sabato , 14 Dicembre 2019
Notizie più calde //
Home » Attualità » I fratelli Dalla Via raccontano un Veneto in crisi di soldi e valori

I fratelli Dalla Via raccontano un Veneto in crisi di soldi e valori

image_pdfimage_print

Ironico, cinico, a tratti irriverente, graffiante. Queste alcune caratteristiche dello spettacolo di Marta e Diego Dalla Via presentato ieri sera al  Teatro San Giorgio di Udine, per la stagione Differenze di Teatro Contatto. Due atti unici “Veneto Fair” e “Mio padre era come un  figlio per me” vincitore del premio Scenari 2013 più un “prologo”: una serata è servita ai due attori, fratelli anche nella vita, per tratteggiare caratteristiche e peculiarità, vizi (tanti) e virtù (decisamente poche) del ricco Veneto. La ex locomotiva d’Italia è raccontata da una posizione privilegiata, essendo gli stessi attori di un paesino – Tonezza – in provincia di Vicenza. Uno sguardo disincantato su quella terra che li ha visti crescere, scappare per poi tornare, fonte inesauribile di storie vere che diventano materia da portare in scena.index

La serata è tutta un crescendo di emozioni. Si inizia con un monologo di dieci minuti: non occorrono articoli e congiunzioni, bastano le parole, una dopo l’altra, tutte che iniziano rigorosamente per P – polenta, patate, pellagra, Padania, popolarità, precario, povertà, Po – a fare da canovaccio a ciò che segue. E’ Veneti Fair, inno alla “veneticità”, ad un popolo che ha saputo lavorare e riempirsi le tasche di soldi ma che non è riuscito a crescere, di pari passo, dal punto di vista morale. L’attrice porta così in scena l’impresario che si è arricchito con il lavoro degli extracomunitari, Miss Polenta che parla per frasi fatte e luoghi comuni, la pettegola bigotta che tra una preghiera e l’altra aggiorna l’amica sulle ultime novità, il professore siciliano che non riesce ad integrarsi, il dualismo tra Nord e Sud. Poi il video finale: sulla musica di Eminem immagini registrate in strada e voci fuori campo sembrano quasi essere la continuazione o la dimostrazione che quanto andato in scena è la verità.

La tensione emotiva ha il suo culmine nel secondo atto,  “Mio padre era come un  figlio per me”, storia di una generazione senza sogni inserita in un contesto dove la crisi economica ha cancellato le prospettive. Cassette di plastica e tavoli di legno, questo l’arredamento essenziale di una ipotetica casa di un imprenditore del legno benestante in cui i figli, due fratelli annoiati pianificano l’assassinio dei genitori considerati la causa dei propri mali. Se il ragazzo “lavora per lavorare”, la figlia  è ossessionata dal metabolismo lento che non le permette di essere filiforme (del resto il modello materno a cui fare riferimento è quello di una ex reginetta di bellezza miss Illinois che ora tenta di fermare il tempo sotto il bisturi di chirurghi estetici). Così tra un cioccolatino e l’altro si rendono conto che per fare soffrire veramente un genitore bisogna farlo sopravvivere alla morte di un figlio. Ma chi tra i due. Mentre si arrovellano il destino cambia le carte:  il padre si è ucciso “pressato da Equitalia e schiacciato da Trenitalia” mentre la madre è sparita. Privati anche di quest’ultima anche se macabra progettualità, non possono fare altro che sdraiarsi sulle tombe dei genitori. Crisi generazionale di figli di papà che non avevano bisogno di sognare avendo la strada segnata e che la crisi economica ha lasciato vuoti e senza soldi: “le fabbriche si delocalizzano, i costi si scaricano ma la tristezza non è nè delocalizzabile nè scaricabile”.

Maria Teresa Ruotolo

About Maria Teresa Ruotolo

Avatar
Nata a Udine nel 1970 vive a Grado. Giornalista Pubblicista dal 2004; Laurea in Scienze Politiche indirizzo politico sociale collaborazione varie: con il Consorzio Agenti Immobiliari per la redazione dell’editoriale di Corriere Casa Nord Est; con Gruppo Sirio per la redazione di articoli pubblicati sul periodico Business Point e altre varie collaborazioni per la redazione di articoli di attualità e politica.

Commenti chiusi.

[fbcomments]
Scroll To Top