Il gallo e la tartaruga

Nel grande mosaico della Basilica di Aquileia c’è una scena che ritorna due volte, la raffigurazione della lotta tra un gallo e una tartaruga. Il gallo, che canta il sorgere del sole, rappresenterebbe il Bene, la tartaruga, etimologicamente “abitante del tartaro”, il Male. Che il male, in senso lato, infiltri il nostro quotidiano è sotto gli occhi di tutti, negli ultimi giorni ancor più del solito. Ci sono però i galli che combattono questi abissi di orrore e lo fanno nell’unico modo possibile, impugnando come arma quella bellezza che è parte della nostra cultura, della nostra identità.

Può darsi che, come scriveva Auden, non ci sia sole d’estate in grado di dissolvere le tenebre diffuse dai giornali, eppure ieri, proprio ad Aquileia, un raggio di luce limpida, incandescente, lo si è visto. Un concerto.

Certo le possenti mura della Basilica non sono fatte per accogliere il suono di un’orchestra sinfonica, che inevitabilmente sbatacchia tra una navata e l’altra con qualche eccesso di rimbombo. Ma sono dettagli, perché lì dentro, seduti alla buona su quel mosaico del IV secolo, si sente qualcosa di più, qualcosa che trascende la musica – suonata peraltro ottimamente dalla Gustav Mahler Jugendorchester diretta da Lorenzo Viotti.

Ascoltavo Viotti per la prima volta ed è stato una rivelazione. Basta l’attacco dell’Incompiuta per capire che, nonostante la giovane età, questo direttore ha un’idea chiara del suono che vuole, il seguito conferma che sa anche sfumare e mescolare i colori senza fratture e che, soprattutto, sa concertare. Il suo Schubert è pennellato ma incalzante, duttile ed equilibrato nelle sonorità ma increspato quel tanto da lasciare intravedere, tra le righe, il futuro che scalcia .

Difficile stabilire fin dove arrivino i meriti del maestro e dove inizino quelli della Gustav Mahler Jugendorchester che si conferma la straordinaria miscela di tecnica ed energia che conoscevamo. I ragazzi della GMJO – a chiamarli “professori d’orchestra” sembra quasi di rubare qualcosa alla loro giovinezza, anche se di fatto lo sono – lavorano insieme da pochi giorni, ma non si direbbe.

Il suono ha corpo ma non pesa, i pianissimi sono eterei e si percepisce, in ogni istante, un senso di verità e una dedizione alla musica assoluti. E poi c’è sempre quel coraggio di suonare “senza rete di protezione” di cui scrissi dopo lo straordinario Maher dello scorso anno. Stare sul podio di fronte a musicisti di questo livello è come cucinare con ingredienti di prima qualità, non possono che uscirne prelibatezze. Infatti lo chef Viotti serve un’ottima cena.

Ci sarebbe anche una Quinta di Mendelssohn di cui parlare, bella, bellissima e soprattutto c’è un Ave Verum Corpus finale che toglie il fiato per la delicatezza e l’intensità che ci mettono tutti. Lo cantano gli stessi musicisti ma, se non me l’avessero detto, avrei giurato si fosse unito a loro un coro di professionisti.

Questa sera si replica a Tolmezzo e nei prossimi giorni sono previste altre iniziative che trovate sul sito del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone, dove la GMJO è attesa per la doppia inaugurazione in 6 e 7 settembre.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
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La Tosca di Puccini trionfa al Verdi di Trieste

Un successone. Ormai l’abbiamo capito, al pubblico triestino piace l’opera “tradizionale”, quella che non riserva mai troppe sorprese ma nemmeno delusioni, l’opera in cui le cose vanno come ci si aspetta che vadano, e la Tosca firmata da Hugo de Ana in scena al Verdi rientra pienamente nella categoria.
Insomma si parla del classico spettacolo in cui tutto ciò che chiede il libretto (o quasi) è al suo posto, discretamente curato nella recitazione e nella realizzazione ma anche – anzi, proprio per questo – tremendamente prevedibile.

Certo una volta accettata l’idea che ogni cosa sia già scritta sin dall’alzata di sipario, la Tosca di de Ana funziona. Le scene sono ben fatte, piacevoli nonostante le evitabili proiezioni, gli artisti sono mossi con mestiere, pur nel solco di una concezione molto agée del teatro operistico. Però i personaggi sono quanto di più convenzionale si possa immaginare e ricalcano modelli già noti e frequentati sin dall’alba dei tempi e il “teatro”, che dovrebbe essere il fine ultimo di ogni produzione, latita. Poco male, il pubblico apprezza come non mai quindi ben venga, almeno di tanto in tanto, la cosiddetta “tradizione”.

A scanso di equivoci, sotto l’ampio tetto della tradizione ci sta davvero di tutto. Da un certo punto di vista anche la direzione di Fabrizio Maria Carminati potrebbe entrarci, utilizzando però il termine nella sua accezione più nobile; il riferimento è alla grande scuola dei direttori operistici italiani, di cui il maestro par essere un degno epigono.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare: ho ascoltato Carminati molte volte ormai e non mi ha mai deluso, qualunque repertorio affronti – in ambito operistico – riesce sempre a centrare lo stile più adatto, le sonorità, la tinta richieste, garantendo qualità musicale e ottimo svolgimento tecnico del melodramma (il che significa: palco sostenuto al meglio, buon passo teatrale, suoni levigati ed equilibrati). La sua Tosca è in tal senso emblematica: felpata, limpida, calda. Merito suo ma anche dell’orchestra di casa che, al netto di qualche minima sbavatura in apertura, suona benissimo.

Foto Fabio Parenzan

Un passo indietro i cantanti. Svetla Vassileva è una Tosca di temperamento e bella presenza, vocalmente solida e rifinita ma anche troppo arruffata nella dizione e con qualche suono fuori controllo in zona acuta.

Ben calato sulla scena ma alterno nel canto il Mario Cavaradossi di Massimo Giordano.

Angelo Veccia è uno Scarpia convincente sia per quanto riguarda la vocalità, sia perché capace di dominare la scena con una recitazione misurata ed essenziale ma molto efficace.

Dario Giorgelè si rivela un sagrestano affidabile ma eccessivamente sopra le righe, Zoltán Nagy è un buon Cesare Angelotti. Bene tutti gli altri: Motoharu Takei (Spoletta), Fumiyuki Kato (Sciarrone), Giovanni Palumbo (Un carceriere) ed Emma Orsini che, nel breve intervento del Pastorello, fa ascoltare ottime cose.

Molto positiva la prova del Coro del Verdi preparato da Francesca Tosi così come si comportano benissimo I piccoli cantori della città di Trieste diretti Cristina Semeraro.

Teatro praticamente esaurito, trionfo per tutti con punte di entusiasmo per soprano e tenore.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
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La Sonnambula al Verdi di Trieste

Pochi mesi fa, una fetta cospicua e rumorosa di pubblico triestino sotterrò di fischi un Flauto magico (tutto sommato interessante) a firma di Valentina Carrasco, colpevole di empietà, lesa maestà, eresia e tutto il resto. Sua colpa l’avere ambientato il Singspiel mozartiano in una casa di bambole. Ora al Verdi sbarca La Sonnambula di Bellini, in un allestimento di Giorgio Barberio Corsetti proveniente dal Petruzzelli di Bari. Indovinate dove viene calata la vicenda? Esattamente, in una casa di bambole. Esito: successo unanime.

Due pesi e due misure si direbbe, e non se ne capisce la ragione, anche perché il lavoro della povera Carrasco reggeva su una coerenza drammaturgica e su una solidità tecnica di ben altro spessore rispetto alla ricontestualizzazione, tutto sommato velleitaria e stantia, operata da Barberio Corsetti.

La Sonnambula diventa, per l’appunto, una storia di bambole. I personaggi prendono vita da tre (orribili!) pupazzi, e come pupazzi si muovono “lillipuzianamente” in un mondo sospeso tra sogno e veglia, tra pezzi d’arredamento in macroscala.
L’idea però si arena qui e lo spettacolo, per il resto, si articola secondo i crismi della più rassicurante tradizione. Cambia lo sfondo, quello sì, dal momento che in luogo di mulini e monti svizzeri spuntano un lettone, una poltrona gigantesca, un comò nei cui cassetti riesce a nascondersi il soprano stesso e altro ancora. Insomma il taglio drammaturgico, che vorrebbe esaltare un certo infantilismo di Amina, si trasforma in un mero dato di contesto che nulla aggiunge a quanto sappiamo già della Sonnambula, del linguaggio belliniano, di Elvino e dei rapporti tra i protagonisti.

Può farci poco Fabio Cherstich, il quale rimonta lo spettacolo senza riuscire ad infondervi un dinamismo che riscatti la pochezza del disegno originale.

Scene e costumi di Cristian Taraborrelli hanno un grave difetto: sono molto rumorosi nei movimenti, il che fa a pugni con la delicatezza della musica belliniana, rovinando più di un momento.

Il disegno luci di Marco Giusti non riserva particolari sorprese.

Foto Fabio Parenzan

Sul fronte musicale non si ascoltano meraviglie ma le cose vanno decisamente meglio. Aleksandra Kubas-Kruk sa difendersi negli scomodi panni di Amina. La voce non è grande né particolarmente accattivante ma è ben emessa, le note e le agilità ci sono, pur con qualche fissità di troppo in acuto, e anche il personaggio nel suo complesso è tratteggiato in modo convincente. Ciò che manca è una maggiore incisività nell’accentare, nel fraseggiare e soprattutto nel tenere il palco.

Bogdan Mihai è un Elvino pallido, musicalmente corretto ma debole per temperamento e vocalità.

Filippo Polinelli non replica le eccellenti prove della scorsa stagione: il suo Conte Rodolfo, pur esibendo una spiccata sensibilità nel dare colore ed espressività alle parole, in particolar modo nei recitativi, soffre di qualche increspatura nella linea e, stranamente, anche di volume ridotto.

Positiva la prova della brava Olga Dyadiv, Lisa squillante e ben calata sulla scena. Marc Pujol è un Alessio rivedibile. Ottimo il contributo di Namiko Kishi, Teresa, e di Motoharu Takei, Notaro.

Guillermo García Calvo firma una direzione talmente attenta al palco e agli equilibri da risultare sì garbata e pulita ma, a tratti, eccessivamente piatta, soprattutto nello spettro dinamico. L’Orchestra del Verdi si conferma, al solito, formazione di assoluto affidamento.

Bene il coro preparato da Francesca Tosi.

Applausi per tutti, qualche isolata contestazione per il tenore.

Paolo Locatelli
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Lucia di Lammermoor di Donizetti al Teatro La Fenice

Quando si tratta di belcanto, c’è una conditio sine qua non per il pieno successo: la presenza di una grande primadonna. Nel caso della Lucia di Lammermoor in scena alla Fenice di Venezia la grande primadonna c’è e si chiama Nadine Sierra. Lo dico chiaramente, abbandonando ogni prudenza e con il rischio di essere smentito dagli eventi: la Sierra ha talento e tutti i numeri per diventare uno dei soprani più importanti a livello internazionale nei prossimi anni. È bella, carismatica, sa recitare e muoversi “sulla musica” e, soprattutto, ha una padronanza tecnica ed espressiva della vocalità da prima della classe. La sua Lucia, pur collocandosi in scia alla tradizione degli usignoli, è illuminata da una rinnovata freschezza che esalta la modernità del personaggio: ne esce una protagonista della delicatezza adolescenziale al cui candore e alla cui giovinezza, per una volta, si crede ciecamente.

C’è sì, sul fronte musicale, tutto il campionario di acuti e variazioni che una simile impostazione comporta e che potrà far storcere il naso a qualcuno – c’è insomma più virtuosismo che “corpo” vocale – eppure tutto ciò è ottenuto tramite una pulizia della linea e una raffinatezza espressiva del canto che alla fine conquista oltre ogni perplessità.

Il bagaglio tecnico della Sierra è infatti adattissimo all’opera italiana della prima metà di Ottocento: legato, omogeneità di emissione in ogni registro e in ogni modulazione dinamica, buone agilità e sovracuti insolenti e facili.

Le fanno degno contorno, pur restando un passo indietro, gli altri cantanti. A Francesco Demuro, Edgardo, manca qualcosa in termini di legato e morbidezza d’emissione per risolvere nel migliore dei modi la parte ma è per il resto autore di una prova convincente, soprattutto per temperamento e presenza scenica.

Se la cava bene Markus Werba, Enrico Asthon di bel timbro e sana vocalità nonché eccellente attore. Il Raimondo Bidebent di Simon Lim si impone per lo spessore dello strumento.

Molto positivo il contributo di Francesco Marsiglia (Lord Arturo Bucklaw), Angela Nicoli (Alisa) e di Marcello Nardis, Normanno.

Fondazione Teatro La Fenice GAETANO DONIZETTI, LUCIA DI LAMMERMOOR
Direttore Riccardo Frizza
Regia Francesco Micheli
Photo ©Michele Crosera

Riccardo Frizza ha molti meriti nell’eccellente riuscita musicale della produzione, firmando una direzione esemplare per efficacia teatrale ed equilibrio della concertazione. Frizza trova la giusta misura nel valorizzare il respiro melodico della partitura, centrando una pregevolissima flessibilità nei fraseggi, senza rinunciare al necessario impeto nelle pagine più drammatiche. Il palco è sorretto al meglio con un’attenzione al canto, indispensabile nel repertorio belcantistico, che non inciampa mai nel servilismo.

Giova molto alla compiutezza drammaturgica dello spettacolo il fatto che l’opera sia restituita nella sua (quasi) totale integrità, con la glassarmonica in buca ad accompagnare la pazzia.

L’Orchestra della Fenice è in splendida forma e si conferma agli alti livelli cui ci ha abituati negli ultimi tempi. Merita un elogio l’ottima arpa di Nabila Chajai.

Fondazione Teatro La Fenice GAETANO DONIZETTI, LUCIA DI LAMMERMOOR
Direttore Riccardo Frizza
Regia Francesco Micheli
Photo ©Michele Crosera

Resta da dire di Francesco Micheli, il quale legge Lucia di Lammermoor come la storia di un uomo che perde tutto: Enrico. Lo spettacolo parte da un flashback attraverso cui il fratello della protagonista rivive, tra fantasmi soffocati dall’alcol e tormenti, i propri fallimenti. Enrico non solo non è stato capace di salvare la propria famiglia dalla rovina, ma ha immolato al tentato riscatto ogni bene, a cominciare dalla vita di Lucia.
Sullo sfondo c’è qualche richiamo, non troppo velato, al popolo italiano, divorato da lotte interne e divisioni ereditate dai padri, al pari degli Asthon e dei Ravenswood. I bei costumi di Alessio Rosati, giocati tra il verde, il bianco e il rosso, sono in tal senso emblematici.

Al di là dell’idea, che potrà piacere o meno, va riconosciuta al regista la capacità di darle corpo: la recitazione degli artisti sul palco è curata e fluida (pur con qualche sottolineatura di troppo qua e là), le masse sono ben manovrate, in particolar modo nella riuscitissima scena del ricevimento di Arturo. Di ciò va reso merito al Coro della Fenice preparato da Claudio Marino Moretti che, oltre a cantare splendidamente come di consueto, offre una prova maiuscola anche sul versante attoriale.

Le scene di Nicolas Bovey sono al servizio del taglio drammaturgico: un ammasso di vecchia mobilia in abbandono accoglie la vicenda, ricordando l’ormai inesorabile decadenza delle due famiglie scozzesi.
Efficace il disegno luci di Fabio Barettin.

Trionfo per tutti a fine recita, ovazioni da stadio – anche e soprattutto a scena aperta – per la protagonista.

Paolo Locatelli
paolo.locatelli@ildiscorso.it
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Tristan und Isolde al Teatro Verdi di Trieste

Quando a fine primo atto Tristano e Isotta cadono a terra privi di sensi, dopo aver bevuto il filtro d’amore, ho pensato per un attimo che il disegno registico di Guglielmo Ferro svoltasse clamorosamente, scombinando tutto d’un tratto le carte dell’onesta tradizione. Prendendo per buona l’idea schopenhaueriana rimasticata da Wagner secondo cui l’appagamento del desiderio sta nella rinuncia e quindi l’amore si realizza nella sua forma più estrema, la morte, questo dettaglio potrebbe ribaltare le prospettive. Spalancare gli abissi della fine nel momento esatto in cui i protagonisti si innamorano è brillante, almeno potenzialmente. Amore e morte non solo si toccano, si guardano negli occhi, ma nascono esattamente nello stesso istante.

La trovata avrebbe un suo fascino e soprattutto una sua ragione drammaturgica, a patto che venisse in seguito ripresa e sostenuta. Invece tutto si ferma lì, per tornare su comodi sentieri già battuti, con poche idee e qualche scivolone di troppo nella pratica (perché chiedere a due artisti maturi, e nemmeno troppo scaltri nella recitazione, pose adolescenziali nel duettone? Ammesso e non concesso che le speculazioni filosofeggianti del momento si prestino a una simile impostazione).

Insomma, dopo un primo atto alterno, il secondo inciampa in qualche ingenuità, mentre le cose migliori si vedono nella terza parte che, pur non riservando particolari sorprese, ha una sua sobria coerenza narrativa e si giova di un finale assai indovinato, forse il momento di teatro più intenso dello spettacolo: Isotta si stende accanto al corpo esanime di Tristano per addormentarsi al suo fianco, dopo averlo avvolto nel proprio mantello.

Per il resto la regia non si segnala per particolari guizzi, tra pose stereotipate e qualche eccesso di staticità, i secondi comunque preferibili alle prime.

Le scene di Pier Paolo Bisleri non sono bellissime ma hanno una loro efficacia nel tratteggiare un ambientazione fosca e notturna. Senz’altro anch’esse, come del resto tutto l’allestimento, si avvantaggerebbero di un disegno luci più vario e fantasioso.

Foto Fabio Parenzan

Chi ha le idee molto chiare sull’opera e riesce a metterle in pratica senza cedimenti è Christopher Franklin che, spalleggiato da un’orchestra in forma smagliante, firma una prova in cui la pulizia della concertazione si fa essa stessa cifra interpretativa. È un Wagner sgrassato e limpido, a tratti quasi cameristico per la levità del suono e la delicatezza degli equilibri.

Che Tristan und Isolde sia una partitura assai più “leggera”, in termini di sonorità e impasti, rispetto ad altro Wagner non è certo una scoperta, ma riuscire a evitare il turgore e la densità senza perdere di contenuto, o peggio riuscire esangui o secchi nel suono, è un bel traguardo, e Franklin lo centra a meraviglia. La tinta orchestrale è cupa senza mai risultare pesante né confusa, il “balancing” impeccabile così come il sostegno al palco. I tempi tendenzialmente spediti aiutano la scorrevolezza della narrazione, pur senza eccessi di frenesia. Certo si tratta di una lettura che scontenterà i cultori della magniloquenza, al pari di chi si aspetti un’epicità poderosa. Franklin guarda in direzione opposta, verso un lirismo intimo e raccolto fatto di sfumature e mezzetinte.

Come accennato l’Orchestra del Verdi suona benissimo per qualità timbrica e precisione, al netto di qualche piccola sbavatura incidentale. Eccellenti gli archi per pasta e colore, sugli scudi i legni.

Funziona nel complesso un cast che forse non gioca per la Serie A ma che sa ben difendersi in un’opera tanto faticosa. L’Isolde di Allison Oakes ha tutte le note richieste dalla parte e la resistenza necessaria ad arrivare in fondo con freschezza. La voce non è speciale ma sicuramente adatta al repertorio, soprattutto in ragione di un’ottava acuta sonora e penetrante. Ciò che manca al soprano è un briciolo di personalità nel tenere il palco e nel definire il personaggio.

Se la cava Bryan Register, Tristan, pur con qualche scricchiolio di troppo nella tenuta vocale e, soprattutto, un carisma scenico non travolgente.

Molto positiva la prova di Nicolò Ceriani, Kurwenal di bel timbro e volume ampio. Alexey Birkus è un Marke cui difetta un po’ di spessore vocale ma ben calato nella parte e sufficientemente espressivo nel declamato.

Alla Brangäne di Susanne Resmark manca la necessaria brillantezza negli acuti per convincere pienamente.

Il Melot di Motoharu Takei, il giovane marinaio di Andrea Schifaudo, il pastore di Dax Velenich e il timoniere di Hitoshi Fujiyama si comportano egregiamente.

Inappuntabili gli interventi del coro preparato da Francesca Tosi.

Grande successo di pubblico alla prima. Spettacolo da non perdere.

Paolo Locatelli
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Foto Fabio Parenzan




La Carmen di Bieito e Chung al Teatro La Fenice

Se si prende uno spettacolo tra i più importanti degli ultimi vent’anni – la Carmen di Calixto Bieito lo è senza ombra di dubbio – e lo si affida a un direttore d’orchestra dalla personalità eccentrica e delle abilità stregonesche nel distillare suoni e teatro, il risultato è garantito.

Lo spettacolo di Bieito mette da parte l’oleografia delle Carmen in costume, spogliando palco e personaggi di ogni orpello per restituire all’opera tutta la sua forza drammatica e teatrale. Carmen è una storia d’amore e di morte, la storia di una donna che sceglie di rivendicare il proprio diritto di essere libera fino alle estreme conseguenze.

Nelle scene di Alfons Flores non c’è spazio per il folclore: la presenza del popolo è ridotta all’osso, la corrida vagamente accennata dalla sola sagoma di un toro (quello del brandy Osborne), zingari e contrabbandieri si muovono su vecchie Mercedes scassate. L’azione è spostata in un passato prossimo degradato, un sud periferico e torrido fatto di miseria e violenza. La Spagna è richiamata esplicitamente dalla sola bandiera che sventola su un pennone. Ed è una Spagna polverosa ed assolata in cui si scontrano ed intrecciano due mondi opposti ma profondamente simili, figli della stessa cultura machista: il mondo militare, fatto di soprusi, corruzione e nonnismo (in cui non è difficile scorgere il fantasma della dittatura franchista) e quello dei contrabbandieri. Due fronti della maschilità più rozza e volgare, caratterizzati da una virilità esibita e deviata. Le donne sono il collante tra questi poli, o meglio la merce di scambio, donne abusate con la complicità dell’alcol, prostitute per necessità piuttosto che per scelta sin dalla più tenera età.

Il lavoro del regista sui personaggi in scena è curato nel minimo dettaglio fino all’ultima delle comparse, il ritmo è indiavolato, salvo poi trovare pace in momenti di assoluta poesia (come il Preludio al terzo atto).

Il disegno luci di Alberto Rodriguez Vega è poi un piccolo capolavoro.

Myung-whun Chung, oltre ad essere l’alchimista del podio che tutti conoscono, ha un’altra grande virtù: sa raccontare quanto accade sul palco, valorizzandolo al massimo livello. Già ne diede prova lo scorso anno, quando parve animare di un’inedita poesia la pallida Madama Butterfly di Mariko Mori. La Carmen di Bieito ovviamente non necessita di nessuna defibrillazione ma può giovarsi di una lettura orchestrale che marci nella sua stessa direzione. E Chung, fin dalle stilettate che aprono l’Ouverture, dimostra di calarsi alla perfezione nel quadro dipinto dal regista. Al di là della compattezza narrativa e della preziosità della concertazione, che quando si parla del maestro coreano sono date per scontate, c’è infatti un’aderenza al palco per quanto attiene i colori, le suggestioni, che lascia di stucco. Pur nella ricchezza di finezze e nuances, nella perfetta esposizione del dettaglio e dei piani sonori, Chung non dà mai l’impressione di suonarsi addosso o di voler stendere in una calligrafia ricercata la partitura. Questa Carmen è puro teatro, è un pugno in pancia.

Basterebbe prendere quell’Habanera scabra e secca, staccata senza alcun compiacimento ritmico e con un’asciuttezza quasi ruvida dei violoncelli, o il finale primo, che stende come un montante ben assestato, oppure ancora il tema del Toreador, sorridente e civettuolo nei Couplets, cupo di una malinconia soffocata e vagamente sensuale quando lo riprendono, sempre i celli, nello scontro finale di terzo atto, quasi sardonico allorché risuona ancora nelle ultime battute.

Tutto perfetto dunque? Sì e no. C’è infatti un “ma”: i tagli. Non si parla solo dei dialoghi, di cui non resta che qualche traccia, ma anche di parecchia musica (l’amputazione del concertato dei contrabbandieri “Quant au douanier, c’est notre affaire” grida vendetta!).

Ciò detto, l’Orchestra della Fenice suona eccellentemente in ogni sezione: scattante, levigata, brillante, e il coro preparato da Claudio Marino Moretti è una meraviglia.

Veronica Simeoni, Carmen, canta bene, a tratti benissimo; la voce è bella e luminosa, soprattutto in alto, e regge senza patimenti l’intera scrittura. Il disegno di Bieito però richiede qualcosa di diverso in termini di personalità e attitudine: la Simeoni è una protagonista troppo “buone maniere” per questi bassifondi degradati, le manca quella sensualità brada e animalesca, anche un po’ volgare, che è la cifra essenziale di Carmen per come l’ha pensata il regista.

Il Don Josè di Roberto Aronica soffre di qualche eccesso di ruvidezza nel canto ma tiene valorosamente la scena.

Ekaterina Bakanova, Micaëla, è il genere di artista che quando sta sul palco vive per il personaggio, senza sprecare né un gesto, né una nota. Ogni intenzione, sia essa una semplice occhiata, uno scatto, un pianissimo o un dettaglio di fraseggio, è in funzione della musica e, soprattutto, del teatro.

Vito Priante è senza dubbio un cantante raffinato e sensibile, capace di modellare il canto con eleganza e morbidezza, ma la parte di Escamillo sembra stargli ancora larga, soprattutto in termini di volume e spessore.

Meritano un elogio Laura Verrecchia (Mercédès) e Claudia Pavone (Frasquita) che sono bravissime entrambe, così come Armando Noguera e Loïc Félix, rispettivamente un Dancaïre e un Remendado di alto profilo.
Buona la prova di Matteo Ferrara, Zuniga; all’altezza il Moralès di Francesco Salvadori.

Bravissimi sotto ogni punto di vista i Piccoli Cantori Veneziani diretti da Diana D’Alessio.

Successo pieno, ovazioni da stadio per Chung. Da non perdere.

Paolo Locatelli
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Les Pêcheurs de Perles di Bizet al Teatro Verdi di Trieste

È vero, nell’isola di Ceylon succede poco o niente. Non è facile per un regista mettere le mani su lavori come Les pêcheurs de perles, figli della moda orientalista che a metà Ottocento imperversava nel teatro operistico europeo, in particolar modo francese. Non è facile perché questo tipo di estetica, che mirava a conquistare il pubblico con gli esotismi di un mondo lontano e favoloso, regge sulla straordinarietà della confezione piuttosto che del contenuto. Non è un teatro dalla drammaturgia forte insomma, e, nel caso specifico dei Pescatori, nemmeno d’azione (lo è in altri casi, ascrivibili soprattutto al grand opéra).

Per garantire una fedeltà sostanziale alla natura di tale repertorio, e renderlo accattivante, bisognerebbe essere in grado di riprodurne l’incanto, solleticare nel pubblico quel fascino onirico e misterioso che nasce dal racconto di mondi remoti e sconosciuti. Chiaramente tutto ciò appare difficile al giorno d’oggi, soprattutto se non si dispone di mezzi scenotecnici ed economici da grandi produzioni. Se poi si sceglie di metterla sul piano della tradizione, nell’accezione più frusta del termine, le insidie si fanno ancora più scoperte perché quanto detto finora emerge senza che ci sia spazio per filtri né mediazioni.

È il caso dello spettacolo di Fabio Sparvoli in scena al Verdi di Trieste, che fa della fedeltà al verbo librettiano la propria ragion d’essere. Al di là dei propositi, che non sono mai né giusti né sbagliati, a fare la differenza è la qualità della realizzazione che, nel caso specifico, è assai modesta.

Le scene di Giorgio Ricchelli riproducono con scarsa ispirazione una spiaggia sbiadita e difficilmente praticabile per gli artisti (ha senso produrre delle scenografie che ostacolano la fluidità della recitazione?); sarà l’età dell’allestimento, saranno le numerose riprese in giro per l’Italia, ma davvero l’impianto pensato da Ricchelli tradisce ormai molte, troppe rughe.

Nemmeno la regia riscatta la piattezza delle scene: Carlo Antonio De Lucia, che rimonta lo spettacolo, si limita al minimo sindacale: recitazione stereotipata e piatta sia per i singoli, sia per le masse, assoluta genericità nella definizione dei caratteri.

Foto Fabio Parenzan

Vanno decisamente meglio le cose sul fronte musicale. Oleg Caetani sa dosare tempi e sonorità al fine di garantire la giusta scorrevolezza narrativa. Il palco è sostenuto alla perfezione con un’attenzione che non scade mai nel servilismo, così come curati sono gli equilibri interni all’orchestra. Insomma Caetani svolge un eccellente lavoro di concertazione, ben spalleggiato dall’Orchestra del Verdi che risponde con buona qualità di suono e un’apprezzabile limpidezza.
Si può rimproverare al maestro solamente un eccesso di timidezza nella ricerca dei colori e nelle dinamiche, che si stempera solamente nel concertato che chiude il secondo atto.

Tra i cantanti spicca Mihaela Marcu, Léïla, che ha voce bella ed omogenea sorretta da una consapevolezza tecnica che consente di mantenere l’emissione sempre morbida e rotonda.

Jésus Léon è un Nadir corretto ma pallido, capace di legare e sfumare ad alta quota ma in debito di volume e sostegno nell’ottava grave. Lo Zurga di Domenico Balzani è vocalmente all’altezza della situazione. Gianluca Breda è un Nourabad forse un po’ ruvido ma forte di un’ampiezza di strumento non comune.

Buona la prova del coro preparato da Francesca Tosi.

Ottimo successo di pubblico.

Paolo Locatelli
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Foto Fabio Parenzan




Gina di Francesco Cilea al Teatro Malibran di Venezia

Chi conosce la Gina di Cilea? Nessuno. Di fatto dopo la prima esecuzione assoluta (Napoli, 1889) se ne sono perse le tracce, almeno fino agli inizi del nuovo millennio. Poi un paio di sporadiche riprese, un’incisione e di nuovo il silenzio. Ora ci prova il Teatro La Fenice, ove le riscoperte e le incursioni nei meandri più remoti del repertorio stanno diventando una piacevole consuetudine.

A volte dai polverosi scaffali delle cantine operistiche emergono veri e propri gioielli, talora pezzi di onesta bigiotteria, altre volte ancora qualche scarto di poco valore.

Gina, diciamolo subito, non rientra tra i manufatti più preziosi. Vi si può riconoscere la vena musicale del Cilea che verrà, che è immatura ma promettente, si può scorgere qualche spunto interessante, ma davvero si fatica ad apprezzare il lavoro nella sua interezza, soprattutto a causa di un libretto poeticamente modesto e pressoché nullo nella drammaturgia. Quest’opera insomma ha poco da raccontare al nostro 2017, e la sua presenza in cartellone va dunque presa per quello che è: un’affascinante operazione di archeologia musicale.

Non si può pertanto chiedere a Bepi Morassi di cavare il sangue da una rapa. Saggiamente il regista cerca di assecondare la trama senza inventarsi nulla di troppo, risolvendo agilmente la recitazione con ritmo e un’apprezzabile vivacità, ma scivolando in qualche effettaccio di troppo.

Nella tradizione anche le scene del giovane Francesco Cocco che non sono affatto brutte ma forse eccessivamente oleografiche per un contesto, registico e drammaturgico, che si gioverebbe di un minore didascalismo. Metterla eccessivamente sul piano del realismo, con un’opera dalla trama e dai personaggi talmente abbozzati da risultare inconsistenti, può rivelarsi rischioso; avrebbe giovato maggiormente valorizzare le suggestioni bozzettistiche che pure nel lavoro di Cocco, e nei bei costumi di Francesca Maniscalchi, ci sono.

Tra i cantanti spicca la brava Arianna Vendittelli (già apprezzata nel Segreto di Susanna della scorsa stagione): voce brillante che riempie bene la sala e, soprattutto, artista a tutto tondo. Alessandro Scotto di Luzio se la cava bene nei panni di Giulio.
Positive le prove di Armando Gabba, solido Uberto, e di Valeria Girardello, Lilla. La scrittura di Flamberge pare invece troppo grave per la vocalità di Claudio Levantino, che si trova spesso in debito di volume.

Sul podio dell’ottima Orchestra del Teatro La Fenice, Francesco Lanzillotta sostiene con garbo palco e narrazione, senza sbandamenti né disequilibri ma, forse, con qualche eccesso di prudenza.

Si disimpegna senza problemi il coro preparato da Ulisse Trabacchin.

Paolo Locatelli
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Tannhäuser secondo Bieito al Teatro La Fenice

Per Calixto Bieito, Tannhäuser è un outsider, uno di quelli sempre fuori posto, deboli e impacciati, che non sanno adattarsi agli schemi della vita sociale. E sulle persone così, disallineate ma con una sensibilità iperreattiva, i conflitti pesano come macigni.

Il centro della questione non è la religione, non è la fede, non è l’amore. Il punto focale dell’opera è l’uomo, è il processo dialettico che forma una personalità e regola le relazioni, con se stessi e con il mondo. Insomma la classica contrapposizione tra natura e ragione. Siamo dalle parti dell’abc freudiano: da una parte le pulsioni animalesche, istintive, dall’altra la necessità di controllarle per vivere armonicamente in una collettività. Tannhäuser sta nel mezzo, in un limbo, troppo disadattato per il mondo degli uomini (quello delle regole, non ha nemmeno gli abiti giusti per entrarci), troppo represso per abbandonarsi agli impulsi che lo tormentano. Da qui la sua sofferenza. È un tema che in Wagner torna, non sarà geniale pensarci ma può funzionare. Infatti funziona alla grande, perché Bieito è un signor regista e sa farlo passare senza inciampare in elucubrazioni o simbolismi lambiccati.

Ci sono due luoghi: quello di Venere, una foresta capovolta (atto primo), quello degli uomini, un ambiente artificiale dall’architettura gelida (atto secondo). Il terzo ne è la sintesi: gli alberi sfondano le barricate del palazzo, lo divorano e ne diventano parte integrante. Istinto e ragione trovano il punto d’incontro, ed è quello che siamo noi tutti. È questa la redenzione di Tannhäuser, la risoluzione della dialettica in un unicum che è, appunto, l’Io, la persona.

Non può che essere così, la tendenza verso uno solo dei due poli crea uno squilibrio: Wolfram da un lato, che finisce per essere travolto dalla risacca delle pulsioni soffocate e perdere tutto, l’ipersessualità coercitiva di Venere dall’altro, un erotismo grottesco e sbagliato, deforme e sottosopra come il suo Venusberg.

L’idea è brillante, renderla con tale coerenza e semplicità è cosa da grande artista.

Tutto va di pari passo in questo Tannhäuser, anche sul versante musicale, a partire dalla direzione di Omer Meir Wellber che fa un Wagner teso e incalzante, più di sangue che di metafisica, e dunque perfettamente in linea con il palco. Il suono evidenzia qualche limite solamente nei forti, tendenzialmente opachi, ma è per il resto pregevolissimo. L’Orchestra della Fenice infatti rende uno splendido servizio alla musica e al direttore, confermandosi duttile e compatta ma anche capace di raffinatezze timbriche e dinamiche.

Merita poi un plauso speciale l’ottima Roberta Ferrari, catapultata in buca per salvare la recita del 28 gennaio, sostituendo al pianoforte (elettronico) l’arpista ammalata.

Anche il protagonista è un sostituto: Paul McNamara in luogo dell’indisposto Stefan Vinke. Il tenore ha uno strumento chiaro e di volume modesto ma regge con onore la scomodissima tessitura della parte e si rivela, soprattutto nel terzo atto, interprete interessante. Molto positiva la prova di Liene Kinča, Elisabeth dalla bella voce di soprano lirico.

Christoph Pohl è un Wolfram von Eschenbach di tutto rispetto: timbro fresco, tecnica d’alta scuola, presenza scenica notevole. Più debole, sia sul piano della personalità, sia vocalmente, la Venus di Ausrine Stundyte.

Corretto o poco più Pavlo Balakin, Hermann. All’altezza tutti gli altri.

Il Coro del Teatro La Fenice preparato da Claudio Marino Moretti giganteggia persino più del solito. Davvero magnifico.

Paolo Locatelli
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Il flauto magico nella casa delle bambole al Teatro Verdi di Trieste

Se fossi un regista, davanti al Flauto magico di Mozart non saprei dove sbattere la testa. La drammaturgia è contorta, eccentrica, i riferimenti culturali e musicali sono tanti e divergenti. In fin dei conti la scelta più saggia e vincente – Michieletto l’ha dimostrato di recente – è puntare su una chiave di lettura netta e svilupparla con coerenza, dimenticandosi del resto.

Valentina Carrasco conosce i ferri del mestiere (la scuola è quella della Fura e si vede), ha delle idee, forse anche troppe ma tutto sommato non così sovversive come è parso a parte del pubblico del Verdi di Trieste, e una discreta abilità nel realizzarle. Purtroppo anche lei si perde nella giungla del Flauto, tra esotismi e simbolismo, sacralità e pruriti terreni, metafisica e patafisica.

La Carrasco sceglie di lavorare su una regia a concetto: Isis e Osiris sono due bambini che creano lì per lì, sul momento, la storia di Tamino & Co., giocando con dei pupazzetti e una casa di bambole. I personaggi diventano creature in balia di due pargoli capricciosi e imprevedibili, come divinità nietzschiane.

La premessa è furbetta e non originalissima ma potrebbe funzionare, però a una sola condizione: la riduzione della trama a mera fiaba per bambini. Allora sì, i conti tornerebbero, ovviamente con qualche accettabilissima forzatura.

Invece la regista si lascia prendere la mano e mescola le fantasie infantili con ombre massoniche, i giochi con evocazioni funerarie (la tomba del padre di Pamina), connota le brame di Monostatos di significati sessuali per nulla fanciulleschi. Il risultato è confuso e a tratti incoerente. Non manca poi qualche evitabilissimo strale di denuncia sociale, come la “polizia femminista” che multa i misogini del tempio.

Insomma alla Carrasco si può rimproverare d’essersi persa per strada, di aver voluto strafare anziché perseguire con ostinazione un taglio drammaturgico che poteva funzionare.

Ciò detto la vanno riconosciute una notevole abilità nel gestire recitazione e ritmo e una buona dose di inventiva. Gli artisti sono mossi con spigliatezza, l’azione è molto curata sia nei protagonisti, sia nelle masse. Il racconto è fluido e senza impacci. E tutti questi non sono meriti da poco, per un regista.

Il pubblico l’ha sommersa di fischi. Meritati? No. No perché lo spettacolo, sul piano tecnico e realizzativo, è tra i migliori che si siano visti a Trieste negli ultimi tempi, al di là delle falle nella drammaturgia. Se poi nel 2017 si parla ancora di “atto dissacrante” o “vilipendio al genio di Mozart” per simili inezie, c’è solo da dispiacersi del fatto che ci sia una fetta di pubblico che non si è accorta di cosa sia il teatro, e di dove stia andando da cinquant’anni a questa parte. Peccato per loro, non sanno cosa si perdono.

Le scene di Carles Berga sono ben realizzate e belle, i costumi di Nidia Tusal meno.

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Foto Fabio Parenzan

Nessun dissenso invece per gli altri interpreti che sono tutti all’altezza della situazione e offrono – merce rara! – una Zauberflöte convincente in ogni componente (o quasi).

Pedro Halffter Caro concerta con attenzione agli equilibri interni e al palco, giocando più sull’articolazione che sui colori. Tensione, nessuna leziosità, suono asciutto ma mai secco, poco vibrato e un’apprezzabile freschezza narrativa. Insomma un Mozart del nostro tempo, peraltro suonato alla grande dall’Orchestra del Verdi, in forma smagliante.

Tra i cantanti la migliore è Elena Galitskaya, Pamina. La voce è leggera ma penetrante, l’emissione sempre morbida ed espressiva, sia nei recitativi, sia nel canto spianato.

Merto Sungu, Tamino, fatica nella prima aria ma è per il resto convincente e, nel secondo atto, anche qualcosa in più. Funziona il Papageno di Peter Kellner che ha voce di bel timbro e una buona comunicativa. Debole nell’accento e nel volume (ma anche nell’intonazione) la Regina della Notte di Katharina Melnikova.

David Steffens è un Sarastro giovanile ma sufficientemente autorevole, Motoharu Takei un efficace Monostatos. La Papagena di Lina Johnson è brillante ma vocalmente non irresistibile. Horst Lamnek è un Oratore corretto.

Meritano di essere menzionati i tre geni delle ottime Elena Boscarol, Simonetta Cavalli e Vania Soldan, così come sono davvero brave le tre dame: Olga Dyadiv (Prima), Patrizia Angileri (Seconda) e Isabel De Paoli (Terza). Affidabilissimi e solidi Giuliano Pelizon e Francesco Paccorini impegnati come sacerdoti e armigeri.

Bene, al solito, il Coro del Verdi preparato da Francesca Tosi.

Come detto, successo pieno per cantanti e direttore, furibonde contestazioni per la regista (che non l’ha presa benissimo…).

Un’ultima considerazione: fa bene il Sovrintendente, o chi per lui, a mettere in stagione spettacoli come questo, ben sapendo di andare incontro a reazioni contrastanti. Il pubblico deve avere la possibilità di conoscere anche un teatro che vada oltre il pedissequo svolgimento delle didascalie (succede in tutto il mondo da molti decenni), con buona pace di chi maledice i registi empi e traditori, colpevoli di pensare – e di chiedere al pubblico di pensare! – anziché sbobinare il libretto.

Paolo Locatelli
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Foto Fabio Parenzan