Se andassimo in vacanza?

Cosa faccio quando una persona mi chiede di andare in vacanza con lei? Mi pongo determinate domande per avere le informazioni necessarie per scegliere se accettare o meno.

La prima riflessione riguarda la persona che mi invita e il gruppo con cui la vacanza è in programma. Chi è la persona che mi sta invitando? Chi verrà con noi? E’ molto importante che l’invito sia posto con l’intento di condividere nuove esperienze, da persone capaci di comprendere le esigenze degli altri, che siano elastici e disponibili nelle difficoltà e, allo stesso tempo, concreti e corretti nell’applicare le regole del rispetto e del buon vivere in comune.

In secondo luogo mi domando come io stesso potrei, all’interno del gruppo, migliorare il viaggio e la permanenza presso la meta prescelta. Avrei un ruolo, più o meno attivo, nell’organizzazione? Come potrei essere d’aiuto? Sarei propositivo o mi lamenterei di continuo senza trovare soluzioni agli eventuali problemi?

Terza domanda, in linea di importanza, la pongo  sulla meta e sul progetto . Il programma di una vacanza deve essere verosimile: se mi proponessero di andare in Australia con tappa ad Atlantide, con un volo della durata di due ore e pagando cento euro, chiederei la possibilità di tornare in groppa ad un canguro viola. Il programma deve rispettare il soddisfacimento dei bisogni che una vacanza dovrebbe garantire ad un gruppo: il bisogno di riposo, di divertimento, di svago, di scoperta. La valutazione del programma dipende molto dall’affidabilità degli organizzatori e compagni di viaggio.

In definitiva la cosa più importante sono le persone con cui starò, il mio atteggiamento nel gruppo e, in ultimo, il programma.

Ora mi sorge un dubbio. Cosa faccio quando una persona mi chiede di votare per lei?

Potrei andare in vacanza, potrei studiare la persona valutando: valore umano, autorevolezza, capacità, affidabilità, visione. Potrei riflettere su quanto ho contribuito o vorrei contribuire alla crescita morale della mia comunità. Potrei valutare il suo programma: se tende alla risoluzione dei problemi che danneggiano maggiormente la comunità, se è fattibile, se è efficace.

Se andassimo in vacanza? Partiamo il 25 febbraio.

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata

 




Dietro a una grande società ci sono grandi donne

Oggi si è spenta una grande donna italiana, Rita Levi Montalcini. Nel cordoglio di tutta l’Italia per la scomparsa di una donna che ha dato un notevole contributo alla ricerca scientifica, sopravvive il suo messaggio e il suo esempio.

Pochi giorni fa Mario Monti definì “imbarazzanti” alcuni tratti della mentalità italiana riguardo al rapporto tra uomini e donne, senza escludere la prassi negli ambienti del potere. La società umana ha bisogno delle donne, ha bisogno di un loro impegno attivo.

La stessa Montalcini disse che “l’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi”: sembra un’affermazione ovvia, ma le donne ci insegnano che nella vita nulla si può dare per scontato. I due sessi portano infatti caratteristiche peculiari difficilmente classificabili ma facilmente percepibili in qualsiasi gruppo umano, da una classe delle superiori a una comitiva di anziani. Gli uomini sono più bravi a fare gruppo, trovano sicurezza con semplicità e nelle cose che sanno fare bene (a volte ne basta una sola: riempire il bagagliaio o saper appendere dritto un quadro); le donne sono più sensibili alla profondità, sentono in modo più forte la precarietà ciclica della natura e della vita; i padri sono, in genere, un punto di riferimento per il rapporto dei figli con il mondo esterno, le donne educano i piccoli al rapporto interiore con sé stessi.

Sono generalizzazioni, ma in una società in cui conta molto l’apparire la donna rischia di non ottenere la fiducia e la stima necessarie per aumentare il proprio apporto ad un’inversione di rotta, verso una società in cui l’essere torni ad avere un ruolo centrale nella mentalità collettiva. Sono le donne, le madri che possono vedere nell’esempio delle grandi donne come Rita Levi Montalcini, quella forza necessaria a rendere più profondo e saldo il rapporto dei futuri cittadini con la propria interiorità, perché se il rapporto con noi stessi è fragile lo sarà anche quello con gli altri con ripercussioni sull’intera società. Le donne sanno che serve lottare per raggiungere la bellezza, non mi riferisco alla cosmesi ma a qualcosa di più vero.

Cerchiamole ovunque, valorizziamole, aiutiamole a raggiungere, assieme a noi uomini, dagli obiettivi più semplici a quelli più alti:  ricostruiamo una società pienamente umana. Perseguiamo la ricerca della completezza, tutti assieme, con tutte le risorse che abbiamo a disposizione, Rita Levi Montalcini disse: ”Rare sono le persone che usano la testa, poche quelle che usano il cuore ed uniche coloro che usano entrambi”. Grazie per l’Esempio.

Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




Il 4-4-3 dello statista di Milanello

State guardando una partita in televisione, la vostra squadra sta tenendo il pareggio in casa in un incontro molto sofferto e importante. Verso l’ottantacinquesimo minuto uno spettatore in camicia e giacca scura scavalca i tabelloni pubblicitari, entra in campo e prende il possesso del pallone. La partita si interrompe.

Lo spettatore, diventato attore davanti a migliaia di spettatori increduli, non ha violato una regola prettamente attinente al gioco del calcio bensì non ha rispettato il suo ruolo di spettatore e, allo stesso tempo, di garante passivo del buono svolgimento dell’evento sportivo.

Sul prato verde, il nuovo attore prende il posto dell’allenatore imponendo alla vostra squadra di schierarsi con un 4-4-3, con la spiegazione che questa tattica l’avrebbe portata alla vittoria. Dopo un breve discorso delirante, l’arbitro lo intima a lasciare il campo minacciandolo di far perdere la squadra di casa, la vostra, per 3-0 a tavolino. Iniziano i fischi dal pubblico, il piccolo uomo viene placcato dagli addetti alla sicurezza che lo trascinano fuori dal rettangolo di gioco.

La partita riprende. L’allenatore sostituisce il vostro bomber con un giovane reduce da molti prestiti in provincia e ormai maturo per l’esordio, al novantaduesimo minuto l’arbitro fischia un fallo al limite dell’area, il nuovo entrato prende il pallone, lo posiziona, calcia, sfera all’incrocio dei pali, la vostra squadra ha vinto.

Scrivo l’articolo in tribuna stampa, sono entusiasmato per la vittoria, per il ragazzo che ha segnato un gol bellissimo appena entrato, per la squadra che ha lottato e ha vinto, per la vittoria stessa. Esco dallo stadio e vedo che un giornalista con la barba sta intervistando l’invasore di campo, gli chiede chi gli stia antipatico, perché abbia fatto un gesto così eclatante, l’ometto si sistema la camicia e, mentre mi avvicino, proclama al microfono: “Ho scelto di scendere in campo perché non voglio vedere la mia squadra perdere a causa di uomini mediocri e immaturi legati a doppio filo con…”, vedendo il mio sguardo si interrompe. Lo fisso sorridendo e con tono gentile: “Le confesso che dopo la vittoria della squadra che stava per condannare con il suo irresponsabile gesto, mi ero completamente dimenticato di lei. E’ sceso in campo, ha interrotto il regolare svolgimento del gioco rischiando di far perdere la sua squadra, ha fatto il suo show da clown, ma alla fine? Il nulla, se non due orecchie per ascoltare e una bocca per parlare, a ricordarle che bisogna parlare la metà e ascoltare il doppio. Racconterò questa storia ai miei nipoti, la chiamerò la storia dello statista di Milanello. Lo farò per insegnare ai giovani che prima viene un gruppo, poi l’individuo; che sono i politici ad aver bisogno dei cittadini e non viceversa; che rispettare gli altri, le regole e i valori non è essere mediocri, ma grandi.”

Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




Gli errori che devono portare a strategie

Il caso Ilva di Taranto rappresenta il contrario di quello che dovrebbe accadere in una società evoluta e in uno Stato di diritto. La speranza è che questo esempio negativo sia un monito per il futuro della politica italiana: il potere giudiziario interviene per tutelare il diritto inviolabile alla salute facendo chiudere i battenti al più grande stabilimento siderurgico d’Europa in un periodo di estrema difficoltà per l’occupazione, l’esecutivo risolve la situazione emanando un decreto legge che aggira l’intervento della magistratura per garantire all’impresa la riqualificazione del sito. Molto bene, anzi, un disastro. La magistratura ha agito applicando la legge, il governo ha fatto opera di mediazione contemperando i delicatissimi interessi in gioco, ma stiamo assistendo ad una macroscopica manifestazione della mancanza di visione della politica, della gravissima mancanza di uomini di partito che, secondo la definizione di De Gasperi “Il politico pensa alle elezioni, lo statista alle generazioni future“, rientrino nella seconda categoria.

L’Ilva di Taranto è una dei più grandi fallimenti di politica industriale d’Europa, mentre in tutto il mondo da venti anni la siderurgia ha innovato i metodi di produzione costruendo impianti ridotti e a minore impatto ambientale, in Italia ci troviamo a dover curare una malattia molto grave con l’aspirina. La prevenzione, la strategia a lungo termine, la valorizzazione delle buone pratiche a discapito di quelle negative, sono temi ancora fuori dalla normalità civile del nostro Paese. Non esiste piano straordinario che tenga, non ci sono leggi che siano efficaci tanto quanto una strategia ragionata, ampia e lungimirante che venga applicata e aggiornata quotidianamente. Serve una visione politica, un adeguamento dello Stato e dei partiti alla società in continuo mutamento.

Gli errori servono. Gli esempi negativi sono essenziali alla vera crescita (che non è solamente riferita al prodotto interno lordo) poiché il modo migliore per costruire il futuro è superare sé stessi.

Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




La villa accanto all’impalcatura

Noi italiani abbiamo l’insana abitudine di generalizzare e lamentarci quando i problemi arrivano, invece di essere più vigili e attivi nei confronti di noi stessi e dei nostri rappresentanti. Se il nostro Paese si sta ammodernando lentamente e conserva geloso antichi vizi, è responsabilità di tutti. Il sistema partitico dovrebbe guidare la nazione verso uno sviluppo democratico, rispondendo alle istanze dei cittadini in quanto studenti, lavoratori o pensionati che siano.

L’Italia è come una meravigliosa villa un po’ diroccata, con un’ampia cantina piena di ricchezze accumulate nel tempo. Il tetto deve essere ristrutturato, gli infissi sostituiti, ma l’impalcatura necessaria per le migliorie sembra sia stata montata a fianco, attorno al vuoto. Una grande struttura in ferro fine a se stessa che, se fosse stata collocata al meglio, avrebbe consentito alla nostra dimora di affrontare le sfide della Storia con maggiore serenità e vigore.

Tra pochi mesi le elezioni politiche porteranno una ventata fresca, con la speranza di un cambio naturale di ciclo, non semplicemente di un’allegorica rottamazione. La “stagione Monti” sta finendo e la politica si sta preparando ad uscire da un provvidenziale periodo di palestra forzata. Sia chiaro, il governo Monti non rappresenta il fallimento della democrazia dal momento che l’ordinamento costituzionale italiano prevede l’elezione dei membri del Parlamento da parte del popolo, mentre il governo è soggetto alla nomina del capo dello Stato e alla fiducia del Parlamento. Con il voto favorevole delle due camere, il governo ottiene la sufficiente legittimazione democratica. L’elezione diretta del capo del governo, in Italia, è una “finzione elettorale”, un patto tra partiti ed elettorato che indica nel segretario del maggiore partito vincitore il candidato premier.

Sarebbe più intelligente, per i partiti, non definire l’attuale esecutivo un “governo tecnico”, per non rendere ancora più plateale il fallimento della propria classe dirigente, in buona parte inadeguata. La politica dovrebbe tornare a dare risposte, dovrebbe ricominciare ad anticipare i cambiamenti in atto per poi adeguare il nostro ordinamento al mondo reale, dando seguito ad una legislazione lungimirante e completa, non più “tappa buchi”. Gli slogan possono andare in campagna elettorale, servono sempre per dare ottimismo e morale, ma la coerenza è ancora importante ed è la vera sfida della politica.

Più di un programma, si abbraccia lo stile di un leader politico ma bisogna assicurarsi che la via indicata venga poi segnata dalle sue scarpe e che, la stessa via, porti a risultati per il bene comune. Servono esempi positivi, serve aiutare le persone a mettersi alla prova e dimostrare il loro valore, serve costruire un’impalcatura attorno ad una villa meravigliosa.

Federico Gangi

 




Il diritto alla fragilità dell’uomo planetario

Al “Giovanni da Udine”, giovedì 27, il ventesimo convegno “L’uomo planetario”, nel ricordo di padre Ernesto Balducci, ha regalato alla città di Udine le riflessioni di quattro grandi personaggi del nostro tempo.

Ospiti di don Pierluigi Di Piazza, testimoni di umanità come Hélène Yinda, teologa africana, Camerun; Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta;
Raul Vera, vescovo di Santillo, Messico; Pierluigi Onorato, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Balducci di Firenze.

Un convegno incentrato sul valore della memoria che, secondo don Di Piazza, rappresenta un patrimonio di speranza e di contraddizioni, una fondamentale coscienza viva di quella forza che ci spinge verso un futuro più umano. Quattro lunghe e intense dissertazioni sul rapporto tra fede e potere, Dio e uomo, “primi” e “ultimi”, “forti” e “deboli”.

L’analisi di questi temi così attuali parte dalla teologa africana Hélène Yinda, promotrice della candidatura delle donne africane al Nobel per la Pace, che contrappone l’autenticità del patto tra l’ordine di Dio e l’uomo alla “non autenticità” del peccato. L’uomo ha la libertà e la responsabilità nel farsi carico delle tensioni “autentiche” ma anche di quelle “non autentiche”, che lo allontanano da sé stesso sotto il plagio del libero arbitrio giustificando un sistema mondiale incentrato sull’imperialismo planetario dei possidenti, così divergente dal disegno di Dio.

Sulla stessa linea il pensiero di Raul Vera ,vescovo di Santillo in Messico, che racconta la difficilissima convivenza tra Fede e potere richiamando la necessità di aprirsi alle persone e chiudersi al potere, di fare spazio nel proprio cuore all’altro e non alla mera ambizione al prestigio individuale.

Sulla speranza come antidoto alla paura il discorso dell’ex magistrato Pierluigi Onorato. La politica dovrebbe essere l’organizzazione della speranza e la guida delle comunità verso un ethos cosmopolita vicino al “bisogno pratico della vita presente”, citando Benedetto Croce. A partire dalla riconoscimento dei diritti umani nel campo del diritto oggettivo nella seconda metà del Novecento, l’umanità sta cercando di responsabilizzarsi in una comunità di destino rappresentata, ad esempio, dall’embrionale esperienza dell’Unione europea.

A tirare le somme, la voce più attesa, la voce dello Stato e della Sicilia, il marmoreo pensiero di Roberto Scarpinato che si diffonde nel teatro con odore di una realtà ruvida d’angoscia. Un racconto sulla “non autenticità” contrapposta all’uomo “autentico” e fragile, di uno stile sporco di soprusi avverso alla resistenza della legalità e della giustizia. Una città, Palermo, sede di retorica commemorativa e fucina di formazione etica, dove la morte è protagonista e la politica scende a patti con gli assassini, dove i servitori dello Stato sono creatori di senso e memoria, quella memoria che è componente fondamentale dell’etica. Martiri soli, morti che camminano, che aspettano soltanto di essere assassinati, ormai abbandonati dallo Stato, dalla Chiesa, dal potere costituito rappresentato da potenti che hanno scelto il male togliendo ai cittadini tutti il diritto alla fragilità, il diritto all’essere uomini normali. L’etica e la scelta della legalità sono l’unica via per il riscatto di un collettivo frammentato dal potere e, come dice la scritta affissa alle porte di una cattedrale in Brasile: “Il mondo si divide tra oppressori e oppressi. Tu, cristiano, che stai per entrare, da che parte stai?”

Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




La necessaria individuazione di un nemico

Nei mesi più caldi la speculazione diventa più cinica, più fredda, creando confusione e incertezza sui mercati e facendo traballare l’Europa. Lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi schizza nuovamente sopra i 500 punti e la riflessione sulle soluzioni promosse da Monti, Hollande, Merkel e Rajoy deve lasciare spazio ad ipotesi sulle cause di questa “irrazionale campagna” contro la stabilità economica dei paesi dell’Unione europea.

Siamo tutti stretti nella morsa di un conflitto tra dimensione globale e locale, tra opportunità e rischi della competizione economica internazionale opposti alle ricchezze e sicurezze, ma anche inefficienze, del locale. Nelle alte sfere e nella politica lo scontro si traduce nell’immortale disputa tra gli “statalisti” di stampo keynesiano e i “liberisti” della scuola di Milton Friedman, i primi vorrebbero un maggiore intervento dello Stato perché “i debitori in crisi difficilmente salderanno i debiti” quindi è meglio indebitarsi ancora per diventare più ricchi piuttosto che, come vorrebbero i friedmaniani, ridurre la spesa pubblica all’osso e lasciar fare al mercato. Le agenzie di rating valutano i paesi europei troppo “statalisti” per poter adempiere ai loro obblighi verso i creditori, quindi gli interessi aumentano e i debitori diventano sempre più poveri arricchendo solo gli speculatori, più o meno gli stessi che hanno sfruttato il libero mercato immobiliare apertosi negli anni novanta in Spagna, Stati Uniti e Gran Bretagna con i famosi mutui suprime e la conseguente famelica bolla immobilare.

Una descrizione semplicistica ma vicina alla percezione di “stato d’assedio” che si manifesta davanti alle notizie che riceviamo dai mass media. Un aspetto da non sottovalutare è la reazione psicologica dei gruppi (siano partiti, sindacati, governi, consumatori, imprenditori) ad uno “stato d’assedio”. Le conseguenti strategie di difesa possono essere diverse e contraddittorie davanti ad un nemico alle porte: da un lato il coraggio, dall’altro la tentazione alla chiusura o alla fuga. Crisi e nemici sono occasioni uniche per accelerare i cambiamenti, lo sapeva Friedman, lo dovrebbero capire i cittadini e la politica perché la Storia insegna che le cure perfette non esistono nemmeno in economia e la vera medicina è un rapporto stretto e sincero tra medico e paziente, alla faccia dei nemici.

 

Federico Gangi




L’Europa al centro

Atene risponde all’appello internazionale e si presenta all’Europa con un governo favorevole alla permanenza nella zona euro. Non si tratta di essere europeisti o meno, è una questione di responsabilità. L’Unione europea soffre sicuramente di un deficit di legittimità democratica e di leadership politica che rende la sua moneta più debole di fronte alle speculazioni, ma risulta ancora lungimirante come progetto di unione tra i popoli.

L’essere umano si sente rassicurato dall’essere circondato da suoi simili per lingua, cultura, opinioni ma, per fortuna, ha anche una forte tendenza alla conoscenza dell’ignoto e del diverso: l’Europa è simbolo universale di questi caratteri naturali. Se non si crede a una così spicciola e breve analisi, possiamo porre l’attenzione sul reale peso degli Stati nazionali rispetto a quello dell’Unione europea verso i cittadini e il territorio. Centri di formazione, parchi scientifici, imprese private, associazioni e molti altri attori visibili della creazione di ricchezza della nostra società nazionale vivono sui progetti resi disponibili dall’Unione europea, i cittadini nati tra gli anni ottanta e novanta lo sanno bene. I diritti dei cittadini e delle imprese godono di maggiori garanzie in sede europea piuttosto che sotto la tutela della legge italiana, sempre che si parli di diritti e non di favori.

Le crisi economiche sono cicliche per cui devono essere colte come opportunità e devono essere affrontate con un forte senso di responsabilità verso le generazioni future. Qualche ingranaggio si è rotto nel sistema dell’opulento mondo occidentale e verrebbe da dire “era ora!” considerando che le difficoltà che giovani e anziani stanno affrontando sono assai diverse da quelle che seguirono la crisi degli anni venti, i sistemi totalitari e la seconda guerra mondiale scoppiata in quei luoghi dove in questi giorni si stanno giocando gli Europei di calcio.

L’Europa ha responsabilità storiche, civili ed economiche verso il mondo intero e verso se stessa, ha il dovere di essere la prima promotrice della pace tra le nazioni perché di questo, in fondo, si tratta. A chi non crede che l’Europa esista consiglio un mese a Strasburgo al confine tra Francia e Germania, l’estate in Istria terra multiculturale da secoli, ma anche qualche giorno a Londra, dove la presenza di un emblema dei nazionalismi come la Corona non limita lo scambio, altra caratteristica naturale di noi esseri umani, fra noi cittadini europei.

Federico Gangi

federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata




Liberazione e passione

Con la resistenza al nazifascismo l’Italia è diventata repubblicana come sognava Mazzini cento anni prima, come oggi 25 aprile 2012, ieri e domani vogliamo noi italiani. Nella Costituzione vennero stabiliti i centri di potere democratici, alla base di questi venne ribadito il ruolo dei partiti (art. 49 Cost.) e dei sindacati (art. 39 Cost.) sulla base del diritto di libertà di associazione (art. 18 Cost.). Oggi i partiti e i sindacati  sono in crisi e stentano a trovare soluzioni politiche ai problemi dei cittadini, mentre sono molto impegnati a risolvere “imprevisti” dei propri adepti con metodi immorali, se non illegali, i primi e ottusamente ideologici i secondi.

Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza, scrisse Max Weber (La politica come professione, Mondadori), mi chiedo se queste qualità siano presenti negli uomini che reggono il nostro Paese. Una speranza è arrivata con il governo Monti che ha costretto i partiti a riorganizzarsi e ripensare le proprie strategie, tuttavia il timore è che se l’esecutivo propone e attua continui aumenti delle imposizioni per risanare una situazione di bilancio disastrosa, dall’altra parte gli uomini di partito stiano solo guardando ai sondaggi senza riscoprire la passione, senza individuare soluzioni programmatiche responsabili, senza guardare al futuro dell’Italia e dei suoi cittadini.

L’impressione è che i politici siano lontani dalla realtà, in un Paese pieno di problemi non riescono nemmeno a dare l’esempio che perfino le crisi più gravi si possono risolvere solo con comportamenti etici quotidiani (ad esempio passione, responsabilità, lungimiranza) da parte di ogni singolo cittadino. Giulio Tremonti, intervistato da Lucia Annunziata, ha dichiarato di aver delineato nel proprio libro alcune ricette contro l’attuale crisi, riprese anche dal socialista Hollande in Francia. Ma Giulio Tremonti non è stato l’uomo guida dell’economia italiana per quasi dieci anni? L’ex ministro si è difeso affermando che nemmeno Barack Obama ha il potere di intervenire sui problemi dell’economia, figuriamoci il ministro di un Paese medio come l’Italia. A cosa servono allora i politici? La risposta non è semplice ma una cosa è certa: ognuno di noi ha un “peso specifico” pari o simile agli altri cittadini, ognuno di noi è uguale perché anche se le condizioni personali cambiano, il tempo è per tutti uguale così come la potenza delle idee e delle passioni che si nascondono dentro di noi, basta solo liberarle. Viva il 25 aprile!

Federico Gangi
federico.gangi@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata

 




Tibet: In un mondo di ciechi

8 Agosto 2008, uno spettacolo oltre il limite dell’immaginazione apre i Giochi della XXIX Olimpiade, nel nuovissimo e super tecnologico Stadio Olimpico di Pechino. Il grande paese rosso si è totalmente aperto all’occidente; potrebbe essere l’inizio di una nuova Era per le potenze mondiali. Forse la Cina è pronta per diventare una nazione forte e democratica, in cui i diritti umani entrano prepotentemente nell’apparato statale e legislativo del paese.

22 Febbraio 2012, la vera faccia della Cina emerge per quella che è e che è sempre stata. Tuttavia ancora oggi rimane protetta da quell’alone di mistero e dal silenzio dei governi del mondo. Ogni giorno le massime autorità del globo condannano quel dittatore sanguinario o quel governo anti-democratico, ma del grande Dragone Rosso mai un accenno, un articolo, una critica. Eppure in Cina di cose ne succedono e di una drammaticità spaventosa. La difficoltà nel rompere questo silenzio è naturalmente studiata nel minimo dettaglio dal governo centrale cinese, che da tempo impedisce a chiunque, sia reporter che turisti, di visitare il Tibet e quindi di far trapelare la verità sul genocidio che perpetua ormai da sessant’anni. Ogni tanto capita che qualche testimonianza riesca a trapelare e il panorama che se ne trae è di uno Stato tiranno che vuole cancellare un’intera realtà nazionale, distruggendo le persone di quei luoghi sia nello spirito che nel fisico. Si tratta di vera e propria violenza psico-fisica, una sorta di svuotamento totale dell’individuo dalla sua cultura, dalla sua storia, dai suoi affetti e dal suo futuro. In Cina si chiama “rieducazione” al partito, nella realtà si tratta di crudeli tecniche di terrore che portano alla paura e alla diffidenza verso chiunque, persino i parenti più stretti. In un’atmosfera di controllo totale della persona e delle situazioni, chiunque può essere un informatore del governo; e per il partito chiunque può essere un dissidente da “riabilitare”. Orwell nel 1949 pubblicava il romanzo “1984”, profezia di un paese totalmente succube di un ideale politico; nello stesso anno inizia la tragica storia del Tibet e della sua completa perdita di libertà.

Sul sito Asianews.it è possibile leggere la preziosa e rara testimonianza di una fonte tornata da Lhasa, che racconta nel dettaglio quello che succede oggi in Tibet, di come settemila persone possano scomparire nel nulla, di come i monasteri di tutto il paese siano diventati delle caserme armate, di come la repressione contro i dissidenti o meglio dei presunti tali sia costante e logorante.

Un’altra importantissima testimonianza sulle atrocità della Cina verso il popolo tibetano è quella del monaco buddhista Palden Gyatso, torturato e incarcerato nelle prigioni cinesi per 33 anni. La forza del suo spirito gli ha permesso di fuggire da quell’inferno; per mostrare al mondo intero tutte le agghiaccianti umiliazioni che ha subito e che subisce ogni giorno il suo popolo ha pubblicato la sua storia nel libro “Tibet – Il fuoco sotto la neve” (che consiglio caldamente di leggere) uscito nel 2006.

La peggiore pena che subisce questo popolo è la completa indifferenza delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti d’America, che con il loro silenzio e la loro non curanza verso questo massacro ingiusto sono complici della scomparsa di un popolo.

Pagine da visitare:
http://www.asianews.it/notizie-it/Lhasa-%E2%80%9C%C3%A8-divenuta-un-inferno-per-i-tibetani.-Ecco-come-vivono%E2%80%9D-24044.html

Libri consigliati:
Tibet – Il fuoco sotto la neve, Palden Gyatso, pubblicazione 2006, Sperling & Kupfer

Carlo Liotti
carlo.liotti@ildiscorso.it

© Riproduzione riservata