estranea ai cliché. Una sfida importante che ha fatto nascere la prima vera e propria canzone di Remo Anzovino, che ne firma oltre alla musica anche interamente il testo, riuscendo nell’impresa di costruire i suoi versi in spagnolo attorno alla citazione di un frammento di una lettera che Frida Kahlo indirizzò al poeta messicano Carlos Pellicer: Yo te cielo, así mis alasse extíenden enormespara amarte sin medida” (Io ti cielo, affinché le mie ali si aprano a dismisura per amarti senza confini).

Una canzone struggente per la sua bruciante passione e la nostalgia della vita che se ne va nell’atto di Frida di dipingere il suo ultimo quadro, con la consapevolezza di essere già un mito.

La voce di Frida è stata affidata ai colori caldi e bruniti della cantante e attrice turca Yasemin Sannino, già nota per Birdenbire e And Never Tell ne Le Fate Ignoranti di Ferzan Özpetek, nonché dall’intervento lirico e poetico del grande trombettista jazz Flavio Boltro.

Oggi “Yo Te Cielo (Cancion Para Frida)” è anche un videoclip, intimo e raccolto nella sua semplicità espressiva, diretto da Giacomo Citro: http://bit.ly/2KIz8D1

Il docufilm FRIDA. VIVA LA VIDA, presentato in anteprima al 37° Torino Film Festival – Sezione Festa Mobile, sarà nelle sale italiane soltanto per tre giorni, i prossimi 25, 26 e 27 novembre.

Nuovo e unico, vero erede della grande tradizione italiana nella musica da film, Remo Anzovino ha già pubblicato in tutto il mondo con Sony Masterworks le colonne sonore originali dei film “Hitler contro Picasso e gli altri”, “Van Gogh tra il grano e il cielo”, “Le Ninfee di Monet” e “Gauguin a Tahiti”, celebrate in Italia dal Nastro D’Argento 2019 – Menzione Speciale Musica dell’Arte e accolte trionfalmente dalla stampa internazionale che nell’unicità del linguaggio del compositore italiano ha riconosciuto l’importanza dell’aspetto musicale del racconto, la sua forza narrativa, il talento per la melodia e l’intelligenza compositiva, a tutti gli effetti co-protagonisti del successo planetario del progetto.

L’uscita di FRIDA. VIVA LA VIDA completa il progetto e anticipa a sua volta la pubblicazione internazionale, prevista per il 13 dicembre prossimo, di ART FILM MUSIC, il box set celebrativo che contiene in 5 CD l’intera collezione delle sue colonne sonore per i film d’arte, arricchito dalle note introduttive del critico inglese John Mansell. Il cofanetto speciale è già disponibile in preorder a questo link: http://smarturl.it/anzonvinobox

 ART FILM MUSIC

Di Remo Anzovino

Le mie colonne sonore per il cinema non nascono mai insieme alle immagini. Passo molto tempo, piuttosto, a leggere la sceneggiatura e a guardare il film, quasi disinteressandomi di quale musica proporrò. Cerco, cioè, di assorbire il più possibile la storia e lo stile visivo.

Remo Anzovino (credit Gianluca Moro)

Solo poi, ricordando le emozioni che il racconto ha suscitato in me, e con lo schermo rigorosamente spento, compongo la musica principale. In qualche modo questo permette anche a me di sentirmi spettatore del film e, soprattutto, mi rende – dal punto di vista creativo – libero e non limitato dai tempi delle scene, che rispetterò – ovviamente – realizzando numerose versioni di quella musica.

Ottengo così due risultati: una musica non didascalica e ispirata, che possa aggiungere valore alle immagini e, insieme, una musica capace di avere un arco narrativo completamente autonomo dal film e che il pubblico godrà nell’album della colonna musicale.

Nel caso di un film che racconta la storia e le opere di un grande Artista, si aggiunge un elemento potente: i quadri.

Entro così, parallelamente, in profonda relazione con i dipinti su cui il film è basato, tenendo sempre aperto sul mio tavolo di lavoro un catalogo di grandi dimensioni, come fosse un talismano.

È una esperienza ipnotica: quadri, immagini in movimento, suoni. La somma è, appunto: ART FILM MUSIC.

YO TE CIELO

La canzone originale del film

Di Remo Anzovino

La canzone che chiude il film sulla scena del funerale di Frida Kahlo è nata casualmente in studio, durante le registrazioni dello score. In una pausa, ero al piano e tutta intera è sgorgata la melodia. Ho riconosciuto un segno in questa spontaneità, ho sentito che poteva diventare una canzone. Mancavano però le parole.

Mi sono ricordato di una lettera che Frida scrive nel 1947 al poeta Carlos Pellicier, dove a un certo punto inventa un verbo e lo dedica a Carlos: “Yo te cielo, asi mis alas si extienden enormes para amarte sin medida”.

Questo frammento calzava perfettamente sulle note del chorus: un segno fortissimo. Dovevo però scrivere tutte le strofe. Inventarmi cioè una scena dove immergere la citazione dalla lettera di Frida.

Alla mente mi è venuta una foto in cui Frida, nel suo letto, poco prima di morire, dipinge il suo ultimo quadro. Lei in quella foto ha un delicato sorriso, di chi sa di morire, di chi sa di essere già un mito.

Ho immaginato allora che da quel letto, attraverso una grande finestra di Casa Azul, Frida potesse vedere il cielo, mentre la vita se ne andava.

E in meno di un’ora sono venute tutte le parole. Ora che ci ripenso mi commuovo, per un istante, ancora. Come quando si accarezza un regalo prezioso. Ringrazio Yasemin Sannino per l’interpretazione magistrale e Flavio Boltro per la magia della sua tromba.

Yo Te Cielo (Canción Para Frida)

Lyrics and music: Remo Anzovino

Voice: Yasemin Sannino

Trumpet: Flavio Boltro

Miro al cielo

Mientras la vida se va

Mientras feliz

Pinto por ultima vez

Pero tu has sido todo el cielo

Frida es mi nombre que todo el mundo sabrà

Te quiero màs

Que en aquel entonces

No hay màs nubes

Solo la realidad

La vida no es nada y no se repite

Este cielo es un nuevo verbo para ti

Yo te cielo *

así mis alas

se extíenden enormes

para amarte sin medida

 

Siempre elige

Quien te ve como magia

Saborea sin miedo la soledad

Un sueño no es nada y no se repite

Frida es mi nombre que todo el mundo sabrà

*“Yo te cielo, así mis alasse extíenden enormespara amarte sin medida” is a quote from the Frida Kahlo’s letter to the Mexican poet Carlos Pellicer, November 1947

 

 Yo Te Cielo (Canzone per Frida)

Testo e musica: Remo Anzovino

Voce: Yasemin Sannino

Tromba: Flavio Boltro

 

Guardo il cielo

Mentre la vita se ne va

Mentre felice

Dipingo per un’ultima volta

Però tu sei stato tutto il cielo

Frida è il mio nome che tutto il mondo saprà

Ti amo molto

di più di allora

Non ci sono più le nuvole

Solo la realtà

La vita non è niente e non si ripete

Questo cielo è un nuovo verbo che ho inventato per te

Io ti cielo*

affinché le mie ali

si aprano a dismisura per amarti senza confini

Scegli sempre

Chi ti guarda come fossi una magia

E assapora senza paura la solitudine

Un sogno non è niente e non si ripete

Frida è il mio nome che tutto il mondo saprà

*”Io ti cielo, affinchè le mie ali si aprano a dismisura per amarti senza confini”

è una citazione dalla lettera di Frida Kahlo al poeta messicano Carlos Pellicer, novembre 1947

 




19° GLOCAL FILM FESTIVAL  12-16 marzo 2020 – Cinema Massimo MNC, Torino   FINO AL 15 DICEMBRE 2019 OPEN CALL AI CONCORSI

Dopo l’anno della maggiore età, il Glocal Film Festival si affaccia alla 19a edizione, che si terrà dal 12 al 16 marzo 2020 al Cinema Massimo MNC di Torino, con un nuovo logo che racchiude in sé la specificità del festival ‘nato sotto la Mole’ nel 2000.

GINO CARON_Vincitore Spazio Piemonte 2019_ph Diego Dominici

Il Glocal Film Festival è stato il primo progetto ideato dall’Associazione Piemonte Movie, che da sempre valorizza il cinema piemontese e nel tempo ha ramificato le proprie attività dando visibilità tutto l’anno alle numerose opere frutto del dinamico panorama regionale.

Grazie alle sezioni competitive Panoramica Doc e Spazio Piemonte, il Glocal Film Festival rimane la principale vetrina e cartina tornasole della produttività locale in ambito cinematografico: i concorsi sono aperti a film, rispettivamente documentari e cortometraggi, realizzati nell’ultimo anno da registi o case di produzione piemontesi, oppure girati in location della regione. L’iscrizione è gratuita e possibile fino al 15 dicembre.

I titoli selezionati per ciascuna categoria saranno sottoposti al giudizio delle giurie composte da professionisti del settore e potranno aggiudicarsi il Premio Torèt – Alberto Signetto per il Miglior Documentario (2.500 €) e il Premio Torèt Miglior Cortometraggio (1.500 €). Per la sezione Panoramica Doc si confermano inoltre il Premio Distribuzione e Professione Documentario; mentre i corti in gara a Spazio Piemonte concorreranno anche per i premi collaterali assegnati grazie alla collaborazione dei partner O.D.S. Operatori Doppiaggio e Spettacolo, Cinemaitaliano.info, Scuola Holden, Machiavelli Music.

Il Glocal dedica ogni anno una settimana alla produzione recente di cinema local in formato breve: in programma dal 5 al 10 febbraio 2020 alla Sala Il Movie (Via Cagliari 40/e), la rassegna TOO SHORT TO WAIT con tutti i cortometraggi iscritti a Spazio Piemonte e tutti i video-teaser della 3a edizione di Torino Factory.

Fino al 31 dicembre, i filmmaker under 30 potranno infatti partecipare alla 3a edizione del contest-video-lab TORINO FACTORY presentando il teaser di un cortometraggio girato per almeno l’80% a Torino della durata massima di 3’. Otto proposte saranno proiettate al Glocal Film Festival e selezionate per essere sviluppate e prodotte, grazie ai laboratori di Torino Factory a cui parteciperanno autori e troupe. Il Glocal Film Festival è organizzato in sinergia con le più importanti istituzioni cinematografiche locali come Film Commission Torino Piemonte, Museo Nazionale del Cinema, Torino Film Festival; con il contributo di Regione Piemonte e di Fondazione Crt, e il supporto di Città Metropolitana di Torino e Città di Torino.

info, bando e iscrizioni concorso@piemontemovie.com / 328.8458281

www.piemontemovie.com / www.facebook.com/PiemonteMoviegLocal




Parasite – recensione del film di Bong Joon Ho

Parasite è un film molto complesso, anche se costruito a partire da elementi molto semplici, tra loro contrastanti. Viene messa in scena la contrapposizione tra due famiglie appartenenti a classi sociali diverse. Entrambe sono formate da padre, madre, una figlia e un figlio. Ma la differenza in fatto di disponibilità economiche e di tenore di vita è abissale.

Le due realtà vengono in contatto perché al figlio della famiglia povera viene offerta la possibilità di essere assunto da quella ricca. Ricorrendo a una serie di stratagemmi, riuscirà a fare impiegare anche tutti i propri familiari, costringendo a una improbabile convivenza i due gruppi sociali, che incarnano valori e aspettative che si riveleranno essere incompatibili.

La prima parte del film è basata sui meccanismi della commedia, anche se la differenza culturale con gli stereotipi dell’occidente è notevole, e può rendere poco leggibile la pellicola a chi non sappia levarsi i suoi filtri culturali.

Nella seconda parte esplode il dramma, e il film diventa un thriller, con elementi splatter che probabilmente non dispiacerebbero a Tarantino. Anche nella struttura del film è quindi rilevabile un forte contrasto tra le sue parti, che lo rende difficilmente classificabile in un genere preciso.

Bong Joon Ho

Il ritorno della lotta di classe sul grande schermo

La contrapposizione tra le due famiglie mette in scena lo scontro di classe. I ricchi contro i poveri, in una lotta senza esclusione di colpi. Due mondi contrapposti, bene rappresentati anche dalle case dove vivono le due famiglie.

I ricchi vivono in un villone circondato da un alto muro di cinta, costruito su una collina e dotato di un ampio e curatissimo giardino, la cui vista può essere goduta dall’interno dell’abitazione, grazie a un’ampia vetrata. Gli interni della villa sono luminosi, lindi e meravigliosamente progettati, nella loro essenziale funzionalità.

I poveri vivono in un lercio seminterrato, nella città bassa, intasato da chincaglierie di ogni tipo. L’unica cosa che è possibile vedere attraverso le piccole finestre del tugurio è un lurido vicolo, dove spesso gli ubriachi si fermano a urinare.

La differenza tra i due mondi è sottolineata dal fatto che la villa sorge su un’altura, e per raggiungere la sua spelonca la famiglia povera è costretta a scendere un’infinita serie di gradini. Una efficace metafora della discesa nella scala sociale, per raggiungere la posizione che compete ai poveri, nella quale sono destinati a trascinare la loro incerta esistenza.

Ma nel film viene anche messa in scena la lotta per la sopravvivenza tra i poveri, e ancora una volta è la dimensione verticale la metafora della differenza tra i ceti. Nei sotterranei della villa c’è infatti un bunker antiatomico, nel quale si nasconde un segreto, sconosciuto anche ai ricchi proprietari, che costituirà l’innesco per il dramma finale.

I ricchi vengono dipinti come intrinsecamente ingenui e facilmente raggirabili, perché vivono in un vacuo mondo dorato, dove percepire i problemi di chi non ha i soldi per un pasto decente è di fatto inconcepibile. Un mondo sfarzoso, nullafacente, ipocrita, bacchettone, nel quale regna l’apparenza e l’uso degli stupefacenti non è disdegnato.

I poveri sono invece resi scaltri dalla necessità di battersi per la sopravvivenza, fino a essere pronti a pugnalare nella schiena i propri simili pur di assicurarsi la pagnotta. Una realtà feroce, dove ci si abbruttisce, e con gli anni si perde la capacità di sognare e di progettare il proprio futuro, inchiodati dalla necessità di pensare alla mera sopravvivenza quotidiana.

Temi universali, ma visti con il filtro di una cultura diversa da quella occidentale

La differenza tra le classi sociali è un tema universale, facilmente comprensibile da tutti. Molte affermazioni fatte nella famiglia povera rappresentata nel film potrebbero essere pronunciate in un qualsiasi contesto sociale occidentale. La globalizzazione ha reso universale il problema della creazione di enormi disparità tra i ricchi e i poveri, così come la difficoltà a trovare lavori qualificati anche per chi possiede un titolo di studio, rendendo spesso necessaria per i giovani l’emigrazione.

Altri temi ormai universali riscontrabili nel film sono l’urbanizzazione selvaggia e le problematiche ambientali a essa connessa, che si determinano quando le strutture urbanistiche costruite dall’uomo non sono più in grado di gestire piogge sempre più abbondanti. Problematiche che nella pellicola diventano drammatiche per i poveri, costretti a vivere in slum sovraffollati, ma sono molto meno sentite dai ricchi, asserragliati nei loro fortilizi ipertecnologici, appollaiati in cima alle colline.

Ma quando si scende nei rapporti interpersonali tra i personaggi che si muovono nel film, la differenza culturale con il mondo occidentale diventa rilevante. Non tenerne conto può diventare un problema per chi vuole gustare la visione di questa pellicola, sia nella prima parte del film, molto leggera e a tratti spassosa, che nella seconda, drammatica e carica di tensioni. Il rischio è che tutto si diluisca in una specie di commedia dell’assurdo, quasi surreale in certi momenti.

C’è speranza per l’umanità?

Il film comincia come una piacevole e scanzonata commedia, ma termina drammaticamente. Per i poveri, l’unica speranza è sognare a occhi aperti, salvo poi dovere affrontare una realtà drammatica, nella quale l’unica dimensione esistenziale possibile è la mera sopravvivenza.

L’incomunicabilità tra i ricchi e i poveri è totale, e l’unico risultato di una forzata convivenza tra le due classi, normalmente separate anche fisicamente, è lo scontro frontale. Per sottolineare l’abisso che separa le due realtà sociali, il regista utilizza una curiosa ma efficace metafora: l’odore che i ricchi percepiscono nei poveri, un lezzo che ammorba le loro case nei bassifondi e dal quale non riescono a liberarsi, per quanto perdano tempo a lavarsi.

Ma l’incomunicabilità esiste anche tra i poveri, che alla fine possono solo scannarsi, per accaparrarsi le briciole che i ricchi decidono di lasciare loro.

Alla fine della visione lo spettatore può lecitamente chiedersi chi siano i parassiti indicati dal titolo. I ricchi che sfruttano i poveri, ignorandone le necessità e le legittime aspirazioni? O i poveri, che pur di sopravvivere sono capaci di ogni furberia e tradimento, anche alle spalle dei disperati che stanno ancora più in basso nella scala sociale? O forse tutta l’umanità nel suo complesso, che alla fine non riesce a fare altro che autodistruggersi? Il film non sembra fornire una risposta chiara.

Bong Joon Ho aveva già affrontato il tema dello scontro tra classi sociali nel suo interessante film di fantascienza post-apocalittico Snowpiercer, del 2013. Il finale di quella pellicola lasciava però all’umanità un filo di speranza. In Parasite di quella speranza non è rimasta traccia. Sono passati solo sei anni. Cosa è successo in questo breve periodo di tempo per rendere molto più pessimista Bong Joon Ho? Non lo sappiamo, ma speriamo che si sbagli.




Proclamati i vincitori del Reggio Film Festival 2019

In un’affollatissima serata di festa, ieri sera al Cinema Rosebud di Reggio Emilia è stato presentato l’esito del workshop condotto da Ado Hasanovic e sono stati proclamati e proiettati i cortometraggi premiati. Ecco i nomi.

 

«Una vera festa del cinema, dell’arte e della gente»: Alessandro Scillitani, direttore artistico del Reggio Film Festival, sintetizza con soddisfazione la serata, avvenuta ieri sera al Cinema Rosebud di Reggio Emilia, che ha chiuso l’edizione numero diciotto di una manifestazione sempre più partecipata sia a livello locale che internazionale.

 

Ecco i cortometraggi premiati, categoria per categoria.

 

Il Primo Premio Giuria Internazionale è stato assegnato a All Inclusive di Corina Schwingruber Ilić (10′, Olanda, 2018), con la seguente motivazione: «La regista usa il micro/macro cosmo del turismo di massa in sofisticati container galleggianti come metafora sociale e, con ironia ed ammirevole distacco, ci coinvolge in una radiografia della assurdità e della superficialità dell’edonismo consumista che definisce il nostro tempo. Senza mostrare nulla di più del necessario e con un notevole senso della fotografia e della composizione, il film centra con precisione l’essenza del proprio intento».

 

Il Premio Giuria Popolare, attribuito dal pubblico in sala, è andato a Skin di Guy Nattiv (20′, USA, 2018).

 

Tri Sestri di Svetlana Andrianova (8′, Russia, 2019) si è aggiudicato il Premio SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani) – Gruppo Emilia Romagna/Marche, presieduto da Catia Donini, Gianpiero Ariola e Claudio Gaetani, «per aver raccontato nella forma dell’animazione una storia semplice ed emozionante utilizzando con grande efficacia gli elementi più propri del linguaggio cinematografico, trasmettendo originale ironia, drammaticità e senso di poesia».

 

Triplice riconoscimento per la sezione Liberazioni Creative – donne libere da ogni forma di violenza. Primo classificato è risultato Se gli oggetti potessero parlare di Marta Ascari ed A.Eugen Bonta, cortometraggio che «restituisce una sintesi efficace dell’origine culturale, e non episodica o patologica, della sopraffazione maschile sulle donne». Secondo posto a Fanculo di Marco Vivaldi, opera che «invita a riflettere su quanto la misoginia sia stata interiorizzata tanto dagli uomini quanto dalle donne, quanto sia allora difficile prenderne coscienza e fare scelte coerenti con le parole che si usano per condannarla». In terza posizione si colloca Deforme di Camilla Di Bella: «Il corpo, il piacere sessuale, la maternità, la famiglia: sfruttando la potenza dell’immagine, in un gioco di specchi, questo corto mostra la “trasformazione” o meglio la deformazione che questi aspetti del femminile subiscono attraverso la lente del pregiudizio e delle aspettative sociali».  

 

Il Premio Social è stato assegnato a Cosa vedi? di Alex Isabelle mentre Iniziativa Laica, d’intesa con il Reggio Film Festival, ha attribuito il Premio per una estetica della Laicità ex aequo a due cortometraggi: Relicious di Eugenio Villani e Raffaele Palazzo (Italia, 2019) e Eutanazija di Joško Marušić (Croazia, 2018) con le seguenti motivazioni: a Relicious  «per avere analizzato, con originale levità e tono divertente (anche se a tratti inquietante) il tema dell’approccio dell’intellettuale con le innumerevoli forme di religione in cui si articola la presunta esigenza dell’umanità di affermare l’esistenza di un dio e/o di una vita ultraterrena»; a Eutanazija per evidenziare «tutte le contraddizioni e le ipocrisie dei sostenitori della “sacralità della vita”, che pretendono di imporre le proprie convinzioni a discapito dell’autodeterminazione dei singoli». 

 

Altri riconoscimenti: Il Premio FEDIC è andato a Bautismo di Mauro Vecchi (18′, Italia, 2019); il Premio Chierici, assegnato dagli studenti dell’omonimo Liceo di Reggio Emilia, a Skin di Guy Nattiv (20′, USA, 2018); il Premio Family a Athleticus: Salle D’entrainement di Nicolas Deveaux (2’15”, Francia, 2018); il Premio UNIMORE ex aequo a Inanimate di Lucia Bulgheroni (8′, Italia, 2018) e a Selfies di Claudius Gentinetta (4′, Svizzera, 2018), con una menzione speciale a 2nd Class di Jimmy Olsson (13′, Svezia, 2019); il Premio Energee3 a Eternity di Anna Sobolevska (24′, Ucraina, 2018); il Premio Sound (per il miglior uso del suono nei cortometraggi) a All Inclusive di Corina Schwingruber Ilić e il Premio USAC (University Studies Abroad Consortium) a November 1st dell’inglese Charlie Manton (peraltro ospite al Festival) «per la scelta del regista di descrivere una madre sofferente in cerca di vendetta e il modo in cui la sua sete di giustizia compromette la relazione con la figlia».




Teatro Comunale di Cormons lunedì 18 nov. Downton Abbey

Prosegue la rassegna in collaborazione con Visioni d’Insieme il lunedì sera alle 21

Lunedì 18 novembre ‘Downton Abbey’ di Michael Engler

 

 

 

Prosegue la rassegna CircuitoCinema che a.ArtistiAssociati propone in collaborazione a Visioni d’Insieme grazie al sostegno della Regione Fvg: il lunedì sera, al Teatro Comunale di Cormons, le proiezioni saranno uniche, alle 21.

Lunedì 18 novembre sarà proposto ‘Downton Abbey’ di Michael Engler con Hugh Bonneville, Laura Carmichael, Jim Cartel, Brendan Covle, Michelle Dockery, La storia. Downton Abbey, film diretto da Michael Engler, è basato sulla popolarissima serie TV britannica, ambientata all’inizio del XX Secolo nello Yorkshire. Protagonista è ancora una volta la famiglia Crawley e la servitù che lavora per essa presso la splendida tenuta Downton Abbey nella campagna inglese. Siamo nel 1927 quando un evento sconvolge la quiete del gruppo aristocratico: il conte di Grantham, Robert Crawley (Hugh Bonneville), riceve una lettera direttamente da Buckingham Palace, nella quale viene comunicato che re Giorgio V e la sua famiglia reale faranno visita alla dimora. Questo vuol dire che i veri reali soggiorneranno da coloro che hanno sempre vissuto da reali.
La notizia li getta nella confusione più totale e in breve tempo la tenuta viene popolata dal maggiordomo e da altri dipendenti del re, che si prodigano per far sì che tutto sia pronto per il grande arrivo. I Crawley si ritrovano impossibilitati ad agire, mentre Downton Abbey sembra aver subito una colonizzazione esterna da parte dell’arrogante personale reale, che umilia i domestici del palazzo. Lady Mary (Michelle Dockery) è convinta che il loro maggiordomo, Thomas Barrow (Robert James-Collier), non sia pronto ad affrontare un evento simile e chiede al signor Carson (Jim Carter), maggiordomo in pensione, di tornare temporaneamente ai suoi servigi per l’occasione. Anche Lady Violet (Maggie Smith) è preoccupata per la visita reale, che comporta l’arrivo di Lady Maud Bagshaw (Imelda Staunton), dama di compagnia della regina e cugina stretta di Robert, cosa che renderebbe il conte un perfetto erede della nobildonna.
Ma i domestici di Downton non restano a guardare mentre il caos invade la dimora e sono decisi a “contrattaccare” per riprendere quello che un tempo era loro territorio. Nei sotterranei della tenuta, Anna (Joanne Froggatt) e John Bates (Brendan Coyle) escogitano un piano per riconquistare la famiglia e ripristinare l’onore di Downton, tutti sono d’accordo tranne il signor Carson. Riuscirà la servitù a cacciare gli invasori e accogliere al meglio re Giorgio V e la sua famiglia?

La rassegna proseguirà lunedì  25 novembre con ‘Belle epoque’ di Nicolas Bedos , mentre il 2 dicembre ‘Parasite’ di Nicolas Bedos.

 




Torna, da giovedì 14 novembre alle 20 al Kinemax di Gorizia, “Cinemamente”

    A un anno di distanza dalla prima e partecipata edizione, torna, da giovedì 14 novembre alle 20 al Kinemax di Gorizia, “Cinemamente”, la rassegna che intende portare all’attenzione tematiche sempre attuali e per le quali il confronto e l’informazione sono motivo di crescita.

 

    Se nel 2018 il filo conduttore del

Greta Tosoni

progetto era stato la salute mentale e il sostegno sociale, proprio in occasione del quarantennale della Legge Basaglia, la traccia di fondo per quest’anno sarà “La società e il sesso”. Confermato il format degli eventi che prevedono, per ogni appuntamento a ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili, la proiezione di un film e un dibattito tra esperti e pubblico in sala.

 

    «Il Comune di Gorizia – commenta l’assessore alla Cultura del Comune di Gorizia, Fabrizio Oreti – sta lavorando a favore di una città attenta e sensibile per una offerta culturale a 360 gradi. In questo contesto con piacere accogliamo le collaborazioni che permettono a Gorizia di indagare in maniera proficua argomenti di interesse collettivo che meritano di essere approfonditi».

 

    Soddisfatta anche Pina Piccinonna, presidente della cooperativa Aesontius. «Anche quest’anno – spiega – sono stati coinvolti numerosi giovani del territorio che, con una metodologia di progettazione partecipata, hanno ideato, organizzato e realizzato la rassegna. Per questa edizione – prosegue – il gruppo ha scelto di affrontare un tema, la sessualità, molto sentito proprio tra i giovani e di cui, per diversi motivi e sensibilità, si fatica spesso a discutere».

 

Federico Sandri

    “Cinemamente”, realizzato con il contributo della Regione, è frutto della sinergia di molte realtà locali. Oltre alla Cooperativa Aesontius (Consorzio Il Mosaico), all’organizzazione del programma hanno partecipato l’associazione culturale Examina, il palazzo del cinema – Hisa filma, il Kinemax, il Centro di salute mentale di Gorizia, la Cooperativa La Collina, la sede goriziana della Croce rossa italiana e Radiofragola.

 

    «Dopo il successo della precedente edizione – commenta Flavio Cecere dell’associazione Examina –, abbiamo consolidato i rapporti tra le varie figure presenti condensando in queste serate gli aspetti più importanti emersi in questi mesi di preparazione attorno al tema della sessualità, e, soprattutto, quelli di cui meno si ha la tendenza a parlare, per riuscire ad attrarre un pubblico variegato e interessato».

 

    Il via, come anticipato, giovedì 14 alle 20 al Kinemax di Gorizia in piazza Vittoria 14. Ad essere proiettato per la prima serata sarà “Kiki e i segreti del sesso”, film spagnolo del 2016 diretto da Paolo Léon che ha registrato grande successo al botteghino con oltre 6 milioni di euro incassati. Remake dell’australiano “The Little Death”, la pellicola affronta il tema del sesso e dell’amore attraverso cinque storie. Altrettante coppie coppie esplorano le loro diverse parafilie sessuali e le diverse sfaccettature della sessualità, alla ricerca della felicità. Una donna soffre di dacrifilia, si eccita nel vedere il proprio compagno piangere, un’altra è affetta da arpaxofilia, prova piacere sessuale quando viene derubata, e un’altra ancora soffre di efefilia, si eccita quando tocca tessuti morbidi. Un uomo affetto da sonnofilia, ha bizzarre fantasie mentre la moglie dorme.

    Ospiti del dibattito finale saranno lo psicologo e sessuologo Federico Sandri, impegnato professionalmente tra Trieste e Gemona del Friuli, e la blogger Greta Tosoni, fotografa, fondatrice del progetto su sessualità e diversity “Virgin & Martyr”, oltre che “sesperta”, come vengono definite le persone, professioniste e non, che divulgano online la sessualità.

 

    Il calendario proseguirà poi, giovedì 21 novembre, con la proiezione di “The Special Need”, film girato dall’udinese Carlo Zoratti e, al termine, con il dibattito a cui parteciperanno, oltre allo stesso regista, anche la produttrice Erica Barbiani, il protagonista del film, Enea Gabino, e la psicologa Miriam Klanjscek.

 

    L’ultimo appuntamento, sempre al Kinemax alle 20, giovedì 28, quando sul grande schermo verrà proiettato “Dallas Buyers Club”, film vincitore nel 2014 di ben tre premi Oscar. Al termine il confronto proseguirà grazie alla presenza, oltre che del regista Cristian Natoli, del dottor Gianmichele Moise, dermatologo e responsabile del Centro Malattie sessualmente trasmesse di Gorizia e della dottoressa Claudia Colli, dermatologa e venerologa.