giovedì , 20 settembre 2018
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La Fille du Régiment di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste
Foto Fabio Parenzan

La Fille du Régiment di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste

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Col passare del tempo – sono quasi dieci anni! – La fille du régiment firmata dalla coppia Livermore/Bisleri (Teatro Verdi di Trieste, 2009) ha perso qualche pezzo per strada e anche un po’ di spirito, ma tiene ancora, più nel secondo che nel primo atto. Certo Sarah Schinasi, che riprende la regia, non si danna l’anima per rinfrescare l’allestimento ma porta a casa il compitino, manovrando con mestiere l’azione e risolvendo la comicità secondo i paradigmi della tradizione. Mancano un po’ di brio e fantasia insomma, però i caratteri sono delineati e anche il rischio di eccedere nella staticità, sempre in agguato con l’opera a numeri chiusi, è felicemente scongiurato.

Foto Fabio Parenzan

È invece eccellente la direzione di Simon Krečič, che tiene saldi in pugno palcoscenico e buca senza la minima incertezza, infonde buon ritmo e la giusta leggerezza alla narrazione e sa ben sostenere il canto pur senza asservirvisi. Lo aiuta l’Orchestra del Verdi che, dopo qualche sbavatura iniziale, si rende protagonista di una prova maiuscola.

Foto Fabio Parenzan

Gladys Rossi è una Marie dalla voce piccina e non particolarmente accattivante che tuttavia si dimostra estremamente musicale e rifinita nelle intenzioni; la linea di canto non è immacolata ma le note ci sono e, tutto sommato, c’è anche il personaggio.

Il Tonio di Shalva Mukeria è una certezza sul versante belcantistico, soprattutto in zona acuta e nella gestione del fiato (davvero magistrale nell’aria Pour me rapprocher de Marie), ma per quanto l’abilità canora del tenore possa appagare l’orecchio, si fatica a credergli completamente. È comunque trionfo personale per lui.

Andrea Borghini (Sulpice) è una piacevolissima sorpresa: voce non imponente ma di bella pasta e ben timbrata al servizio di un cantante-attore che non esce mai dal personaggio e si mangia il palco. Bravo!
Convince senza riserve anche la raffinata Marquise de Berkenfield di Rossana Rinaldi.

Tutte le parti minori sono distribuite come si deve, senza eccezioni: bene il caporale di Giuliano Pelizon, benissimo Dax Velenich (un paysan) e l’Hortensius di Dario Giorgelè. Completano il cast il notaire del sempre affidabile Fumiyuki Kato e l’inquietante (sia detto in senso positivo, per carità, l’efficacia teatrale è dirompente) Duchesse de Krakentorp en travesti di Andrea Binetti.

In gran forma il Coro del Verdi, al solito preparato dall’ottima Francesca Tosi.

Successo franco.

Paolo Locatelli
© Riproduzione riservata

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Paolo Locatelli
Giornalista e critico musicale.

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