LIVORNO : IL TAN 2012 E LA BARCOLANA

IL TAN E LA BARCOLANA
I due più importanti eventi del panorama velico del Mediterraneo si sono incontrati a Trieste,
sabato 13 e domenica 14 ottobre. Durante la quarantaquattresima edizione della Barcolana è stato
presentato, infatti, il Pre-bando di regata del trentesimo Trofeo Accademia Navale e Città di
Livorno, che si svolgerà tra il 20 aprile ed il 1 maggio 2013. L’eccellenza sportiva e la passione
per il mare hanno trovato un punto d’incontro unico grazie alla Barcolana ed al TAN, in un
entusiasmante weekend che ha visto sfidarsi nelle acque del Golfo di Trieste tanto nomi prestigiosi
della vela quanto migliaia di semplici amanti del mare. Per la prima volta nella loro storia la
Barcolana e il TAN incrociano la loro rotta, forti di una sinergia e di una complementarietà che
unisce idealmente i due grandi eventi velici e che si auspica vada ad arricchire ulteriormente il
prestigioso panorama della vela italiana.
Dalla Bora triestina al Libeccio livornese: la chiusura della stagione velica 2012 segna il passo con
le regate della Barcolana, in attesa dell’appuntamento con il TAN nella primavera 2013. Un
appuntamento, quest’ultimo, già sulla linea di partenza, che ancora una volta si svolgerà all’insegna
del consolidato, forte connubio tra agonismo, cultura, tradizione, commercio e solidarietà che da
sempre anima i campi di regata del Trofeo Accademia Navale e Città di Livorno.
Un caloroso “arrivederci a Livorno” a tutti gli amici organizzatori e regatanti della Barcolana, tra
il 20 aprile ed il 1 maggio 2013, per la trentesima edizione TAN.
Sul sito web del Trofeo Accademia Navale e Città




Preferenze sì, preferenze no: la partita della riforma elettorale

L’azione del governo Monti si limiterà ad interventi circoscritti, riguardanti principalmente la sicurezza dei conti pubblici e un primo rilancio economico. Ma il futuro dell’Italia resta in buona parte da costruire, e dipenderà innanzitutto dalla forma che prenderà il sistema partitico e politico italiano nei prossimi anni.

Per questo motivo, la notizia di un tentativo di riforma della legge elettorale è di primaria importanza. Ricordiamo che la formula e il sistema elettorale è un vero e proprio “filtro” fra la società e la politica: influenza il modo in cui i cittadini votano, le modalità con cui i partiti presentano i candidati e se daranno luogo, o meno, ad alleanze. Una legge elettorale può sotto o sovrarappresentare un certo tipo di partito, avere conseguenze sul numero di partiti presenti in parlamento. Incidere sulla formazione e sul funzionamento dei governi.

Cosa aspettarsi da questa importante partita politica? Per un parlamentare appoggiare una legge elettorale significa tirare in ballo valori propri o del gruppo di cui fa parte, ma anche interessi particolari. La storia, almeno in questo caso, è maestra: Elbridge Gerry è diventato famoso per aver inventato il gerrymandering, ovvero la pratica di ritagliare i collegi elettorali per ottenere scopi strettamente di parte. Eletto governatore del Massachusetts, nel 1812 Gerry disegnò i confini dei collegi per l’elezione al parlamento dello stato in modo tale da consentire ai Democratici di conservare la maggioranza. Quando qualcuno osservò che un collegio aveva la forma di una salamandra, un critico replicò che sembrava piuttosto un gerrymander: una vera e propria manipolazione.

Anche oggi il rischio è quello di cedere a “interessi di bottega”: una delle questioni oggetto di discussione è quella delle preferenze. Con l’attuale legge, l’elettore si limita a votare solo per delle liste di candidati, senza la possibilità, a differenza di quanto si verifica per le elezioni europee, regionali e comunali, di indicare preferenze. L’elezione dei parlamentari, quindi, dipende in primo luogo dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dalle dirigenze dei partiti. Come si legge della nota congiunta diffusa ieri da Pdl e Pd, “si è convenuto sulla necessità di cambiare l’attuale sistema elettorale restituendo ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti”. Sembra quindi si vada verso la reintroduzione delle preferenze. Eppure sono già nati le prime precisazioni e distinguo.

Da un lato le forze politiche sembrano voler rispondere alle esigenze dei cittadini, molti dei quali percepiscono le liste bloccate come un allontanamento del parlamento dalla società civile, come un limite al diritto di scegliere i propri rappresentanti nella maniera il più diretta possibile. Dall’altro lato, i politici a cui spetterebbe di votare il ritorno alle preferenze sono stati eletti grazie alle “liste bloccate”, quindi in virtù di una scelta della dirigenza del partito. Se dovessero cercare le preferenze dai cittadini, questi parlamentari riuscirebbero a riottenere l’elezione? Per i leader non diventerebbe più difficile controllare il partito? Insomma, come suggerisce Massimo Franco sul Corriere: le forze politiche lasceranno le cose come stanno dopo aver finto una riforma? Oppure stanno davvero prendendo in considerazione un cambiamento?

Gabriele Giacomini

© Riproduzione riservata




Il possibile conflitto fra Corte costituzionale e volontà popolare

La Consulta ha bocciato i quesiti presentati dal comitato promotore del referendum sulla legge elettorale. Una decisione legittima, ma contraria ad un milione e 217 mila cittadini che, avendo firmato per l’abrogazione del Porcellum, ora si sentono defraudati del diritto di ricorrere al referendum abrogativo. Non dimentichiamo: il referendum è uno strumento partecipativo che, chiedendo ai cittadini di esprimere direttamente la propria volontà su una questione politica, è uno dei simboli più importanti ed evocativi della democrazia.

Oltre a giudicare sull’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativo, fra le competenze della Corte vi è anche quella di stabilire la legittimità costituzionale delle leggi dello stato. Basti pensare a quanto è accaduto circa un anno fa, quando la Corte costituzionale ha parzialmente bocciato il “legittimo impedimento” voluto dal governo Berlusconi e votato dalla maggioranza del Parlamento. La Consulta, dunque, esercita la facoltà di promuovere o respingere le leggi nate dalla volontà del Parlamento, l’organo in cui siedono i rappresentanti eletti dai cittadini, la sede istituzionale più vicina al principio di sovranità popolare.

Come è possibile constatare, la Corte costituzionale ha un potere politico sostanziale: un potere di veto che può incidere in maniera decisiva sulle sorti di proposte politiche avanzate da gruppi di cittadini o dal Parlamento. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire: le costituzioni sono nate con il fine di limitare il potere del sovrano, potere che altrimenti rischierebbe di essere esercitato senza alcun limite, in maniera assoluta. Non importa se ad essere sovrano è Enrico VIII o il popolo. Nella attuale situazione, in cui è il popolo ad essere sovrano (come recita la nostra carta fondamentale), non è eccessivo sostenere che la Corte costituzionale ha il compito di limitare il potere del popolo.

In effetti, la Costituzione e la corte preposta a vigilare sul suo rispetto sono molto importanti per un regime politico che intende tutelare le libertà e i diritti fondamentali. Prevengono il rischio di abusi di potere da parte del sovrano, sia esso un re, un’assemblea o il popolo intero. Ad esempio, la Costituzione impedisce che una democrazia degeneri in una dittatura della maggioranza, ovvero in un regime dove la maggioranza prende decisioni che offendono le libertà individuali e i diritti fondamentali della minoranza. Questi principi fondamentali, invece, in Italia sono protetti costituzionalmente, e il compito della Suprema Corte è di censurare ogni azione politica contraria ad essi.

Se intendiamo la democrazia riferendola a quella imprecisata entità che è il demos, il popolo, non dobbiamo stupirci della “ademocraticità” della Corte costituzionale. Sia quando il popolo, inascoltato dalla Corte, ha chiesto l’abrogazione del Porcellum, sia quando ha scelto alle elezioni la coalizione che ha promosso il legittimo impedimento. Ciò su cui dobbiamo focalizzare l’attenzione è se, in quali situazioni, fino a che punto i vantaggi derivanti dall’azione della Corte costituzionale superano gli svantaggi.

Gabriele Giacomini

© Riproduzione riservata




Il futuro dell’Italia è nei giovani

Quello che riuscirà a fare il nuovo governo per le nuove generazioni sarà una delle cartine al tornasole del suo operato. Ogni anno migliaia di giovani diplomati e laureati si affacciano al mondo del lavoro, ed un sistema-paese che non riesce ad accoglierli, valorizzarli, “renderli produttivi” è destinato al declino.

Basti pensare alla cosiddetta “fuga dei cervelli”: il sistema scolastico ed universitario italiano forma giovani con alta specializzazione che al termine del percorso di studi emigrano per la mancanza di sbocchi adeguati. Gli investimenti dell’Italia sui propri giovani, così, vengono letteralmente regalati ad altre nazioni: si stima che il valore dei brevetti che i nostri migliori 50 ricercatori producono nel resto del mondo ammonti a ben 1 miliardo di euro all’anno. La disoccupazione giovanile tocca livelli preoccupanti, per non parlare di tutti quei giovani che, passando di stage in stage e da un contratto all’altro, non riescono a crescere professionalmente con continuità.

Come si sta ponendo il governo di fronte ad un problema che rischia di minare le basi del futuro sviluppo italiano, economico e non solo? L’abolizione del Ministero della gioventù decisa dal Presidente Monti ha creato un certo dibattito. Ma attenzione: non è un segnale necessariamente negativo. Un Ministero della gioventù può organizzare dei progetti mirati, ma è evidente che rischiano di essere del tutto marginali. Fra le maggiori iniziative del Ministero troviamo: la possibilità di diventare deputati a 18 anni, l’accesso ad una rete capillare di ostelli, poter accedere dei prestiti per progetti di studio. Di per sé nulla di negativo, ma operazioni del tutto insufficienti (e dal sapore della beffa) nel momento in cui il mercato del lavoro è in crisi, la disoccupazione alle stelle, il sistema universitario e della ricerca necessita da anni di riforme e investimenti.

I dicasteri che possono incidere davvero, dove è possibile fare una seria politica per le giovani generazioni, sono altri: il Ministero dell’economia, quello dell’Università e ricerca, quello del lavoro e del welfare. Una novità da segnalare, che sembra andare nella giusta direzione, è contenuta nel recente decreto “Salva Italia”: il governo ha diminuito il costo del lavoro per donne e giovani. In particolare, sono state introdotte agevolazioni Irap per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratrici e giovani di età inferiore ai 35 anni: la deduzione è di 10.600 euro, cifra che sale a 15.200 euro se il lavoratore è assunto nel meridione. Si tratta di un piccolo passo sulla strada delle politiche giovanili e dell’equità generazionale. La speranza è che i giovani maturino piena consapevolezza di ciò che può cambiare davvero il loro futuro e quello del Paese.

Gabriele Giacomini

© Riproduzione riservata




Chiarezza sulla democrazia e sul governo Monti

Mentre il governo Monti ottiene la fiducia sono in molti a parlare di sospensione della democrazia o, in maniera più raffinata, di anomalia democratica nel modo in cui si è costruito il nuovo esecutivo. In generale, si fa riferimento al fatto che Berlusconi sarebbe stato sfiduciato più dai mercati e da pressioni internazionali che dal parlamento, e che i diktat dell’economia e della finanza sembrano limitare la democrazia condizionando nascita, vita e morte dei governi.

In realtà il caso del governo Monti non ha caratteristiche, né nuove né sufficienti, che possano portare a seri dubbi sulla sua natura democratica. L’Italia è una repubblica parlamentare: i cittadini eleggono dei rappresentati che, a loro volta, votano e legittimano il governo. I cittadini non sono meno cittadini per questo. Quando si dice che in Camera o Senato una qualunque maggioranza può “staccare la spina” al governo si dice l’assoluta verità, e ciò significa che il governo è nelle mani dei rappresentanti eletti dai cittadini. Il governo Monti potrà sospendere il bipolarismo, ma ciò non è sufficiente per gettare ombre sulla democrazia.

Ciò che preoccupa, invece, non è una novità, ed è la crisi dello stato nazionale. Il governo Monti non segnala un problema di democrazia all’interno del sistema italiano, ma un problema di sovranità statuale: le nazioni europee sono troppo piccole per incidere sui processi economici globali, e non riuscendo a governarli si trovano spesso costrette a subirli. Per questo negli ultimi decenni hanno progressivamente affidato il proprio potere politico ad organismi sopranazionali. Coordinandosi, è possibile gestire con più efficacia le dinamiche globali, ma questo implica delegare parti della propria sovranità nazionale, vincolarsi a decisioni prese oltre i propri confini e su cui si ha una capacità di intervento solo indiretta e parziale.

I problemi che nascono dalla crisi della sovranità potrebbero essere in parte superati se i poteri statuali venissero trasferiti ad organizzazioni efficaci e a loro volta democratiche. Ma attualmente non è così: basti pensare all’Unione europea. Organi poco rappresentativi come la Commissione Europea parlano chiaro. Quando vengono eletti i rappresentanti al Parlamento europeo, la campagna elettorale è specchio della politica nazionale, con il risultato che il Parlamento rappresenta o interessi democratici ma nazionali, oppure interessi comunitari ma di cui gli elettori sanno poco o nulla. Inoltre l’Unione Europea pecca in potere politico e quindi in capacità d’azione: alla Banca centrale europea non corrisponde un’autorità politica altrettanto forte. Una prova? La regia politica europea è in mano a Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, ovvero soltanto ai due maggiori interessi nazionali.

Il futuro è fatto di rischi e di speranze. Il rischio è che il nuovo esecutivo cada vittima di teoremi finora non dimostrati. C’è chi teme che il governo Monti risponda ai “poteri forti” e non al parlamento, non considerando il problema reale: in una situazione di crisi della sovranità, l’attuale governo è condizionato dall’esterno così come lo sarebbe qualunque altro. C’è anche chi crede che, sulla scorta del Porcellum, il primo ministro debba essere scelto direttamente dal popolo e non dal parlamento, avanzando una novità “presidenziale” che però ad ora non è presente in Costituzione. La speranza è che il governo Monti, avendo sufficienti carte in regole per essere definito democratico, agisca con convinzione in direzione europeista, collaborando per una migliore integrazione che possa diventare, allo stesso tempo, in grado di governare le dinamiche dell’economia internazionale e all’altezza delle aspirazioni democratiche dei popoli europei.

Gabriele Giacomini

© Riproduzione riservata




Vittorie di Pirro

Elezioni amministrative di primavera 2011. A cose fatte, il Segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani ha dichiarato: “Abbiamo vinto noi, hanno perso loro”. Eppure, se i grandi sconfitti delle elezioni amministrative sono Silvio Berlusconi e il Popolo delle libertà, dai risultati delle elezioni è difficile concludere che il Partito democratico stia passando tempi di vacche grasse.

 Partiamo da Milano. Giuliano Pisapia ha condotto una campagna intelligente: ha convinto l’elettorato di sinistra, ha rassicurato l’elettorato moderato e ha ottenuto un risultato insperato. Ma si tratta, innanzitutto, del successo di un candidato espresso da Sinistra e Libertà, che lo scorso autunno ha sconfitto alle primarie l’architetto Stefano Boeri, proposto e supportato dal Partito Democratico. Per il resto, Milano è l’unica grande città in cui il partito non perde terreno rispetto alla scorsa tornata. Nelle comunali del 2006 L’Ulivo aveva raccolto il 22% dei suffragi. Nella votazione di ieri il Partito democratico ha raggiunto quota 28. Ma è probabile che la lista civica dell’allora candidato sindaco Ferrante, supportato dai Ds e dalla Margherita, nel 2006 abbia sottratto elettorato ai due partiti ottenendo un buon 7%.

Per quanto riguarda tutte le altre grandi città, il partito di Berlusconi perde terreno ma il Partito democratico non ne guadagna. Anzi. A Torino, cinque anni fa, Sergio Chiamparino ha vinto al primo turno con una maggioranza del 66%, mentre Piero Fassino si è fermato 10 punti sotto. L’Ulivo allora toccava quasi il 40%, ora il Pd si attesta al 34. Anche a Bologna si conferma la flessione: al primo turno L’Ulivo raggiungeva il 40 %, ora il Pd ottiene 2 punti di meno. Dobbiamo concludere con Napoli? Pochi anni fa Rosa Russo Iervolino sbancava al primo turno con il 57% dei voti, e la somma dei Ds e de La Margherita raccoglieva il 30% dell’elettorato. In questa tornata il prefetto Morcone, candidato del Pd, si ferma al 19%, mentre il partito dimezza i voti del 2006, racimolando un magro 16%. Vittoria personale di De Magistris, importante esponente dell’Italia dei valori, e Partito democratico a terra.

 Qualsiasi saranno i risultati dei ballottaggi, le indicazioni emerse al primo turno sono di per sé interessanti. I casi di Milano e Napoli ci ricordano che un partito di riferimento per il centro-sinistra, per essere tale, dovrebbe esprimere dei candidati su cui fare convergere la coalizione. Ma soprattutto, se il Partito democratico è risultato in molte città il primo partito, non lo deve al fatto che ha guadagnato elettorato. Ha semplicemente contenuto la sconfitta meglio di quanto abbia fatto il Popolo delle Libertà. Il segretario Bersani fa bene a sostenere che non si è trattato di pareggio, ma le condizioni generali non sembrano affatto incoraggianti.

Anche l’affluenza alle urne è calata rispetto alle scorse elezioni amministrative e si rischia l’ipotesi disaffezione. La crisi dei due partiti maggiori dovrebbe fare riflettere sia a destra sia a sinistra. Altrimenti, la politica stessa potrebbe rischiare di uscirne perdente. Intanto, mentre Italo Bocchino gioisce della dèbacle del Premier, il giornalista Fabio Chiusi ha calcolato che, nelle città andate al voto per le comunali, il Movimento di Beppe Grillo raccoglie in media la fiducia del 4,8% dell’elettorato, mentre Futuro e Libertà si ferma all’1,7. I vuoti in politica vengono sempre colmati.

G.G.