FORSE L’AUTUNNO

 

Dopo aver lasciato il calcio e le sue misere sorti, in mano a milionari che giocano a palla, ma  ad attributi stanno molto male, non ci resta che attendere l’autunno alle porte.

Per qualcuno (la parte politica) sarà molto caldo. Per qualche altro (i poveri cristi che non arrivano a 27 del  mese) credo invece che sarà già molto freddo. Tra una modifica e l’altra anche la seconda manovra che dovrebbe salvarci dal giudizio dei partner europei è in procinto con i vari emendamenti e modifiche di partorire una terza manovra. Qualcuno dice che siamo alla farsa. Adesso dopo la marcia indietro sulle pensioni , anche un ripensamento sui piccoli comuni.  Sembra di essere in un’arena ed assistere ad una farsa continua, con l’unica certezza che non si sa più chi sia il regista.

La farsa maggiore, è offerta da quell’opposizione che continua a protestare con ossequio e melenso senso di subordinazione.

Il governo prosegue a spanna e senza un preciso modo di uscire dal vicolo cieco in cui si è ficcato, ma devo ammettere, rimane coerente con i suoi obiettivi. Sono gli altri che non hanno capito niente o fanno finta di non capire. Il suo mandato questo governo lo sta assolvendo molto bene : togliere a chi non ha, per dare sempre di più a chi già ha tanto. Le tasse  meglio farle pagare a chi già le paga, in quanto è già abituato. I poveri Evasori e i “nulla tenenti” pieni di soldi come possono pagare un dazio più equo se non ne sono abitati?

Sento molti che continuano a lamentarsi, che dicono di dover stringere la cinghia, ma la realtà rimane quella di una corsa esagerata oltre il baratro. Oramai la soglia del baratro è stata superata,  ci rimane l’ebbrezza del volo iniziato.  Stiamo precipitando sempre più in basso,  l’importante è cadere tutti come in un lussuoso transatlantico che mentre va a picco continua l’offerta nelle sue sale di gala di vini pregiati e musica per tutti. Musica e vino che offusca il senso del pericolo e avvicina velocemente sia potenti che poveri mentecatti ad una fine sempre più prevedibile.

Non è catastrofismo, non è gettar la spugna. E’ forse necessità di gridare, di far intendere chi vuole intender che l’autunno non è il periodo più freddo dell’anno, che continuando con questo menefreghismo collettivo l’inverno sarà ancora peggiore. Un inverno che rischiamo di vedere fare sempre più vittime, dove si comincerà ad azzannarci l’uno contro l’altro. Questa volta per fame, non certo per ripicca e senso di rivalsa.   Se si continuerà a sciupare anche valori più reali come un ritorno all’autostima e al rispetto dell’altro, presto non saremo più in grado di conoscere neanche quali saranno le necessità primarie.

Il medio evo è stato uno dei tanti periodi bui della storia dell’umanità, ma se ne usciti con un rinascimento che ancora oggi incanta i posteri. Ma il nostro evo,  di quali colpe deve ancora macchiarsi per spingere  l’umanità ad uno scatto d’orgoglio e riprender le redini del proprio avvenire? Quanto ancora dobbiamo depredare alle future generazioni per capire che viviamo ben oltre le nostre possibilità?  Ed ancora è meglio essere freddi positivisti e atei materialisti o fermarsi un attimo a cercare nel nostro intimo quell’anelito di spiritualismo che dovrebbe renderci meglio delle bestie?

Forse l’autunno passerà.. ma l’inverno cosa ci consegnerà?

 

Enrico Liotti

enrico.liotti@ildiscorso.it

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CALCIATORI: CHI E’ FUORI DAL MONDO? NOI O LORO?

La prima giornata di campionato salterà a causa dello sciopero dei calciatori contro gli articoli 4 e 7 della bozza di contratto collettivo con la Lega di serie A. Oggetto del contendere sarebbero le modalità di gestione dei giocatori fuori rosa ed il contributo di solidarietà previsto dalla manovra economica del governo. Punto uno: che non si giochi non ci interessa nulla, basta mettere da parte la morbosità da tifoso e possiamo andare a giocare con gli amici e perdere qualche chilo, stare in famiglia o comunque in compagnia migliore rispetto ai “dotti” opinionisti dei post partita. Punto due: la questione è molto importante perché descrive un sistema “malato”, approfondiamo: l’operaio, il professionista, il dipendente che sciopera rinuncia a una fetta di guadagno proporzionale all’astensione dal lavoro per protestare contro una decisione che ritiene ingiusta: vale lo stesso per i calciatori? Certamente i calciatori sono dipendenti e spesso quelli delle categorie inferiori sono dipendenti disagiati perché percepiscono il salario a singhiozzo o per nulla (motivo dello sciopero scongiurato in Spagna) ma non è questo il caso in questione. Lo “sciopero” varrà per le gare di serie A, quindi per l’elite del calcio italiano dove il più povero guadagna anche più di un medico, andiamo più nel dettaglio: nel 2010 una società come il Milan ha speso per garantire pane e acqua alle sue stelle 130 milioni di euro all’anno, l’Inter 120, la Juventus 100 fino all’Udinese che è arrivata a 18 e ultimo il Cesena a 8; ponendo che ogni rosa sia composta da 40 giocatori risulta che il salario medio del Cesena è 200 mila euro mentre quello del Milan è 3 milioni. Sappiamo che sono le leggi di mercato a comandare quindi i contratti sono determinati dalla domanda e dall’offerta ma la Legge non è, ancora, competenza del mercato ma del Parlamento e questa dice che sono le persone fisiche dipendenti delle società di calcio a dover concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Non stiamo parlando di una categoria di lavoratori che lottano per diritti fondamentali ma di una lobby potentissima che vuole garantiti privilegi ingiustificabili come pretendere che siano le società e non loro a pagare il contributo di solidarietà previsto da Tremonti. Alcuni dicono che la carriera degli “eroi” del pallone duri solo una decina di anni quindi la loro remunerazione sia quasi un’assicurazione ma chi sostiene questa tesi dimentica un particolare molto più importante come la posizione e le conoscenze che un atleta può acquisire durante quei fatidici dieci anni, “agganci” che gli garantiranno un’occupazione di rilevante soddisfazione economica una volta appesi gli scarpini al muro. Facendo una stima al ribasso il calciatore medio che domenica non lavorerà ha il potere economico annuale pari a più di cento operai, più potere comporta più responsabilità ma in questo cosa non ci sembra che questa regola di buon senso sia stata rispettata. Il rappresentante dei calciatori Damiano Tommasi ha dichiarato che la Lega di serie A ha rifiutato tutte le proposte avanzate compresa quella di un accordo ponte di un anno per trovare una soluzione condivisa, buone intenzioni certo ma inadeguate alla situazione delle parti. Stiamo infatti parlando di un’industria del divertimento basata sugli introiti delle televisioni e degli sponsor che cercano di conquistare il maggior numero di consumatori da 18000 euro l’anno. Proprio loro sono i protagonisti di questa gigantesca macchina, proprio noi dovremmo spegnere il telecomando, lasciare lo stadio, indignarci davanti alla pretesa di proteggere il benessere particolare a discapito di quello diffuso e generale. Il nostro giornale, Il Discorso, per un mese non pubblicherà nessuna notizia su questo calcio SpA dei giullari perché, sebbene il mondo del pallone abbia un ruolo di distrazione e sfogo delle masse addomesticate e quindi garantisca un certo ordine sociale, questo non significa che non si possa protestare contro i capricci nel rispetto di realtà molto più critiche.

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

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IL MALE CHE CI TARPA LE ALI

L’uomo, a differenza degli altri esseri viventi, ha la capacità razionale di comprendere che è un essere finito e che tutto ciò che oggi esiste non sarà immutabile per sempre. La morte è un elemento costante nella nostra vita, essa può essere intesa non per forza come il termine biologico dell’esistenza ma soprattutto come concetto di fine, scadenza, limite di tutte le cose.

Siamo esseri consapevoli, quindi come specie tendiamo ad instaurare nelle nostre scelte il seme della responsabilità poiché sappiamo che se le nostre azioni avranno una logica intrinseca saranno più solide e resisteranno più forti al tempo.
La corsa inesorabile verso qualcosa di sconosciuto ha fatto crescere in noi la spiritualità, dato spazio al potere e alla speranza religiosa, consolidato il vivere sociale sulla base della comunicazione della conoscenza di generazione in generazione rendendo l’umanità più sicura e prospera.

Applicando questo ragionamento alla nostra vita quotidiana è facile accorgersi che ognuno di noi, nel suo piccolo, è custode del progresso dell’intera società umana. Nei rapporti che ogni giorno abbiamo con gli altri e nelle riflessioni su noi stessi abbiamo la possibilità di costruire qualcosa di più duraturo e fecondo che ci faccia diventare persone migliori.
Se riteniamo al contrario che l’altro possa essere, nella migliore delle ipotesi, solo una persona da cui ottenere piaceri, favori oppure doni forse saremmo più abbienti ma di certo rimarremmo individui piccoli e soli. La condizione dominante sarebbe la mediocrità: calda, rassicurante, quasi materna perché vicina al mondo dell’infanzia dove i problemi non devono essere risolti in prima persona visto che c’è sempre qualcuno che vi provvede.

Cito il nostro direttore Enrico Liotti nella conclusione dell’articolo “L’ignoranza è peggio della stupidità“: “Già alla fine degli anni settanta il filosofo e psicologo Eric Fromm con il suo futuristico “Avere o Essere” aveva messo in guardia l’uomo sull’essenza dell’effimero. Oggi nonostante il mio insito ottimismo riesco a credere che il suo dubbio sull’essere o apparire si sia completamente realizzato e l’ignoranza ha finalmente superato la stupidità.”, l’ignoranza e la stupidità sono le malattie della società perché chiudono i canali della comunicazione del sapere portando ad una regressione o alla procrastinazione della risoluzione dei problemi dando la vittoria alla mediocrità.

Facciamo che il nostro comportamento e stile, la nostra via o città, il nostro prato o giardino non siano medi e tendenti al peggioramento ma crescano e migliorino assieme e avremo un progresso interiore ed esteriore che durerà e darà frutti e piante rigogliose per tutti.

 

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

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PARLAMENTO : A PROPOSITO DI VACANZE ROMANE

In un attimo di meritata follia, mi son trovato a pensare alle ferie dei miei figli. Il più fortunato ha consumato buona parte dei suoi risparmi per una ben lunga settimana di pausa in una cittadina del perugino, insieme con altri cinque o sei amici in un alloggio in comune per far quadrare i conti del loro misero budget. Purtroppo dopo un anno di studio universitario e qualche lavoro eseguito nei fine settimana a scaricare pallet in un centro della grande distribuzione era il massimo che potavano permettersi per il pellegrinaggio che si erano promessi nelle terre di San Francesco. Ben poca cosa rispetto al quasi centinaio di parlamentari che avevano proposto una ben lunga fermata dei lavori legislativi per recarsi in pellegrinaggio (così almeno dicevano) in Palestina. Spesso ci siamo accaniti a denunciare gli abusi della Casta.  In questi giorni di rincorsa per tamponare gli effetti di una crisi senza precedenti ci troviamo a discutere dei prezzi dei menù dei ristoranti di Camera e Senato. Ci sentiamo dire da Letta che il consiglio dei ministri si farà prestissimo e quindi dopo si potrà andare in “vacanza”.  Quindi la priorità maggiore dei nostri rappresentanti in un momento così critico è esser sicuri di poter andare in vacanza. Non fa niente se il Capo dello Stato è rientrato dalle sue vacanze per riprendere in mano le redini di una situazione così disastrata. L’importante è fare e dare presto questi provvedimenti più o meno raffazzonati e di tampone alla socierà, basta che “ci lasciate andare in vacanza  ” e chi se ne frega della gente” Questi sono i rappresentanti che abbiamo eletto, questi sono coloro che come previsto da Berlusconi ci rabboniscono con un probabile intervento televisivo, senza aggiungere nulla a quanto già sentito: aria fritta di faremo, penseremo, bloccheremo … basta che finisca tutto e presto anche a tarallucci e vino, l’importante come più volte Bossi indica con il solito dito medio alzato, “lasciateci in pace e fateci godere le nostre vacanza. Viviamo in uno Stato europeo, dove la presenza di molti politici indiziati di reati in parte gravi non riesce a provocare la reazione dell’opinione pubblica al punto di costringere i colpevoli alle dimissioni. Se andiamo al fondo della questione – mettendo a paragone le vacanze della comitiva di ragazzi presa a spunto per iniziare questo volo pindarico sulle nostre infime facezie – dovrei avere il coraggio di dire (anche) cose ripugnanti almeno per molti nostri illustri censori. Nelle democrazie i rappresentanti eletti a governare la cosa pubblica sono l’esatta fotocopia del popolo che li nomina.  Mi viene spesso il dubbio di concepire la società italiana, come fotocopia dei nostri rappresentanti parlamentari. Un poco tutti a parole critichiamo i politici, specie nei momenti di crisi e di magra, ma sappiamo bene che tutti (o quasi) si prostrerebbero davanti a loro nei momenti di vacche grasse per ottenere una prebenda, un lavoro, una raccomandazione e le briciole con cui sentirsi soddisfatti.  Spesso l’indignazione delle masse colpisce questi signori che si proclamano meravigliati dello scontento che apportano con il loro sudato lavoro di rappresentanza. Loro non rispondono, anzi si permettono (ricordate Brunetta?) di dare del cretino ai precari e a chi suda un anno intero per raggiungere spero onestamente almeno due terzi del mese. Fare finta di non capire è normale, perché il sistema rappresentativo italiano è strutturato in modo tale che anche il più insignificante e ignorante politico del borgo più piccolo è circondato da una sua folla di persone che gravitano intorno a lui, così da gratificare il suo piccolo potere locale. La realtà italiana è questa, l’opinione pubblica esiste solo nelle piazze r si lascia rappresentare da comparsate goliardiche alla stregua dei movimenti come i Grillini o i girotondini ma nel frattempo si bada molto al proprio orticello e il malcostume regna sovrano. Quanti di noi si sono mai chiesti perché la maggioranza dei sondaggi d’opinione continua a dare delle posizioni di soddisfazioni così elevate a Berlusconi e a tutti i mentecatti che si spolpano e pascolano nella sua trebbia, pur consci, per fare un esempio, che ha acquisito la Mondadori corrompendo un giudice, ha lasciato la moglie Veronica e si è divertito nei vari festini di Bunga bunga elevandosi al ruolo di moralizzatore e salvatore della nostra misera Italia. La vera morale è triste: se i nostri politici hanno questi privilegi, è perché godono della servile accondiscendenza degli elettori che continua a lamentarsi, ma stanno con loro, pronti a difenderli sinché le cose saranno a un livello di sopportabilità per il proprio quieto vivere.

Enrico Liotti

 




L’IGNORANZA E’ PEGGIO DELLA STUPIDITA’

Siamo finalmente in un periodo di stasi, anzi di vacanza, dovrebbe essere questo il periodo più rilassante e ameno dell’anno.  Nonostante la crisi, le famiglie si recano al mare, i giovani in posti in parte esotici, e gli anziani, purtroppo il più delle volte si “godono” quello che rimane della città. E’ vero che non sono più gli anni del boom quando le città rimanevano davvero deserte. E’ vero che l’attuale crisi economica mondiale non fa dormire sonni sereni.  E’ anche vero che governo e politica, specie d’opposizione, continua il suo teatrino senza alcun esito positivo per noi mortali. A ben guardare se siamo giunti a questo livello di assuefazione della cosa pubblica e della vita di ogni singolo, certamente, la colpa è anche della valanga d’ignoranza che serpeggia nella nostra epoca.

Subito dopo la seconda guerra mondiale in una fase di crescita e rinascita, con l’avvento della televisione ci si era accorti di essere analfabeti e che l’80% degli italiani non avessero più della quinta elementare. Ci si accorse allora che eravamo un popolo di “ignoranti” non certo di stupidi, visto quello che stavamo compiendo con la ricostruzione che in un decennio ci permise di diventare una delle prime cinque potenze economiche del mondo. Oggi, in piena globalizzazione ci cominciamo a render cono che per troppi anni ci siamo cullati sugli allori raggiunti. Se è vero che i primi programmi didattici della Tv pubblica miravano a innalzare il livello di alfabetizzazione dei nostri genitori – qualcuno ricorda ancora il maestro Manzi e la sua storica “Non è mai troppo tardi”- oggi la Televisione commerciale con l’ausilio della latitanza della televisione pubblica ha creato nell’ultimo ventennio una massa d’ignoranti.

Ci viene il dubbio, che sia stato tutto studiato a tavolino per permettere il potere dei pochi sulle masse. E’ ormai facilmente intuibile vedere come i giovani rampanti di trentacinque, quarantenni sono ormai marionette in mano ad una potenza occulta. I nuovi yuppie che si pavoneggiano a ruoli di manager e coordinatori di sottoposti senza ambizioni, non sono altro che burattini con conoscenze limitate e grande considerazione dell’immagine di se stessi che cadono di fronte alle prime difficoltà. Una volta per essere dotti e certi del proprio ruolo nella società erano necessari il sudore e la fatica di anni di studio su testi semplici ma anche su argomenti approfonditi. Oggi con la stupidità galoppante nel regno dell’apparenza basta cliccare su qualsiasi parola in un sito web e atteggiarsi a conoscitore o cultore di un argomento impegnato o faceto. Purtroppo appena si scava un poco sotto la crosta dell’apparenza, si scopre come la supponenza di sapere è solo un paravento alla propria stupidità che nasconde un’immensa ignoranza. Sarà stata la televisione, sarà stato il mischiarsi di culture e usi con la galoppante globalizzazione, è certo che la velocità della comunicazione odierna ci ha reso tutti molto più ignoranti.

Già alla fine degli anni settanta il filosofo e psicologo Eric Fromm con il suo futuristico “Avere o Essere” aveva messo in guardia l’uomo sull’essenza dell’effimero. Oggi nonostante il mio insito ottimismo riesco a credere che il suo dubbio sull’essere o apparire si sia completamente realizzato e l’ignoranza ha finalmente superato la stupidità. Enrico Liotti

 

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RUBARE I GIOIELLI A MAMMA E PAPA’ PER UN iPhone

E' bastato fare un giro tra i commercianti di "COMPRO ORO" da parte del nucleo investigativo
dei Carabinieri di Udine per ritrovare i gioielli spariti da casa di alcuni cittadini friulani.
Dop la segnalazione partita da alcuni genitori sulla strana sparizione di gioielli da casa senza
segnali di intrusioni o scasso i Carabinieri hanno ritrovato i gioielli spariti da casa, in negozi
che acquistavano oro. Poi risalendo ai giovani che avevano venduto i gioielli ai commercianti,
gli in vestigatori ne hanno ottenuto le confessioni. Una volta motivo di preoccupazione e timore
per i genitori era la sparizione da casa di oggetti per acquisto di droga o alcool, oggi il motivo
sembrerebbe più frivolo, ma non di minore impatto a livello di preoccupazione, infatti i colpevoli sono
quasi tutti adolescenti che rubavano gioielli in famiglia per rivenderli con la complicità di amici
maggiorenni ai commercianti di oro (ce ne sono ben sedici nei dintorni) per avere soldi da spedere in vestiti
firmati, serate In con gli amici e soprattutto per acquistarfe il "must" dell'appartenenza : il tanto
agognato e apparente iPhone. Sarà anche questo un ennesimo segnale del degrado della nostra società e del
inutile vuoto di cui sono pieni i nostri figli? 

                       Enrico Liotti
direttoreresponsabile: enrico.liotti@ildiscorso.it                    



Impeccabile Napolitano

Nonostante tutto, anche il premier Berlusconi ha dovuto fare buon viso a cattiva sorte. Che ormai il governo sia in mano a un gruppo di personaggi verdi(come gli alieni) è risaputo. Ma credo anche che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,  dall’alto della sua statura politica e dalla pacatezza con cui dignitosamente giornalmente pone un freno a questa mercificazione di pseudo governanti non ne  possa più. Ogni giorno deve essere alzata una barriera verso il populismo dilagante e la pochezza politica di chi ci rappresenta. Ogni giorno continuiamo a far ridere i popoli nostri vicini di casa e qualcuno più lontano. E’ dell’altro giorno la pochezza con cui Mario Borghezio se ne uscito con “Quelle sono ottime idee” riguardo allo scempio di Oslo e del suo ideatore l ‘assassino norvegese Anders Behring Breivik, che anche i suoi hanno dovuto smentire. Vedi Calderoli che chiede scusa alla Norvegia. E’ attualissima la risposta del Senatur Bossi ” li abbiamo fatti e li lasciamo la” riferendosi alle sedi distaccate dei ministeri: Ed è di nuovo pronta l’alzata di scudi del nostro Presidente che richiama il Premier alla sua funzione istituzionale e alla difesa della Costituzione. Il capo dello stato ha dovuto scomodare perfino l’art. 114 della Costituzione per ricordare, a chi dice di governarci in nome di tutti,  che la capitale d’Italia è Roma e se anche è ” condivisibile intenzione di avvicinare l’amministrazione pubblica ai cittadini, pertanto, non può spingersi al punto di immaginare una »capitale diffusa« o » reticolare« disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di Capitale della città di Roma, sede del Governo della Repubblica». Conclude il Capo dello Stato. Ovviamente le  riflessioni di carattere istituzionale del presidente Napolitano sono enunciate al fine di evitare equivoci e atti specifici che possano chiamare in causa la sua responsabilità quale rappresentante dell’unità nazionale e tutti noi dovremmo aiutare  le persone di buona volontà ed  ancora serie che ci sono in questo Paese a garantire quei  principi e quei precetti  precetti che sono sanciti dalla Costituzione e che tanto sangue hanno visto versare  dai nostri nonni e dai genitori per una civiltà più giusta e più libera che oggi qualcuno che non ha mai fatto una guerra vorrebbe cancellare solo per il gusto di sfasciare quello che in 150 anni abbiamo faticosamente cercato di costruire.

Enrico Liotti                                       © Riproduzione riservata 

enrico.liotti@ildiscorso.it




Debito, benzina e pensioni: c’è da riflettere.

Siamo in una stagione dell’anno in cui il caldo ed il profumato verde ci circondano e allontanano i nostri pensieri dal grigio delle città e dai problemi della società contingenti alla nostra vita: ovvero tutti.
Non è il caso di mettere in discussione il sistema economico occidentale nel suo complesso ma forse è giunto il momento di portare all’attenzione collettiva i reali problemi che stringono le nostre borse e quelle degli Stati nazionali per individuare delle soluzioni.

Il problema dei debiti sovrani figlio dello Stato sociale degli anni ottanta, il costo della benzina che cresce costantemente mentre quello del petrolio al barile non corre altrettanto veloce, gli anziani che hanno pensioni ristrette ed i giovani che con il precariato allontanano e riducono già ora la loro pensione: il mondo sta finendo?
Non è così, tuttavia è doveroso pretendere dalla politica visioni e politiche lungimiranti, ma noi cittadini dobbiamo per primi essere coscienti e coscienziosi.
Il precariato, ad esempio, non deve essere visto, mi correggo, non può essere visto come un male assoluto perchè è il mercato che impone la mobilità, che spinge le aziende alla concorrenza e di conseguenza a privilegiare forme di assunzione che gravino il meno possibile sul proprio bilancio. Il problema quindi non si può risolvere alla radice se non andando in sede europea a lottare contro il principio base della concorrenza e del libero mercato ma è più una battaglia contro i mulini a vento che una prospettiva politica realizzabile.
Se i precari non spariranno mai, anzi probabilmente cresceranno, è necessario che il legislatore li ponga in condizione di equilibrio rispetto a coloro che firmano un contratto a tempo indeterminato così da stimolare le aziende ed i lavoratori a poter optare per entrambe le formule contrattuali.
Quante volte avete sentito parlare del posto fisso come Atlantide, Utopia, la Valle incantata?
Penso tantissime ma non è quello che il mondo ci prospetta, quindi dobbiamo rimboccarci le maniche in due campi: in quello lavorativo per accrescere l’esperienza personale e le possibilità di impiego ed in quello politico dove è sempre utile la massima no taxation without representation per affermare decisi che è necessario avere la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni contrattuali possibili per poter aumentare la capacità contributiva e, in secondo luogo, la domanda aggregata.

Per quanto riguarda la benzina siamo arrivati ad una condizione grottesca in cui il prezzo al barile scende e quello alla pompa va alle stelle. Usare meno le auto non è una soluzione negativa, o meglio, sarebbe un’alternativa molto positiva se i servizi pubblici fossero più capillari e moderni: ma per ottenere questo sviluppo servono soldi e scelte politiche forti.

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

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NAPOLI I RIFIUTI LI TOGLIAMO NOI !

Quello che non fanno le promesse elettorali della maggioranza di governo, e quello che non riesce a fare da solo il nuovo sindaco di Napoli De Magistris sta per trovare nuove risorse nel popolo del web. Hanno cominciato due scope e guanti spaiati da chirurgo, punto d’incontro una piccola piazza.  Ora  in tremila soltanto su uno dei social network coinvolti,  e sono oltre duecento alle assemblee pubbliche  e adottando  quattro aree della città. Per cominciare con le braccia al posto delle parole a trovare quello spirito di iniziativa che le chiacchiere non  bastano a risolvere i problemi. E forse per questo motivo che rimboccatisi le maniche si trovano energie nuove per non affogare o arrendersi al sudiciume ormai cronico di una città bellissima come Napoli. È il web che stavolta sveglia Napoli, città sottomessa da che storia è storia  alla sorda indolenza, alla continua violazione della legge al sempre antico ” eh ch’ c’ puo fa!”  quando l’onda della crisi – si chiami rifiuti o degrado – diventa compagno di vita quotidiano.  La cura drastica quanto sicura diventa allora : ripartire dal basso. Grazie al tam tam del web ridarsi appuntamento e fare un pezzo di “pulizia” .  Partire  prima da una strada,  poi pulire una piazza, poi un’altra.   . Da soli. Senza  Bertolaso ne Protezione civile, senza berlusconi ne esercito in altre parole senza padroni ne partiti con i loro simboli e le loro brave facce di bronzo che pretendono di rappresentarci.  Si rimboccano le maniche, giovani senza titoli accadameci ne diplomi da mostrare, giovani senza neecessità di partecipare a bunga bunga o programmi televisivi spazzatura, che invece la monnezza la levano davvero dalle strade senza bisogno di Maria de Filippi, ne i vari Enrico Papi e Mammuccari, giovani che non hanno bisogno  di Simona ventura o l’isola dei famosi per ripulire la loro amata città. E quando finiscono,  con viso stanco ma aria felice si passano la parola e si danno appuntamento in un’altra zona da pulire. Il fai da te del riclico poi serve a racimolare fondi per continuare la loro opera ed essere laureati e nonni senza lavoro ragazzi o ragazze serve a dimostrare a questa scassata Italia che esiste ancora qualcuno che non ha preso il morbo del berlusconismo. Tutto è partito dalla tenacia di un anziano libraio, Rino De Martino, ormai uno baluardo  di Piazza del Plebiscito abbandonata, e  dopo, una laureata  in Organizzazione e gestione del patrimonio culturale  di  27 anni , Emiliana Pellone che dal suo blog, il 4 giugno lancia un appello: “Facciamolo noi, facciamo piazza pulita”. “Credo che ce la possiamo fare, solo se ci impegniamo tutti in prima persona – spiega Emiliana – . Alla fine basta poco, mi sono detta: una scopa, una paletta, un paio di guanti e tanta acqua pubblica, e si lava la faccia a un frammento di città. Avevo scritto ai miei amici di Facebook:  diamoci una mossa e con una forma di flash mob una performance,  filmata e ripresa,  iniziando da piazza Bellini, gremita di turisti è nato, in Rete, il fenomeno CleaNap, che sta per clear (pulisci) Napoli, e anche il sottotitolo Piazza Pulita ha una valenza didascalica e insieme metaforica”.  Nella città delle oltre 2000 tonnellate di immondizia che sta foderando di nuovo gli angoli cittadini, per non parlare delle 15mila spalmate in tutta la provincia, cresce la voglia di dimostrare. Capita che scendano in piazza giovani e anziani con detersivi e pannopelle. E che mettano le mani, appunto, invece delle parole degli altri. dopo gli inizi in sottovoce ai primi di maggio con De Martino e la pulizia del colonnato di San Francesco di Paola,  ed il seguito della proposta di Emiliana parte l’11 giugno la pulizia di piazza Bellini,  poi tocca al Largo Banchi Nuovi,  e agli inizi di  luglio ai giardinetti di Porta Capuana.  Prossima tappa per il 24 luglio: appuntamento alle 17 in piazza Santa Maria La Nova. Il Tam tam continua sul blog e  sia nella Rete sia in strada, alleati convinti continuano a crescere a dare la propria mano con pale e secchi non certo solo con frasi e parole sul web.  E poi aiutati dall’intraprendenza di Francesco Emilio Borrelli, ex assessore dei verdi in Provincia è partito l’attivismo di  cittadini che da soli stanno diffondendo la moda virtuosa di autotassarsi e mettere la compostiera per l’umido in cortile . Interi nuclei di  famiglie,  progettano l’uso di una compostiera, e si informano con quali batteri possono trasformare il loro umido in umus e dove  acquistarla.  Perfino nella periferia c’ è chi si è mobilitato per una differenziata spontanea.  Il sindaco Luigi de Magistris sa che senza il contributo dei cittadini e delle cittadine non è possibile alcun miglioramento della situazione rifiuti , ma sa anche che Napoli ha fatto le sue rivoluzioni sempre partendo da un Masianello o da un pescatore qualsiasi dal basso e spera che delegando un consigliere Raffaele Del Giudice al compito di mobilitare e organizzare la cittadinanza qualcosa possa venire di positivo dalle tante iniziative spontanee che hanno un importante valore simbolico, oltre che pratico, e alimentano la speranza di quanto sia possibile un cambiamento ambientale e civico.  Ora diventa  importante avviare un vero bombardamento mediatico in grado di stimolare comportamenti virtuosi e allo stesso tempo auspicare un inasprimento delle sanzioni per i trasgressori. La mobilitazione cresce. Senza enfasie senza  agli eroi pulitori sperando che  più gente scenda nelle strade, perchè sul web si grida che ci vogliono più braccia, più gente che fae meno che chiacchiera. Forse Napoli, da sola con la sua innata stima e il suo atavico e perenne disicanto dal mondo dei potenti da sola riuscirà a cancellare quell’onta che ha macchiato la sua fama nel mondo, e forse solo così spera di essere nominata all’estero più per il suo sole e la sua pizza, e meglio ancora per la sua musica ed il suo mandolino piuttosto che per la sua monnezza e l’incuria di chi dall’alto continua a fare solo con parole e populismo.

 

Enrico Liotti

enrico.liotti@ildiscorso.it © Riproduzione riservata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Pienone al Castello per “ANESTESIA TOTALE”

Cosa rimarrà delle nostre istituzioni dopo il danno berlusconiano? Cerca di rispondere a suo modo a questa domanda Marco Travaglio, giornalista, polemista ironico, vicedirettore del Fatto quotidiano, collaboratore fisso di Annozero di Santoro, super documentato, e molto virulento. Lo fa nello spettacolo, Anestesia totale, che ieri sera ha fatto il pieno in piazza castello ad Udine, sotto la splendida organizzazione della Azalea Promotion Srl. Delle poltrone sistemate sotto il palco allestito nella solita magnifica atmosfera del cortile del Castello di Udine non ne era rimasta una sola vuota, quindi i 2500 o 3000 posti disponibili erano tutti in attento ascolto di questa cronistoria degli ultimi 15 anni della seconda Repubblica.  Con l’ arresto di Craxi e la caduta della prima repubblica ci  chiedevamo  cosa ci era successo,  con cosa ci avevano addormentato, come avevamo potuto abbandonare ogni controllo, ogni capacità critica.  Ma ora con la seconda esperienza di repubblica basata sul berlusconismo  le possibili conseguenze in un futuro ravvicinato non sono ancora tutte realizzate e ci sentiamo completamente anestetizzati.
Non interessa a Travaglio la scomparsa eventuale di Berlusconi. Non lo nomina mai o quasi . Ma illustra con sarcasmo il sistema che ha messo in piedi. Quello in cui chi vince prende tutto, non governa ma comanda, sceglie i controllori, i giornalisti, che non devono porre domande ne dare risposte ma solo eseguire gli ordini del capo. Si parla tanto  di disinformazione, e delle costanti azioni usate per creare la macchina mediatica della bugia di come funziona la macchina della manipolazione. Affidati alla voce di Isabella Ferrari, attorno ai momenti bui raccontati dal giornalista, ci sono stati degli sprazzi di luce, con la voce di Indro Montanelli ed il suo grido di resistenza all’indipendenza. Isabella Ferrari legge alcuni brani di Indro Montanelli, ne fa ascoltare la bellezza della sua prosa. Fa  sentire cos’era il giornalismo, quando esisteva nella sua massima espressione. Oggi, con disperazione – Travaglio – dice “che  articoli come quelli non potrebbero uscire in nessuna testata”. E’ ricordare che ci sono stati cronisti di quella levatura, quali lo stesso Montanelli, Biagi e tante voci che hanno tentato di farci guardare dentro, di responsabilizzare le nostre azioni pubbliche. L’informazione come è vista oggi dal protagonista della piece è “Fatta da gente con la schiena rotta a furia di inchinarsi. Provo anche a far conoscere un altro giornalismo ai ragazzi nati troppo tardi per incontrare Montanelli o Biagi”. Durante le tre ore ininterrotte di spettacolo si cerca di raccontare come sono avvenuti alcuni fatti e come le bugie sono presentate come verità, come si fa a modificare le cose attraverso le parole. Oggi non ci sono indagini su un politico che ruba,  ma “scontri tra la politica e la magistratura”. L’analisi finale è amara , quasi da sconfitto ma ancora con la speranza che il popolo si svegli da questa anestesia, purtroppo non esiste un medico demiurgo che possa risolvere i problemi. L’antivirus proposto  è un’informazione libera e corretta, fatta dai giornalisti e richiesta dai cittadini come un diritto fondamentale. Arturo Graf diceva: se non ci fossero state tante pecore, non ci sarebbero tanti lupi. Davanti alle circa tremila persone si parla , ovviamente di “lui” Del Cavaliere, unto del signore, in odor di santità. Quel “finalmente” liberatorio pronunciato pure da Indro Montanelli, all’indomani della caduta del primo governo B., grido troppo brevemente assaporato. E’ un’alternarsi di voci questo spettacolo che ormai ha girato mezza Italia dal debutto di maggio. Grande lo spessore recitativo di Isabella Ferrari, che intona chiaro di fronte a un leggio, come fosse una sorta di vangelo laico, le parole del maestro Montanelli. Una scenografia ridotta all’osso, fatta di un’edicola un po’ retrò, a metà tra la Rive Gauche parigina e un’Italia post boom economico, una panchina di legno, poche note di violino, suoni distorti, diluiti, rumori di carta strappata, rimbombi ossessivi: questo il fondale che ospita il passaggio di testimone da un protagonista all’altro del palco. Protagonista è il trasformismo, la “par condicio tra verità e menzogna” che tutto consente, l’ondeggiare disinvolto di un’informazione serva anche di smentire se stessi (il campionario di esempi di B. è noto), di stravolgere i fatti, di plasmare un nuovo linguaggio, l’importante è che sia asservito al Potere che tutto fagocita, e alle necessità di questa sorta di “Truman Show” nel quale la nostra nazione annaspa senza riuscire a sollevare il capo. Tutto è lecito in questa specie di teatro dell’assurdo dove le comparse si chiamano Berlusconi, certo, ma anche Gianni Letta, Bruno Vespa, Daniela Santanchè, Sandro Bondi, Giuliano Ferrara, Gianni Riotta,  solo per citarne alcuni. Il pubblico ride, esplode in applausi quando Travaglio usa l’arma dell’ironia, resta concentrato e assorto nei passaggi più evocativi, soprattutto quando la voce (vera) di Montanelli fa capolino col suo rigoroso piglio di toscano indomito. Perché nel paese del “così fan tutti” rimane solo il grottesco tentativo di difesa, il rimpallo dei burattini della politica tra chi è ladro e chi lo è di più, tra chi è disonesto e chi non può, d’altro canto, scagliare la prima pietra. Come salvarsi da questo virus, quali vie restano?
Resta la via della verità, la forza di un giornalismo che incalzi il potere, lo stani, semplicemente lo racconti. Con una buona dose di coraggio, che ha un prezzo, certo, ma pure la certezza di una finale, riconquistata, libertà. Il giornalista Travaglio si carica sulle spalle una grossa responsabilità. Il pubblico, soddisfatto, lo premia con un parterre gremito,e un lungo applauso. La speranza di un risveglio, forse, esiste, e resiste.

Enrico Liotti  – enrico.liotti@ildiscorso.it

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