La liberalizzazione della politica

Ieri il Governo italiano, presieduto da Mario Monti, ha approvato il testo del decreto legge sulle liberalizzazioni presentando un’azione di modifica radicale del sistema economico italiano. L’Italia starà forse diventando un Paese più forte? Nessuno può dirlo. Certo è che un governo cosiddetto “tecnico” (provate a spiegare agli europei questa definizione) sta facendo arrabbiare, spaventare ma anche riflettere molti cittadini che assistono a una “liberalizzazione della politica”, possono vedere come si comportano i politici nel sostenere le durissime ma necessarie scelte di altri senza dover pensare al consenso, all’opinione delle masse e agli ineressi particolari, possono notare come la competenza vinca in un mercato concorrenziale. La competenza, ad esempio, di un ministro che deve sostenere lo sviluppo economico di un Paese industrializzato o quella di un ministro che ha il dovere di garantire una giustizia efficace nei rapporti economici e sociali.
Poter contare su dirigenti competenti e soprattutto attivi nella loro “missione” rende un organizzazione stabile, forte ed efficiente, lo stesso vale per uno Stato.

Oltre alla competenza è necessaria infatti “l’attività”, il desiderio reale di “fare politica” che non significa perseguire le proprie ambizioni di potere ma, al contrario, mettere in campo tutte le proprie capacità al servizio delle ambizioni di una collettività, di una società, di una nazione.
Ricordare gli anni (basterebbere prendere un giornale di settembre 2011) in cui la lettura dei giornali significava trovare promesse, dichiarazioni, annunci di politici che mostravano una quasi totale assenza di consapevolezza del ruolo pubblico che ricoprivano. Promesse, dichiarazioni, annunci sistematicamente caduti nel vuoto di un “fare politica” interessato e fallimentare.

Da qui il governo degli economisti, dei giuristi, degli esperti, dei “tecnici”, dovrebbe consentire ai partiti di trovare il tempo per riformare “l’offerta politica”, per rappresentare finalmente le voci del popolo, per ricoprire con responsabilità e lungimiranza l’altissimo ruolo del legislatore.

Federico Gangi
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E’ vissuto e morto da Partigiano

Ormai dopo due giorni di ricordi e malinconia, anche noi autori una piccola testata web, ci associamo al lutto che ha colpito l’intera area di pensiero e idee che sono stati profusi dalla fucina di pensiero qual’era Giorgio Bocca, un giornalista ed un pensatore tra le grandi firme italiane che per oltre un cinquantennio ha saputo con ironia e senza asservimento raccontare quotidianamente i mali di una giovane repubblica e di tutte le malefatte dei suoi governi. Come spesso diceva se gli eventi non lo avessero costretto ad esser partigiano, forse avremmo avuto una firma in meno ed un censore muto per gli anni più orribili della nostra genesi repubblicana. Sarebbe stato forse un eccellente avvocato del foro di Cuneo , ma avremmo perso un analista così severo dei costumi e delle scelte degli  ultimi decenni della nostra vita sociale e politica. Partigiano con un arma in mano durante la resistenza , e partigiano tutta la vita con una penna in mano e la sua solitudine caratteriale con cui ha insegnato a tanti, che il mestiere del giornalista non è quello della banderuola che gira a seconda del vento più o meno proficuo ai propri interessi, ma sempre con coerenza anche sapendo di essere a volte considerato una chimera o uno scomodo pensatore ha sempre detto la sua. Grande maestro di penna , come Enzo Biagi, e come Indro Montanelli, con Lui si spegne una delle figure più illuminanti di un mestiere che sembra diventato ” la moda dell’apparire” dell’apparire ad ogni costo e non di commentare con le idee ed i fatti. Ormai per molti essere giornalista vuol significare appartenere ad una cerchia di eletti, non più essere un cronista di cose ed eventi che debbano essere condannatti o esaltati per il bene comune, ma piuttosto per accontentare chi gestisce la cosa pubblica. Ecco perchè con Giorgio Bocca è facile dichiarare che è vissuto da partigiano anche dopo la resistenza. La sua è stata una battaglia continua contro il consumismoe contro la sempre più bassa grettezza culturale che ha affossato ideali ed etiche umane avvicinando la nostra generazione a quella di adulatori di effimere ricchezze ed effimeri traguardi. Salutiamo con la sua dipartita una genia di uomini che hanno difeso fino alla fine uno stile di vita non certo retorico , ma umano nel senso vero della parola umanità quello che si rivolge al pensiero e alla forma di vita diversa dall’esistenza della bestia non pensante.

Enrico Liotti

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L’Europa da vicino grazie a Debora Serracchiani

Nata dal terribile disastro della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa unita è uno degli esempi più alti della civiltà umana avendo riunito le forze di nazioni vicine e divise durante i secoli solo dai confini e dalla cecità degli uomini. Camminare per le strade di Strasburgo, entrare nell’imponente sede del Parlamento europeo, sentire direttamente dalla voce della parlamentare Debora Serracchiani come funziona la macchina europea, rende l’idea di cosa stiano costruendo i governi e, si spera sempre di più, i popoli europei.

Debora Serracchiani (membro della commissione trasporti e turismo, membro sostituto della commissione libertà civili, giustizia e affari interni) spiega infatti come il lavoro del Parlamento europeo, della Commissione e del Consiglio europeo sia centrale nella vita quotidiana di ogni cittadino dell’Unione anche se i media italiani attenuano l’eco di tale attività legislativa. Si parla di tutela del lavoratore, di un possibile codice della strada europeo, di gran parte delle normative emanate dal Parlamento nazionale che sono applicazioni dei regolamenti o delle direttive del diritto comunitario. Ad esempio, come può agire l’Unione europea in materia di lavoro ed occupazione? L’on. Serracchiani ricorda che l’Europa è intervenuta per garantire la parificazione dei titoli di studio tra i diversi paesi, ha stabilito l’introduzione di un salario minimo garantito e di ulterori tutele per le donne lavoratrici parasubordinate oltre a seguire con attenzione il tema della sicurezza sul lavoro.

Altro aspetto interessante è il rapporto del parlamentare europeo con le cosiddette “lobby“. Come negli Stati Uniti, il mondo imprenditoriale si espone verso la politica per rendere chiare le proposte e gli interessi riguardanti un determinato progetto, l’on. Serracchiani afferma: “Facendo parte della commissione trasporti, vengo contattata dalle imprese del settore che mi propongono le loro istanze. Tutto questo alla luce del sole, tutto con la massima indipendenza di giudizio e di voto. In Italia avviene la stessa cosa ma non si dice in giro, la parola “lobby” ha perfino un’accezione negativa. Tuttavia il buon politico deve ascoltare, confrontarsi, trovare più soluzioni e, infine decidere.”

In questo piccolo assaggio d’Europa non poteva mancare una chiusura sulle origini intellettuali dell’integrazione europea, sulla figura di Altiero Spinelli, autore con Ernesto Rossi durante il confino nel periodo fascista de “Il manifesto di Ventotene”, il cui modus operandi può essere descritto da un pensiero presente nel testo autobiografico “Come ho tentato di diventare saggio“: “La federazione europea non mi si presentava come un’ideologia […] era la risposta che il mio spirito desideroso di azione politica andava cercando”. Queste parole erano in un libro, oggi sono vicine a tutti noi.

Federico Gangi
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ORA:……”Io speriamo che me la cavo”

Come recitava il titolo di un famoso libro e film  di Marcello D’Orta

Il Governo Monti rappresenta una risposta straordinaria a una situazione economica gravissima nella quale l’Italia è stata portata dalla politica nata con la cosiddetta seconda repubblica, che nella sua iperbole ha conosciuto sia la nascita del bipolarismo e con essa l’ascesa di Silvio Berlusconi, che per primo aveva intuito il nuovo vento che spirava dopo l’operazione “mani pulite” e sia la fase calante del suo carisma per troppi errori di sceneggiate burlesque e politica dell’arraffare dei sui poco virtuosi soci. Soci, politici che hanno sempre sfruttato il carisma del loro leader per vivacchiare nella aurea del potere anche se spesso molto inetti ed incapaci di gestire la cosa pubblica. Con l’affermazione della netta maggioranza ottenuta dal governo Monti sia al Senato che alla Camera, oggi riacquista centralità il Parlamento e sembra la nemesi storica che porta la scelta di Gianfranco Fini a vincere la sfida lanciata più di un anno fa in nome dei valori di legalità e unità nazionale, giustizia sociale e cittadinanza, che spesso sono stati calpestati in questi ultimi anni. Ancora una volta, è la Lega ha mostrare il suo becero modo di far politica, da un lato continua a gridare Roma ladrona, dall’altro propone leggi – vedi il ritorno della legge mancia – in cui anche in momenti di vera crisi economica, e disastri ambientali come le ultime alluvioni riesce a far approvare come ultimi colpi di coda della maggioranza di cui era il paletto di tenuta leggi che permettono ai vari politici di elargire regalie nei propri collegi specie ora che siamo nel clima natalizio. Per fortuna quel piccolo drappello di coraggiosi, nato contro il più grande apparato mediatico ed economico dell’occidente,  che si era appropriato anche della televisione pubblica con uscite quasi giornaliere di editoriali alla Minzolini, o pensieri serali da “Radio Londra” dell’elefantino “Giuliano Ferrara” ha vinto la sua prima sfida, tenendo alta la bandiera del patriottismo repubblicano. Certo in questo momento di nascita il rapporto idilliaco nato con il nuovo esecutivo diretto dal professor Monti è al suo apice. Bisognerà valutare ora, con i fatti, se la scelta è stata messa nelle mani giuste. Ovviamente, il nuovo esecutivo dovrà per forza naturale partorire scelte non del tutto gradite, il vero obiettivo sarà capire fino a che punto saranno scelte eque e distribuite fra tutti. La speranza, sempre ultima a morire, è che veramente l’azione del governo Monti, vada a scalfire i poteri forti di cui dice di non far parte. Anzi, in una sua dichiarazione ha sempre sostenuto che i poteri forti hanno sempre temuto la sua logica e la sua missione di “servitore dello stato” vedremo ora se è vero e se chi gli ha concesso la propria fiducia gli permetterà di approvare le scelte che anche il colle e la politica europea aspetta dal nostro grande Paese.

 

Enrico Liotti

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Con l’economia deve risollevarsi anche la politica

Berlusconi si è dimesso, Monti ha accettato l’incarico di governo con riserva. L’ex premier si è presentato in televisione, suo mezzo preferito, per mandare un messaggio agli italiani riferendosi a progetti e programmi sempre vivi nella sua mente ma, evidentemente, morti già dal 1994. Nella sua prima dichiarazione da Presidente del Consiglio in pectore, Mario Monti ha parlato poco, per tre minuti circa, affermando di non avere tempo per rispondere alla mera curiosità dei giornalisti sulla composizione del nuovo esecutivo perché c’è tanto da fare.
Ebbene mi auguro che il governo Monti prenda il tempo necessario per consolidare l’economia italiana e dia il tempo alle forze politiche di trovare una via più civile di presentazione delle proprie posizioni e di confronto con gli avversari.

Angelino Alfano, segretario del PdL, ha parlato di sovvertimento del risultato elettorale, di governo Monti instaurato in modo “autoritario” in linea con i “festeggiamenti” di Roma in seguito alle dimissioni di Berlusconi. Il giorno dopo quindi i sostenitori del PdL si sono riversati a Roma per chiedere le elezioni, gridando che il Presidente del Consiglio si è dimesso “nonostante il popolo lo volesse ancora al suo posto”. Le nozioni della costituzione materiale (di fatto) formulate dal PdL sono esse stesse autoritarie poiché parla in nome di tutto il popolo considerandosi primo partito italiano, anche se ha vinto nel 2008 con il 36% dei consensi ed oggi, secondo i sondaggi, otterrebbe il 25%, un punto in meno del Pd. E’ un tentativo di di gettare fumo negli occhi, di scombinare le carte in tavola. Per qualche saggio motivo la Costituzione prevede il ruolo di arbitro del capo dello Stato che, in momenti come l’attuale, ha dimostrato la sua fondamentale importanza definendo le dimissioni del governo Berlusconi “correttamente rassegnate” e consegnando la guida del Paese a personalità più affidabili e coerenti.

Nell’ultimo anno Berlusconi non aveva più la maggioranza politica, riusciva ad ottenere la fiducia in Parlamento, di cui bisogna dargli certamente atto, esercitando il proprio potere di lobby, altrimenti sarebbe riuscito a proporre ed emanare leggi di riforma, introdurre misure forti, coordinare i propri ministri con metodo. A riguardo, gravissimo è il caso del ministro dello Sviluppo economico, incarico per mesi vacante, poi ricoperto dopo 15o giorni da Paolo Romani. Sappiate che intanto le imprese tedesche conquistavano il mercato della telefonia cinese con l’appoggio del governo di Berlino.

La speranza è che oltre all’economia, si risollevi anche la politica. Il Pd deve diventare ancor più un partito riformista, il PdL deve riconquistare i valori della destra europea. Se la sinistra ha Benigni, la destra era arrivata ad avere Berlusconi come comico di riferimento, basti guardare la serie di gaffe, battute, scenette del cavaliere nei suoi ultimi anni di governo: esilaranti ma tristi.
Servono nuovi leader a sinistra ma ancora di più a destra, per dare maggiore spinta alla democrazia che, come l’economia, è ora in emergenza. Alfano deve capire che il “commissariamento” di Palazzo Chigi da parte del Quirinale è responsabilità del governo uscente che non ha fatto nulla per consolidare l’affidabilità dell’Italia sui mercati e in Europa proprio perché si riteneva custode della sovranità del popolo (di un popolo ricco e agiato che frequenta ristoranti e feste) dimenticando che, al contrario, doveva servire lo Stato.

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

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COME SEMPRE!

Che il governo Berlusconi sia caduto era  ormai scontato e  fisiologico. Che le forze politiche di maggioranza gridano con Cicchitto in seduta alla Camera di non doversi scusare di niente è altrettanto “normale. Che già alcuni osannanti del Premier cercano di lasciare, quasi scandalizzati il suo carrozzone è patetico (anche Pietro interrogato durante il processo nel Sinedrio  a  Gesù rinnegò ). Che tanti servili colleghi della stampa già tremano per i privilegi costruiti attorno ad una adesione ad un uomo che li ha creati e ora vedono vacillare, comincino a tremare per le posizioni che potrebbero perdere è ancora più scontato.  Ma come sempre, quando si capovolge uno status quo, c’è chi ride per la sospirata liberazione e chi finge di piangere guardando già in che salsa mischiarsi o in quale corrente riconoscersi facendo finta che tutti i danni e i complotti fino a ieri coperti o condivisi siano presto dimenticati da quegli allocchi degli elettori.  Da parte dei momentanei vincitori si festeggia alla fine di una politica quasi Burlesque, alla fine di un sognatore che con tutti i suoi difetti a per circa due decenni ha creduto nella propria “missione” e si è circondato di inetti subito pronti a scappare appena la sua luce si è offuscata. Non tutti però, hanno capito che questo periodo così  breve per la nostra storia ma così lungo e catastrofico per le nostre tasche non è solo causa dell’ uomo chiamato Silvio.  Personaggio da un lato vanaglorioso e dall’altro cieco nei propri interessi. Da un uomo che altruisticamente ha creduto nella propria immagine e si è circondato di stupidi adoranti che pur di godere dei privilegi raggiunti non hanno mai pensato agli altri, ma sempre e solo a sa stessi. Forse una delle maggiori debolezze di Silvio Berlusconi è stata quella di credere che la vita sociale di una nazione sia simile a quella proposta dalle sue televisioni e dai suoi programmi spazzatura. Ma come sempre, anche la finzione a volta stanca e quanto le poche migliaia di  adoranti ed di emuli di un lusso solo televisivo cominciano a sentir scarseggiar le monete sonanti nelle proprie tasche,  hanno il sentore che i  mega Suv comprati a rate, le palestre e le amanti sfoggiate come potere, i ristoranti ed i luoghi più In  da loro frequentati cominciano a rifiutare i pagherò e pretendono il pagamento immediato dei propri servigi si rendono conto che la pacchia stia finendo. Quando ciò avviene, quando l’ultima goccia fa traboccare il vaso e si comincia ad aver paura di ritrovarsi  come coloro che quotidianamente con un titolo di studio, con tempi di lavoro di oltre 12 – 14 ore giornaliere, con livelli di sopportazione inumani hanno continuato a credere in  un’etica del rispetto e del lavoro e hanno continuato a sorreggere questo povero Paese avendo sulle proprie spalle l’onere di rimpinguare i privilegi di veline, attricette e politici che in vita loro non hanno mai lavorato un giorno,  allora come sempre ci si ritrova a scaricare in un attimo chi tutto ciò ha rappresentato. Come sempre da domani tutti si dichiareranno di non esser mai stati berlusconiani  ed i furbi che hanno munto alla sua stalla già studiano come ripresentarsi riciclati e puliti come se nulla fosse successo in questi ultimi diciannove anni. Come sempre, noi miseri mortali dopo l’esultanza di una “liberazione” aspettata da oltre un ventennio presto ci dimenticheremo delle privazioni e delle macerie che le scelte degli ultimi anni hanno generato. Come sempre con molti sacrifici in più, dovendo ricostruire su macerie molto vetuste, sempre i soliti si rimboccheranno le maniche e ricominceranno a risalire la china di una società che vede milioni di giovani disoccupati e milioni di poveri in più e appena cominceremo a  respirare ci dimenticheremo di questi soprusi e inneggeremo al nuovo venditore di fumo che intanto, come sempre si sarà lustrato a nuovo e si ripresenterà come una novella Vanna Marchi o un novello Unto per indicarci strade dove “senza lavorare” si possa raggiungere l’illusorio benessere fin qui rappresentato. Come sempre, siamo un popolo di eroi e di santi, di sognatori e poeti e per fortuna bastano pochi uomini coriacei come un vecchio ottantenne che ci rappresenta a lasciarci la speranza che come sempre riusciremo a rinascere meno ricchi , ma più uguali dove i privilegi siano più equamente divisi e dove gli evasori siano più colpiti per ridistribuire quella ricchezza che per tanti anni ci hanno defraudato. Come sempre,  spero di non ricadere nell’utopia che serva sempre  un anziano presidente come  Giorgio NAPOLITANO oggi, o un presidente partigiano come  Sandro PERTINI ieri, a difendere un’uguaglianza che altri hanno usurpato.  Mi auguro che dopo un eventuale periodo di sangue e lacrime con un governo di emergenza,  non sia necessario un altro vecchio padre dello Stato per farci difendere principi che tutti dovremmo difendere senza necessariamente sentirci solo indignati ed avere occhi vigili per evitare il prossimo  furbo che tenterà di cancellare i nostri ideali ed il futuro dei nostri giovani.   Anzi, come nell’antica Roma quando la repubblica era in pericolo per sei mesi il senato dava pieni poteri ad un “Dictator” che di solito era una grande personalità (come potrebbe essere Monti)  designata a traghettare la politica da una fase di stallo e marciume ad una nuova etica. Ed è in quel breve periodo di tempo che il “popolo elettore poteva ben conoscere la politica di chi pensa a vincere con più voti  – come era solito ricordare Alcide De Gasperi – dalla politica di chi pensa , bene o male, alle prossime generazioni”.

Enrico Liotti
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L’etica vale miliardi

Siamo alla fine? È arrivato forse il momento in cui il terzo monarca della Repubblica (dopo Andreotti e Craxi) chiuda la propria esperienza politica? Più volte, in questi diciassette anni, sembrava fosse arrivato il momento ma, anche questa volta, non sarebbe intelligente uscire in strada per fare caroselli di automobili. I motivi sono tanti, ma ne indichiamo solo tre.

Il primo è di buon gusto. Nel segno del rispetto per l’avversario politico che deve essere un valore portante di ogni sistema democratico.

Il secondo è che Berlusconi ha sì danneggiato l’Italia con il suo atteggiamento da liceale in gita scolastica, alimentando quasi vent’anni di forte conflitto politico incentrato sulla sua figura e sui suoi interessi e rimanendo quasi immobile davanti alla necessità di riforme; ma quando si farà da parte e sentiremo lontano, senza nostalgia, il canto “Per fortuna che Silvio c’è”, sarà obbligatorio non trovare un nuovo capro espiatorio dietro il quale nascondere una politica inefficace o sistemi sommersi di interessi, privilegi e favori.

Il terzo motivo è che l’attuale premier, dimissionario, rappresenta una delle anomalie italiane ma bisogna iniziare ad arginare, se non risolvere, anche le altre per riportare il nostro Paese ad essere un grande Paese. In quest’opera di assestamento del regime democratico ed economico italiano potrebbe avere un ruolo centrale Mario Monti, ex commissario europeo, stimatissimo a livello internazionale e prescelto di Giorgio Napolitano per la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.

A riguardo, la vita e l’attualità mi fanno pensare con sempre più forza che le qualità etiche, che possono caratterizzare ognuno di noi, hanno un’importanza inimmaginabile. La disponibilità di risorse, il curriculum di studi, il fascino personale sono elementi forti ma l’affidabilità, la serietà, il rispetto per il prossimo, l’onestà, la coerenza, la correttezza “valgono miliardi”. Dal cortile di una scuola agli scenari internazionali i valori etici sono potentissimi e durano nel tempo poiché permettono un continuo miglioramento e un’attenzione forte alle idee in luogo degli interessi. Basti guardare alle reazioni dei mercati alle notizie sulle vicine dimissioni di Berlusconi, sulla scelta di Monti, sulla possibilità di elezioni. I mercati, come tutti noi, hanno bisogno di contare su persone di spessore che affrontino i problemi senza la presunzione di avere la bacchetta magica, su uomini di Stato che servono lo Stato e non lo usano. Gli italiani sono già troppo esperti dei risultati che possono raggiungere gli avventurieri, gli spavaldi, gli uomini della provvidenza che, rispetto alla disgregata complessità della realtà, possono solo definirsi “tutto d’un pezzo”.

 

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

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SPETTACOLO DEL RIDICOLO

Enrico Liotti


Non è più possibile, da un lato l’Europa economica, che ci rende sorvegliati speciali. Dall’altro un premier che ci illustra come cicale, sempre allegre e in ristoranti pieni e commensali gaudenti. Da un lato chi alza un muro di indignazione verso la nostra politica dell’arrangiarsi e del autocommiserarsi, dall’altro Ministri dello stato che ormai insultano tutti, dai semplici cittadini ai loro colleghi alzando spesso il dito medio in segno di saluto. Da un lato persone che non sanno più come arrivare alla terza domenica del mese e  dall’altro giornaliste televisive che scandalizzate si chiedono come si potrebbe vivere senza colf o senza Ferrari. Mi appare sempre più netto il divario tra la realtà di prostrazione delle masse e la lontananza di chi queste masse governa. Da parte dei mezzi di comunicazione c’è chi urla allo scandalo quotidiano e chi difende privilegi ormai di “casta”. Intanto nei cantieri si continua a morire, nei luoghi di lavoro si notano sempre meno giovani, nelle città si muore alle prime avvisaglie di intemperie climatiche. Il balletto continua all’infinito con la divisione di colpe a vecchi governanti o ad  incapacità dei  nuovi  con annessa incuria della “res publica” della cosa di tutti, e della sorte di tutti. Forse anche chi finge di vedere, si rende conto che non è più possibile gridare alle folle di essere composte solo da detrattori e masochisti distruttori. Forse è l’ora di fermare questa farsa pazzesca per non trovarci una mattina tutti in mano a violenti “black-block” o incazzati elementi del comune popolino che non arrivano più neanche a metà mese, altro che alla terza domenica….. La speranza è quella di fermarsi un attimo, pensare e necessariamente fare un passo indietro. Non un passo metaforico, o un passo indietro a chiacchiere, ma un vero momento di tregua dove tutti si diano una calmata. Sono troppi anni ormai che viviamo da cicale e al sopra dei nostri mezzi. La Nave affonda ma noi continuiamo a ballare. Non è una metafora al famoso Titanic, ma la dura realtà che ridicolizza lo spettacolo di una gestione della nostra epoca dove non si trovano più valori e riferimenti da omologare. Uno spettacolo ridicolo che ci sta affossando in un medio evo senza speranza. Alcuni capisaldi dell’etica si possono ancora immedesimare con i vari Napoletano o Benedetto XVI a seconda della propensione di ognuno di dar ancora un valore all’anima o all’etica umana dalle origini dei propri modus vivendi. Ma la realtà rimane che senza una tsunami culturale o senza una presa di coscienza vera questo misero teatrino continuerà a rappresentare un ridicolo spettacolo, che opprime sempre di più senza mostrare una via d’uscita.

enrico.liotti@ildiscorso.it

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Economia, felicità, Europa

Tutti ormai sono convinti che tra quindici anni la Cina trainerà il mondo mentre il nostro Paese, sesta economia globale, scenderà al ventesimo posto (zona oggi occupata da Svizzera, Arabia Saudita, Polonia, Svezia e Turchia). In effetti in questi giorni l’Europa sta vivendo momenti di crisi rivelati dalla situazione traballante di un membro troppo grande come l’Italia. Nessuno può dire cosa accadrà ma essere pessimisti non serve a nulla, anzi può servire a ritenere che non ci sia soluzione quando per ogni problema esistono vie di uscita. La cosa certa è che il momento attuale è un momento di transizione. Il “pacchetto di salvataggio” proposto dal Governo italiano all’Europa contiene misure che in Italia si propongono da vent’anni, questo è il sintomo del fatto che i cambiamenti, non esistendo una formula risolutiva unica, si formano con tentativi, sbagli, illusioni che nel tempo diventano sicurezze, innovazioni, prospettive.

L’Italia, l’Europa può formare dentro se stessa una forza che porti la civiltà umana ad un livello di consapevolezza ulteriore a quello attuale. Come accade nelle nostre famiglie sono spesso i figli a mostrare ai genitori la natura e la forma dei propri errori; gli Stati Uniti d’America, nati in risposta all’assolutismo europeo, sono “tornati a casa” durante i due conflitti mondiali per salvare da se stessa l’Europa malata. Gli Stati Uniti non hanno inventato nulla, hanno semplicemente imparato dalla propria madre cosa fare e cosa non fare. Lo hanno fatto guardandola.

Oggi l’Europa è il Vecchio Continente, è una delle più forti espressioni della natura umana. In un territorio relativamente piccolo, in confronto ad esempio a Cina e Russia, si trovano popoli diversissimi che stanno seguendo la via della comunità, della solidarietà, dell’unità degli intenti. Non che questo processo dalla mia breve descrizione sembri facile, ma la madre può insegnare ancora al figlio già maturo.

Il predominio culturale americano sembra, a noi contemporanei, qualcosa di artificiale e tendenzialmente negativo, è tuttavia una fase bella e radiosa della storia dell’uomo. L’Europa portò Botticelli, Michelangelo, Leonardo, Newton che nelle loro epoche ebbero lo stesso contributo che ha oggi la Coca-Cola. Non è una esagerazione ma, ritengo, una realistica visione comparativa anche se volutamente provocatoria. A sostegno di questa ipotesi basta fare un confronto non solo fra gli elementi che nella Storia hanno cambiato il mondo ma confrontare anche le rispettive genti ed economie delle medesime epoche.

L’economia appunto. L’economia è la norma, la consuetudine, l’andamento dell’ambiente in cui l’uomo, in quel dato periodo, vive. Come pensare che una bevanda ed il suo marchio siano meno importanti della Gioconda quando quel colore rosso, segno distintivo del brand, rappresenta il Natale (festa religiosa) per gran parte dell’Occidente. Questo è un esempio che il nuovo, spesso snobbato, cambia a lungo andare la percezione collettiva e, magari, non c’è momento migliore dell’attuale per rivedere i dogmi dell’economia moderna e dare maggiore peso e dignità a fattori nascosti ma con un grandissimo potenziale.

La disoccupazione avanza, le tasse e i prezzi aumentano, i consumi calano e le aspettative non sono positive né per le famiglie né per le imprese. Problemi simili li rilevò anche Giuseppe Mazzini ne “Dei doveri dell’uomo” del 1860 dove scrisse “Tra l’egoismo e lo schiavo non è che un passo” rivendicando la necessità di appartenenza all’umanità e alla patria (associazione e progresso). Oggi l’idea di integrare il Pil, l’utile, la produttività e la ricchezza con la “felicità” potrebbe essere una via e vi chiedo qual è, in questo mondo, la macroregione che più si avvicina a questo possibile cambiamento, la Cina? Gli Stati Uniti? L’India? L’Africa? L’Europa?

Insomma, quale sintesi è possibile trarre dalle ultime ricerche della psicologia sulla felicità? Le caratteristiche del pensiero umano danno una spiegazione plausibile del motivo per cui le persone non sono sempre in grado di raggiungere un’allocazione ottimale del tempo nei vari domini della vita, seguendo quelli che sono, peraltro, i risultati della felicità oggettiva e delle ricostruzioni giornaliere. Ciò che colpisce sono le conseguenze del fatto che le persone tendano a trascurare la misura del tempo e le rapidità con la quale si abituano alle nuove situazioni. Fare grandi sacrifici ed enormi sforzi per aumentare il proprio reddito o per acquistare un bene materiale, per poi scoprire che questo cambiamento nel tempo ha aumentato poco o nulla la propria felicità, potrebbe essere un problema da tenere seriamente in considerazione. Il timore è che l’individuo, lasciato solo con i suoi limiti cognitivi, rischi di non avere molte possibilità di progresso. Sarà possibile una risposta collettiva e coordinata? (GIACOMINI G., Che cos’è la felicità? Una prospettiva cognitiva e sperimentale, 2011. Testo completo su www.iaasm.net)

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

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Il tifo rimanga tifo, la vita non è una partita di calcio

Il fine settimana arriva per allietare i lavoratori, distrarre chi un lavoro non ce l’ha più, far sperare milioni di tifosi di godersi una vittoria della propria squadra del cuore per poter tornare nella realtà con maggiore serenità. Il calcio è anche questo e va avanti grazie al numero infinito di spettatori e consumatori del prodotto. Tutto questo è fisiologico, è connaturato alla società e al regime economico in cui viviamo ma, anche in questo ambito, non è accettabile cadere nell’estremismo. I gruppi di tifosi organizzati diventano adepti di un credo che supera i criteri dell’intelligenza e della sensibilità umana fino a convincersi di essere il “bene” contro il “male”. Cosa c’entra lo sport? Dove si colloca la sana rivalità tra fazioni opposte? Siamo fuori strada.

Un esempio di quando scritto è stato lo striscione apparso nella curva dell’Inter allo stadio “Meazza” di Milano sabato sera durante la partita Inter-Juventus, valevole per la decima giornata di campionato. Il testo recitava: “Acciaio scadente: nostalgia dell’Heysel“. Le parole di condanna verso questo gesto non potrebbero essere abbastanza. Vista la premessa non sto facendo una critica di parte contro una specifica tifoseria poiché questo non è tifo ma un insensato odio mascherato dai colori della squadra in campo. Il mio disappunto, forte disappunto, è rivolto a quelle persone che si sono volute “mostrare” con un messaggio che disonora la propria curva e manca di profondo rispetto per 39 persone, 39 tifosi come loro che nel 1985 persero la vita mentre stavano per assistere ad un evento sportivo. Inoltre si è fatto riferimento ad un’inchiesta sulla copertura del nuovo stadio della Juventus che noi abbiamo seguito nella sua realizzazione in quanto episodio d’innovazione architettonica, ingegneristica e culturale quasi unico in un paese in decadenza come il nostro; inchiesta che vede la società bianconera parte lesa.

Mi chiedo se l’Inter avesse preferito essere rappresentata dai propri tifosi in un modo migliore e sono sicuro che così è, visto che sabato sera lo spettacolo è stato totalmente privo di rispetto e stile.
Un vero tifoso, un vero sportivo chiederebbe di stringere la mano a Maicon per il bellissimo gol sotto l’incrocio e a Marchisio per l’ennesima magia, invece si sentono cori razzisti o che augurano la morte di rappresentanti della squadra avversaria fino ad arrivare a striscioni che tirano in ballo, lo ripeto, 39 vittime italiane (juventine ma anche interiste) senza cognizione di causa, senza il minimo senso dello sport e del cordoglio. Grazie al sacrificio delle vittime dell’Heysel l’Inghilterra adottò misure durissime contro la tifoseria violenta che affliggeva il calcio britannico facendolo diventare oggi un modello da imitare, la memoria è come una saggia maestra e infangarla è un delitto.

 

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

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