Primo maggio: il Tempo del Lavoro‏

Lavoro: parola e concetto ricchissimo di significato, di forza, di importanza. Il primo maggio si celebrano i tanti diritti conquistati dai lavoratori nel corso dell’ultimo secolo partendo da uno dei più centrali come l’orario di lavoro.  Le otto ore fissate come limite della normale giornata in fabbrica, in ufficio, nei cantieri donò il diritto ai lavoratori, coinvolti nell’industrializzazione, a poter essere a pieno persone. Gli operai poterono iniziare a godere del tempo libero, poterono istruirsi, studiare, crescere i propri figli con la garanzia di una retribuzione: la fabbrica restituiva il tempo all’uomo.
Il tempo è una parola che comprende il nostro volere e potere, è una dimensione uguale per tutti gli uomini ma è anche un bene fondamentale. Nelle situazioni di crisi, di precarietà e di
smarrimento, il tempo di molti viene saccheggiato; i cinquantenni si trovano spiazzati da un sistema che è radicalmente mutato rispetto a quindici anni fa, tanti giovani investono le proprie energie in attività di cui non è sicuro un tornaconto sufficiente per porre le basi necessarie a costruire un futuro dignitoso e magari formare una famiglia, la politica governa e legifera spesso senza criterio con decreti ad efficacia ridotta o temporanea senza adeguare realmente l’ordinamento e “tutelare il tempo degli elettori”. Il rispetto per il tempo proprio e altrui è un elemento essenziale per la convivenza civile: provate a pensare che ogni momento della vostra vita debba essere vissuto con serenità, cercate di utilizzare le giornate con i vostri cari per arricchire il vostro legame con loro, tentate di lavorare ogni giorno con uno scopo utile e concreto sia per voi stessi che per gli altri, in questo modo sarete garanti del vostro
tempo e avrete maggiore forza per richiedere che esso venga dagli altri rispettato a partire dalla politica.  Il sistema capitalista ci ha spinto a correre verso la ricerca di un impiego sempre meglio retribuito per diventare consumatori sempre più facoltosi, questo ha sicuramente creato un benessere economico senza precedenti dovuto al “consumismo che fa girare l’economia”, tuttavia l’avidità di pochi sta rubando il futuro di molti: la finanza
creativa, il desiderio del profitto illimitato, la mancanza di etica nell’alta classe dirigente del sistema finanziario fino ai signorotti locali, stanno facendo sorgere in molti la sensazione pericolosa che il loro tempo trascorra inutilmente. Serve chiarezza, servono promesse belle ma realistiche, visioni nuove ma sostenibili, serve una presa di coscienza collettiva e una
riscoperta seria del concetto di “società”. Solo in questo modo il Lavoro, il Tempo e le persone riacquisteranno Valore.

Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

® RIPRODUZIONE RISERVATA




Chi è colpevole paghi

Ragioniamo per periodi ipotetici, facciamo della fanta-cronaca. Facciamo finta di essere in Italia e facciamo finta che due pescatori italiani siano appena stati uccisi in modo accidentale da alcuni soldati della marina indiana, perché scambiati per pericolosi pirati. I giornali nel giorno seguente al tragico evento riempirebbero le prime pagine con titoloni inerenti la giustizia, condanna unilaterale verso l’aggressione, carcere per i soldati subito. Il governo si mobiliterebbe affinché fosse fatta chiarezza sull’accaduto e pretenderebbe un processo ai colpevoli in territorio italico, ma lo stato Indiano rifiuterebbe e proteggerebbe i suoi soldati, in quanto organi dello stato e quindi aventi l’immunità dalla giurisdizione rispetto agli Stati stranieri. Ora torniamo alla realtà. Mi piace considerare la giustizia un’idea universale, che quindi non ha legami con tempo, luogo o persona, ma è sempre valida in ogni circostanza. Non è chiaro cosa sia veramente accaduto il 15 febbraio, però una cosa è sicura due persone sono morte in circostanze strane e il minimo che si possa fare è dare delle risposte. Mi piacerebbe che lo stato italiano, prima di difendere a spada tratta i suoi uomini verifichi cosa sia accaduto, perchè è giusto tutelare i propri compatrioti, ma è altrettanto giusto condannare un’eventuale atto scorretto da parte degli stessi. Non ho letto su nessun giornale nazionale delle frasi di cordoglio alle famiglie dei due indiani uccisi, da parte degli organi di governo, solo parole di conforto ai due soldati arrestati. Le due vite che si sono spente non sono certo meno importanti della vita dei nostri marinai che attendono la loro sorte nei carceri indiani. Il governo sta facendo tutto il possibile per riportare i suoi soldati in Italia, e poi? Chiudiamo un occhio sull’accaduto e fine della storia? Quello che voglio sapere è avere la divisa rende appunto immuni da giustizia? Io credo in tutte le forze armate italiane, nella loro buona fede, ma come in ogni altro settore sono composte da uomini e gli uomini commettono errori. Se i due fucilieri italiani hanno sbagliato devono pagare a prescindere che siano organi dello stato o semplici uomini liberi. Non sono discorsi che rinnegano il paese in cui vivo o infamano le forze armate, sono discorsi di uguaglianza universale.

Carlo Liotti
carlo.liotti@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




SQUALLIDISSIMO SANREMO …. UFFA!

Ormai sono 62 anni,  che la Rai ci propina ad ogni inizio anno il Festival di Sanremo. Una volta si trattava di una lunga sequela di canzoni, senza spettacolo e con voto di giurie più o meno competenti che nel giro di tre serate decretavano la “canzonetta” simbolo di un intero anno. Erano poi le radio e  i discografici a pilotare le vendite per decretare quale fosse il motivo a segnare un’intera stagione o addirittura ad entrare nella storia delle musica italiana. Si è sempre trattato di canzonette popolar melodiche che avevano mercato solo tra i confini della nostra italica sonorità. Erano poi venuti gli anni dei mega spettacoli con ospiti stranieri e duetti con star internazionali, tutto per rivitalizzare un meccanismo che si andava inceppando. Nell’ ultimo decennio con spettacoli che sapevano sempre meno di gara canora e sempre più di gran spettacolo televisivo con più o meno avverse fortune oppure con ospiti di sicuro audience la macchina festivallara sembrava aver ripreso il suo smalto.  Ma ora ci rendiamo conto che 62 anni cominciano a diventare tanti, una volta a sessantanni si andava in pensione, anche perché il potenziale lavorativo ed inventivo cominciava a decadere. Ma per Sanremo ogni anno si inventa qualcosa di diverso. Ma diverso quanto? La serata iniziale è stata la continuazione dello show concluso l’anno scorso con Luca e Paolo, sul palco, è continuata con l’apparizione delle stesse prime donne dello scorso anno Belen ed Elisabetta, corse a salvare il Gianni,  grosse mani, dal forfait di Ivana Mrazova per un dolore improvviso ( forse anche colpa dello stress?), ed è culminata con il flop del voto demoscopico per il tilt del sistema tecnico di voto. Ma…Papaleo non aveva esrdito dicendo ” siamo tecnici” ? Ed i cantanti con le caanzoni che fine hanno fatto tra mezzora di introduzione della coppia Luca e Paolo e l’abbondante inutile intervento di un Adriano Celentano logorroico che per oltre un’ora ha attaccato tutti come un predicatore da quattro soldi e sempre dall’alto della sua ignoranza abissale fatta passare per logica e sarcasmo. Povero Festival, ormai appesantito dagli anni e dalle pretese degli sponsor e dei discografici, povera Rai se mette in vetrina una trasmissione come Sanremo per invogliare i ritardatari ad assolvere l’obbligo civico e morale di pagare il canone e proponendo la solita trasmissione che sembra un’accozzaglia di improvvisazione anche se dietro ci dovrebbe essere la preparazione di mesi di programmazione.  Una volta esisteva anche il Festival della canzone napoletana, ma quando l’iperbole era in fase discendente la trasmissione sfarzosa che era di contorno anche a quel festival poco alla volta ha mandato nel dimenticatoio qualla garaa canora, come pure il Cantagiro e Castrocaro, non sarebbe ora di mandare in pensione anche questo carrozzone che nonostante i buoni propositi di Monti e del suo governo tecnico continua a spendere soldi pubblici con la scusa del servizio pubblico. Ma con coerenza Monti non ha detto no anche alla candidatura dell’Italia per le Olimpiadi del 2020? Ed allora quando troveremo il coraggio di mandare a casa tutti quei dinosauri che continuano a spremere le mammelle di mamma Rai con i soliti risultati? Che squallore il parterre de roi con i soliti “Giletti” “Venier” “Mazza” e tutti i conduttori dei vari spazi Rai che per una settimana dalla mattina alla sera nasconderanno i problemi veri con le chiacchiere su Celentano e le canzoni sensa rima di cuore e amore proposte quest’anno. Dopo lo scivolone della classe politica che per circa un ventennio ha attutito le nostre menti , non sarebbe ora di fare un repulisty anche di questo logoro carrozzone?

Enrico Liotti

® DIRITTI RISERVATI

 




Pillole di modernità

Tra i secoli XVI e XVII si generò il pensiero moderno. Questa genesi ed i suoi conseguenti sviluppi sono tra i motivi principali della nostra attualità, del nostro modo di pensare. Grandi filosofi ed inventori come Descartes, Bacon e Galilei hanno radicalmente cambiato la storia dell’umanità e la prospettiva dell’uomo nella storia. Galileo introdusse una novità concettualmente folle: le irregolarità della natura sono misurabili e restringibili alle regolarità matematiche. Questa considerazione, per niente intuitiva, ha reso possibile lo sviluppo tecnico europeo, superiore a quello di qualunque altra cultura. Il cambio avvenuto con Galileo è grandioso, la domanda centrale per l’uomo smette di essere quella aristotelica. Non è più intorno all’essenza delle sostanze che ruota il sapere. La domanda principale portata all’uomo da se stesso ora è: come funzionano le cose? Francis Bacon genera una scheggia di modernità quando afferma che sono le soluzioni alle problematiche umane l’unico oggetto del sapere.

Descartes, nato una trentina d’anni dopo i due autori precedentemente portati ad esempio, parte quindi avvantaggiato nella sua riflessione filosofica. Il “cogito ergo sum” che tanto infastidisce gli studenti delle quarte di molti licei è un cambio radicale, di respiro ampio quasi quanto le novità portate da Galileo. L’idealismo cartresiano è opposto al realismo aristotelico ma è anche lontatno dall’idealismo platonico. Se prima di Descartes non c’erano dubbi sul mondo esteriore, sulla realtà, dopo di lui sarà il limite della nostra conoscenza rispetto agli oggetti del mondo l’argomento principale di molte trattazioni filosofiche. Se prima di Descartes l’ontologia era la base della gnoseologia, dopo di lui i termini si invertono e la teoria della conoscenza diventa la chiave di lettura principale per le teorie sull’esistente. Cartesio cambia il rapporto tra oggetto e soggetto della filosofia, ponendo al centro il soggetto, cioè l’uomo. Kant ha definito le teorie cartesiane come “la rivoluzione copernicana in filosofia”. Prima era il carattere ricettivo del soggetto che determinava una conoscenza certa, con l’idealismo cartesiano è il soggetto che, attraverso le sue senzazioni, crea una rappresentazione del mondo esteriore. Attraverso questo slittamento semantico del termine idealismo – con Platone il mondo delle idee era lontano dal nostro ma comunque “reale”, mentre con Descartes il mondo delle idee diventa il mondo che creiamo attraverso le nostre percezioni – abbiamo anche un isolamento della persona, la quale non si trova più sicura e salda in un mondo, certamente metafisico, ma accogliente, e viene piuttosto gettata in una realtà ostile e modificabile.

Non sono stati i pensatori a sentire ed inventare per primi una nuova epoca. Lo sbriciolamento del medioevo nel XVI e XVII secolo era già evidente ed in buona parte era già avvenuto. Il nuovo atteggiamento che l’umo aveva assunto nei confronti della propria esistenza si era già palesato. Ma sono stati i grandi pensatori ad esprimerlo minuziosamente dando all’età moderna alcuni paradigmi di cui nemmeno noi postmoderni ci siamo liberati. E quindi, forse, poi tanto postmoderni non siamo.

Luca Artico

© Riproduzione riservata




Positivo e negativo: considerazioni finali di Popper per una società aperta

Popper concorda con i dialettici sul fatto che le contraddizioni sono molto importanti per lo sviluppo del pensiero umano. Quello che egli rifiuta è la posizione dei dialettici, per i quali, visto che le contraddizioni sono fertili, costituiscono una spinta al progresso, non c’è alcun bisogno di evitarle. Così facendo il rischio è quello di non comprendere le cause che possono in ogni momento portare al totalitarismo, abdicando la ragione e rinunciando alla libertà. Popper infatti definisce Marx ed Hegel falsi profeti, considerando quest’ultimo il padre assieme a Platone dei regimi fascisti del Novecento (analisi criticata da Herbert Marcuse).

Una società aperta è per Popper quella che è basata sull’esercizio critico della ragione, una società che non solo tollera ma stimola, all’interno e attraverso le istituzioni democratiche, la libertà dei singoli e dei gruppi, in vista della soluzione dei problemi sociali, cioè in vista di continue riforme. Questo non vuol però dire che il democratico, proprio perché tale, debba accettare l’ascesa al potere dei totalitari. La domanda da farsi non è per Popper “Chi deve comandare?” bensì: “Come è possibile controllare chi comanda e sostituire i governanti senza spargimento di sangue?” . E’ questa l’impostazione di chi costruisce, perfeziona e difende le istituzioni democratiche a favore della libertà e dei diritti di ognuno e quindi di tutti. L’uguaglianza di fronte alla legge non è un fatto ma deve essere una istanza politica che riposa su una scelta morale. La fede nella ragione, anche nella ragione degli altri, implica l’idea di imparzialità, di tolleranza, di rifiuto di ogni pretesa autoritaria. Affiora così il tema della libertà, centrale in Popper, il quale, non a caso, può essere considerato uno dei massimi esponenti del liberalismo sociale.
“Il liberale ama la tolleranza e la libertà. Il suo amore per la tolleranza è la necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili. Tuttavia, egli è tollerante con i tolleranti, ma intollerante con gli intolleranti. La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti, la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”. [Popper, 1934]

 

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




Positivo e negativo: il pensiero critico di Popper

Popper introdusse, in contrasto con il criterio di verificabilità dei neopositivisti, il criterio di falsificabilità: una teoria scientifica, per quanto confermata, resta sempre smentibile, allora bisogna tentare di falsificarla, perché prima si trova un errore e prima lo si potrà eliminare con l’invenzione e la prova di una teoria migliore di quella precedente.

Da un sistema scientifico non esigerò che sia capace di essere scelto, in senso positivo, una volta per tutte; ma esigerò che la sua forma logica sia tale che possa essere messo in evidenza, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico deve poter essere confutato dall’esperienza“. [Popper, 1934]

Lo scopo dell’epistemologo austriaco era quello di trovare un criterio di demarcazione tra asserzioni empiriche ed asserzioni che empiriche non sono, ritenendo comunque che un asserto se non è scientifico non è affatto detto che sia insensato, infatti la discussione su qualsiasi problema è l’unico fondamento e l’unica molla della ricerca.

Non si può negare che, accanto alle idee metafisiche che hanno ostacolato il cammino della scienza, ce ne sono state altre che ne hanno aiutato il progresso. E guardando alla questione dal punto di vista psicologico, sono propenso a ritenere che la scoperta scientifica è impossibile senza la fede in idee che hanno una natura puramente speculativa, e che talvolta sono addirittura piuttosto nebulose; fede, questa, che è completamente priva di garanzie dal punto di vista della scienza e che, pertanto, entro questi limiti è ‘metafisica’ “.

[de Stefano, 2006]

 

In base a questo criterio Popper mosse pesanti critiche a marxismo, psicanalisi, storicismo e darwinismo (sul quale in seguito si ricredette), non ritenendo queste teorie scientifiche essendo organizzate in modo tale da sfuggire al rischio della falsificazione. L’inconfutabilità di una teoria non è affatto per Popper una virtù bensì un vizio.

Per quanto riguarda poi lo storicismo intende tutte quelle teorie che hanno preteso di cogliere il senso globale, oggettivo della storia, ovvero una sorta di destino cui gli individui dovrebbero uniformarsi, accettando la direzione di marcia della società, in tal modo svelata o profetizzata (vedi ad esempio Hegel, Marx, ecc.). Né la natura né la storia possono dirci che cosa dobbiamo fare, essendo noi stessi ad introdurre finalità e significato nella natura e nella storia.

In polemica con Adorno (scuola di Francoforte) che sosteneva che il metodo non può rifiutare la contraddizione se l’oggetto (la società) è in sé stesso contraddittorio, Popper afferma che non esistono contraddizioni nella natura delle cose ma solo nel pensiero, e la conoscenza scientifica deve evitare le contraddizioni proprio per poter cogliere l’oggetto, proponendo delle congetture e controllandole presupponendo la validità del principio di contraddizione.

Tutto questo si riflette nel rifiuto di Popper del materialismo dialettico e del suo storicismo.
Popper concorda con i dialettici sul fatto che le contraddizioni sono molto importanti per lo sviluppo del pensiero umano. Quello che egli rifiuta è la posizione dei dialettici, per i quali, visto che le contraddizioni sono fertili, costituiscono una spinta al progresso, non c’è alcun bisogno di evitarle. Così facendo il rischio è quello di non comprendere le cause che possono in ogni momento portare al totalitarismo, abdicando la ragione e rinunciando alla libertà. Popper infatti definisce Marx ed Hegel falsi profeti, considerando quest’ultimo il padre assieme a Platone dei regimi fascisti del Novecento (analisi criticata da Herbert Marcuse).

 

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




Positivo e negativo: Marx rovescia la dialettica

“Il signore o padrone è colui che ha rischiato per affermare la propria indipendenza, mentre il servo si è arreso perdendo la libertà. Tuttavia attraverso la paura della morte, il servizio ed il lavoro, il servo può formare sé stesso e invertire i ruoli.” Accettando l’idea di contraddizione solo dal punto di vista filosofico o metafisico, come una possibilità reale di cui tener conto, Hegel non scese nel particolare, cercando di capire la sostanza fenomenica (ovvero sociale) di tale contraddizione.

Viceversa, Marx ha dimostrato (parlando del proletariato) che l’antitesi ha vita propria, ha una propria autonomia, e che, una volta posta nell’esistenza, essa può anche determinare una sintesi imprevedibile per la tesi, partendo proprio dall’esempio servo-signore.

Rovesciando quindi la dialettica hegeliana (il metodo basato su tesi, antitesi e sintesi, dove la contraddizione rappresenta la molla grazie alla quale la realtà si sviluppa e dalla tesi si passa all’antitesi) Marx vuole partire dal mondo materiale, dalla lotta di classe e dall’alienazione del proletariato nella società capitalistica, per arrivare ad una società priva di classi e dominata da una democrazia totale: società comunista. Il mezzo è la rivoluzione sociale.

Le leggi filosofiche di questo materialismo dialettico, basi del marxismo sono secondo Engels:

1 Legge della conversione della quantità in qualità e viceversa, intesa come variazioni quantitative che culminano in un salto non graduale di qualità (nella Storia le rivoluzioni).

2 Legge dell’unità e compenetrazione degli opposti, ossia tutti i corpi esistenti sono in qualche forma collegati tra loro e agiscono uno sull’altro in quanto tutti fanno parte di un equilibrio naturale (lotta di classe).

3 Legge della negazione della negazione (denegazione): per cui ogni realtà è negata per dar luogo ad una formazione più alta. Così, ad esempio, il seme, cadendo su un terreno opportuno, è negato come seme, ma germogliando dà luogo alla pianta (la liberazione scaturisce dall’oppressione, in quanto l’unico modo di realizzarsi per l’uomo consiste nel negare le condizioni che negano il proprio essere).

Lungi da me scrivere di pura teoria filosofica, non ne sarei all’altezza, ma ho voluto mettere in evidenza la forza del pensiero di Marx per poter descrivere al meglio le critiche che Karl Popper muoverà verso questo sistema, verso queste visioni.

 

 

Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




Positivo e negativo: la lezione di Hegel

In Hegel la dialettica presuppone, come sfondo ineliminabile, la concezione della realtà come processo che si sviluppa mediante contraddizioni: la realtà è l’unità delle contraddizioni, e la verità è la struttura di tutte le verità; ogni singolo concetto, ogni determinazione, non ha senso isolatamente, al di fuori della totalità. La dialettica è appunto il movimento che forzando ogni realtà determinata, e svelandone la parzialità, articola la vita del tutto. Le contraddizioni, per Hegel, diversamente da Kant, che le considera solamente formali, sono interne alla realtà: è la stessa tensione immanente ad ogni finito che porta quest’ultimo a negarsi. In altri termini, la dialettica non è un metodo, un’astuzia del filosofo, ma la presentazione dello stesso mondo naturale e umano tramite il discorso.

Se la dialettica è il motore della realtà, il negativo, l’opposizione è il motore della dialettica. Nella Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito, Hegel sottolinea quella “potenza del negativo” che, in ultima analisi, si identifica con la stessa vita dello spirito, in quanto rende fluidi i pensieri solidificati in virtù della distruzione, della morte. Dice Hegel:

La morte, se così vogliamo chiamare quella irrealtà, è la più terribile cosa; e tener fermo il mortuum, questo è ciò a cui si richiede la massima forza. Non quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiava della distruzione; ma quella che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello spirito“.

Va inoltre sottolineata la funzione svolta dalla negatività, che scandisce l’intero processo, manifestandosi nelle figure del desiderio, della lotta, della morte e del lavoro. Ognuna di esse è caratterizzata dalla negazione del dato, immediato, naturale, animale; ma è una negazione che è insieme distruzione e creazione: staccandosi da un mondo naturale e animale, l’autocoscienza perviene ad un mondo storico e umano. Ciò che determina l’uscita dell’autocoscienza da se stessa è il desiderio di riconoscimento, che non è un desiderio puramente animale, motivato da una qualche pulsione biologica, ma è rivolto costitutivamente all’altro. Scrive Hegel:

L’autocoscienza raggiunge il suo appagamento solo in un’altra autocoscienza“.

Tale desiderio di riconoscimento passa attraverso il conflitto fra le autocoscienze, dove non c’è mai la morte, ma il subordinarsi dell’una all’altra nel rapporto servo-signore.

La relazione di ambedue le autocoscienze è dunque così costituita ch’esse danno prova reciproca di se stesse attraverso la lotta per la vita e per la morte”. [Hegel, 1807]

Il signore o padrone è colui che ha rischiato per affermare la propria indipendenza, mentre il servo si è arreso perdendo la libertà. Tuttavia attraverso la paura della morte, il servizio ed il lavoro, il servo può formare sé stesso e invertire i ruoli.

Nel prossimo “pensiero” di nuovo con Marx ed il rovesciamento della dialettica, poi finalmente arriverà Popper.

 

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




Positivo e negativo: Popper e la dialettica

“Panta rei”, il tutto scorre dicevamo nel precedente articolo, con il materialismo storico Marx avrebbe voluto infatti toccare diversi settori dello scibile in una considerazione dialettica della totalità atta ad indagare la prassi sociale nell’unità organica delle sue manifestazioni.
Così si sarebbe arrivati all’annullamento della contraddittorietà del reale, da cui non ci si può liberare per via contemplativa, se non finendo per giustificare la presunta “razionalità” dell’ordine di cose esistente. Sviluppandosi su queste basi il marxismo arrivò a contestare la validità del principio d’identità e non contraddizione, considerandolo poco più che una finzione logica che mostra però i suoi limiti quando applicato concretamente al mondo materiale.
A completamento di questo azzardo i marxisti definirono il materialismo dialettico dottrina scientifica scatenando l’opposizione e la critica di Karl Raimund Popper che invece lo definiva interpretazione “storicista” poiché teorizzava una meta prefissata del corso storico, la società senza classi.
A riguardo Popper ritenne invece che non esista un senso della storia precostituito rispetto alle interpretazioni e alle decisioni umane poiché la storia assume il senso che gli uomini le danno .

E’ Popper quindi, in questo percorso, che ci illumina la strada mostrandoci che è l’uomo a fuggire dal reale e da sè stesso cercando di essere qualcosa che in realtà non è, cerca l’assoluto in una dimensione che non lo contempla e che al contrario comprende un positivo ed un negativo i cui confini sono quasi invisibili. Infatti la critica di fondo a queste teorie è quella di essere organizzate in modo tale da sfuggire al rischio della falsificazione; esse sono dottrine onni-esplicative ossia non suscettibili di sufficiente falsificabilità oppure dirette a “parare” le prove di falsificabilità con continue “ipotesi di salvataggio” (ipotesi ad hoc).

Per capire il rapporto tra dialettica, realtà e contraddizione, la prossima puntata chiederemo aiuto ad Hegel.

 

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




Positivo e negativo: a spasso nell’ambigua realtà

Spesso si dice che la filosofia è una materia noiosa che non porta alla soluzione i problemi ma ne crea solo di nuovi, nel mio piccolo ho sempre ritenuto il contrario. Consideriamo ad esempio il metodo dialettico di Hegel basato su tesi, antitesi e sintesi, dove la contraddizione rappresenta la molla grazie alla quale la realtà si sviluppa e dalla tesi si passa all’antitesi.
Quest’ultima viene definita come potenza del negativo che consente alla dialettica di procedere in modo più forte. Antitesi opposta a tesi ma con soluzione unica nella sintesi che diventa nuova tesi, che suscita nuova antitesi e così via.
Non si può dire vita senza richiamare alla morte (e così caldo/freddo, alto/basso); concetto vicino al divenire di Eraclito o all’omnis determinatio est negatio di Spinoza. Affermo qualcosa e quindi ne nego l’opposto. Tesi e antitesi si negano e creano unità nella sintesi finale positivo-razionale.
Applicando questi ragionamenti alla realtà quotidiana, nella peggiore delle ipotesi, possiamo diventare più saggi e acquisire una delle doti più importanti per l’uomo: la pazienza. Perché la pazienza? Perché più siamo consapevoli di cosa accade attorno a noi, più la filosofia ci aiuta a gestire il tempo e ad essere tolleranti.
Un altro esempio a sostegno della mia tesi può essere dimostrato dalla divergenza che si crea tra due idee opposte: non sono più giuste o meno sbagliate ma diverse. La rivalutazione critica di Karl Marx della dialettica hegeliana portò al rovesciamento del metodo stesso che poggiando sulla testa (ossia sullo Spirito, protagonista della Storia) doveva invece essere portato sui piedi (sulla materia e sulla prassi politica, sociale ed economica) per giungere all’analisi e alla soluzione rivoluzionaria dello scontro tra forze antagoniste (le classi sociali) che dilania la società.
Questo nuovo metodo è detto materialismo dialettico (dottrina della materia in movimento e logica della contraddizione) che applicato alla Storia dà origine al materialismo storico.
Il pensiero di Marx vorrebbe infatti toccare diversi settori dello scibile in una considerazione dialettica della totalità atta ad indagare la prassi sociale nell’unità organica delle sue manifestazioni.
Il pensiero continua: “panta rei“!

 

Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata