lunedì , 17 Giugno 2019
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Michele Mariotti saluta Bologna con Don Giovanni
Foto: Rocco Casaluci

Michele Mariotti saluta Bologna con Don Giovanni

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Da Aix-en-Provence a Bologna il passo è più lungo di quanto sembri e c’è il rischio che qualcuno si perda per strada. Don Giovanni non si è proprio perso, ma è arrivato a destinazione affaticato e imbolsito. Anche perché in Francia Jean-François Sivadier costruì lo spettacolo sul carisma debordante e l’esuberanza fisica di Philippe Sly, che oltre ad essere bravissimo è bello come un dio. A Bologna invece c’è Simone Alberghini, che fra i tanti pregi non ha quell’energia straripante necessaria per catalizzare uno spettacolo simile. Che è uno spettacolo strano, va detto. Un gioco di sipari tra quinte e palcoscenico su cui si incrociano attori e personaggi, tecnici e donnine belle, confondendo e mischiando via via sempre più realtà e finzione, finché interprete e interpretato non diventano un tutt’uno. Però fra trucco e parrucco para-settecentesco e vita da “gente di teatro”, con alcolici e sostanze varie, spesso si perde l’orientamento e si rinuncia a seguire una drammaturgia contorta che puzza parecchio di esercizio di regia astratta. Regia che c’è ed è molto buona, anche perché l’hanno ripresa in tre: Rachid Zanouda, Federico Vazzola (che con Klara Cibulova e Cyprien Colombo è anche attore sulla scena) e Milan Otal.

Foto: Rocco Casaluci

Questo divertissement sul teatro in senso lato potrebbe funzionare, ad Aix lo si è visto, ma al Comunale qualcosa non gira. Un po’ perché, come detto, Alberghini è non ha quella verginità selvatica da Ecce Homo, un po’ perché anche gli altri non sembrano crederci fino in fondo.
Federica Lombardi ad esempio è bellissima nella sua maestosità giunonica e riempie la sala di suoni morbidi come il velluto, ma è il genere di cantante (almeno in questo caso) che tende più a sublimare l’azione che a incendiarla. Certo il suo Mozart è una meraviglia strumentale, soprattutto nell’aria del second’atto. Il buon Vito Priante canta con eleganza e varietà ma è un po’ troppo in odore di buffo per il contesto. Paolo Fanale è strepitoso nella prima aria, solo molto buono nella seconda, e dà un tono assai serioso a Don Ottavio. Salome Jicia ha temperamento, note e tutto quel che serve per rendersi un’ottima Elvira.
Bellissima sorpresa la Zerlina di Lavinia Bini (che legato e che accenti di malizia!), mentre Roberto Lorenzi è un Masetto solido ma non indimenticabile. Ha parecchia potenza ma non altrettanto controllo il Commendatore di Stefan Kocan.

In mezzo a tanto trambusto risplende la stella di Michele Mariotti, che fa un Mozart molto suo e poco alla maniera di oggi. Niente strepiti né furore, nessuna secchezza né alcuna esasperazione dei contrasti agogici e dinamici ma una raffinatezza olimpica che riesce a farsi teatro battuta dopo battuta, senza mai crogiolarsi nella contemplazione del bello fine a sé stesso. Un sacco di finezze d’articolazione, di accenti (Giovinette che fate all’amore ritmato a questo modo, ma senza frenesia, non lo si era mai sentito) e nessuna concessione all’edonismo.
Il 18 dicembre l’Orchestra del Comunale suona che è una meraviglia con gli archi in stato di grazia.
Trionfo.

Paolo Locatelli
© Riproduzione riservata

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Paolo Locatelli
Giornalista e critico musicale.

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