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Come hanno visto la pandemia di coronavirus gli intellettuali dell’Europa.

Come hanno visto la pandemia di coronavirus gli intellettuali dell’Europa.

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Un intellettuale è un uomo che usa più parole del necessario per dire più di quanto sappia” sosteneva Dwight Eisenhower. L’intellettuale oggi – come anche in passato – è privato dei privilegi. La differenza è che oggi l’intellettuale non s’identifica col tipico eroe romantico, cioè questo tipo di flâneur, degli intellettuali per anni teso alla perenne ricerca della libertà. L’intellettuale contemporaneo è costretto a definirsi un professionista come professore dell’università (non ci sono molti oggi intellettuali all’università) come giornalista, o come consulente dei politici. E’ vero che oggi l’intellettuale non ha questo senso critico. Come hanno visto gli intellettuali la crisi pandemica con coronavirus?

Leonardo Sciascia scriveva per gli intellettuali: «L’intellettuale in Europa aveva un potere ed io credo che il vertice di questo potere sia stato esercitato da Zola e dai firmatari dell’appello di Zola al momento del processo Dreyfus. Poi è venuto l’inquinamento partitico, l’impegno devoluto alla sinistra: e ha molto inquinato, questo potere dell’intellettuale. Oggi il potere è in tutte altre mani, il potere è la televisione, il potere è la casa di moda. L’intellettuale non ha più nessun potere, comunque io continuo a scrivere come se ci credessi.»

Seconda parte:

Bruno Latour

Bruno Latour, sociologo, antropologo e filosofo francese, conosciuto per i suoi lavori in sociologia delle scienze, ha condotto delle ricerche sul campo in cui ha osservato gli scienziati al lavoro descrivendo il processo di ricerca scientifica come una costruzione sociale. Bruno Latour ha scritto per quanto riguarda la crisi pandemica di coronavirus. Immaginare gesti-barriera contro il ritorno alla produzione pre-crisi. AOC, 30 marzo 2020. Scriverà «La prima lezione del coronavirus è anche la più sorprendente: è stato infatti provato che, in poche settimane, è possibile sospendere, in qualsiasi parte del mondo e allo stesso tempo, un sistema economico a detta di tutti impossibile da rallentare o redirezionare. A tutti gli argomenti degli ambientalisti sul cambiamento dei nostri stili di vita, si rispondeva sempre con l’argomento della forza irreversibile del “treno del progresso” che niente poteva far deragliare “a causa”, si diceva, “della globalizzazione”. Tuttavia, è proprio la sua natura globale che rende così fragile questo sviluppo, capace invece di frenare e poi fermarsi improvvisamente.In effetti, non sono solo le multinazionali o gli accordi commerciali o Internet o gli operatori turistici a globalizzare il pianeta: ogni entità su questo stesso pianeta ha il suo proprio modo di agganciarsi agli altri elementi che costituiscono, a un certo punto, l’insieme. Questo è vero per la CO2 che riscalda l’atmosfera globale attraverso la sua diffusione nell’aria; per gli uccelli migratori che trasportano nuove forme di influenza; ma è anche vero, lo impariamo ancora e dolorosamente, per il coronavirus, la cui capacità di connettere “tutti gli esseri umani” passa attraverso l’intermediario apparentemente innocuo del nostro espettorato. I virus sono dei super-globalizzatori: quando si tratta di risocializzare miliardi di esseri umani, i virus lo fanno in fretta […]Ecco allora l’incredibile scoperta: c’era davvero nel sistema economico mondiale, nascosto a tutti, un segnale di allarme rosso vivo con una grossa maniglia d’acciaio temprato che i capi di Stato, ciascuno a sua volta, potevano tirare subito per fermare “il treno del progresso” con un forte stridio di freni. Se la richiesta di virare di 90 gradi per atterrare sulla Terra sembrava a gennaio ancora una dolce illusione, diventa improvvisamente molto più realistica: qualsiasi automobilista sa che per avere la possibilità di dare un’ultima sterzata senza andare fuori strada, è meglio aver rallentato prima…Sfortunatamente, questo improvviso arresto nel sistema di produzione globalizzata, non sono solo gli ambientalisti a vederlo come una grande opportunità per far avanzare il loro programma di sbarco. I globalizzatori, quelli che dalla metà del XX secolo hanno inventato l’idea di fuggire dai vincoli planetari, anche loro vedono in esso una formidabile possibilità di rompere ancora più radicalmente con ciò che li ostacola nella loro fuga dal mondo. Per loro, è troppo bella l’occasione di sbarazzarsi del resto dello stato sociale, della rete di sicurezza dei più poveri, di quello che rimane delle normative antinquinamento e, più cinicamente, di sbarazzarsi di tutto queste persone in soprannumero che ingombrano il pianeta.» (Traduzione di Daniele Guido, Donato Ricci, Dario Rodighiero, e Giulia Taurino per Antinomie)

Slavoj Žižek, filosofo, sociologo, politologo ed accademico sloveno studioso di marxismo, idealismo

Slavoj Žižek

tedesco e psicanalisi lacaniana, è divenuto celebre per la sua capacità di affrontare questioni di stringente attualità, unendo tradizione filosofica e cultura popolare. Anche è uno strenuo ed appassionato critico del modello economico e sociale neoliberista, proponendo altresì un ritorno allo spirito originario del comunismo. L’ultima opera di Slavoj Žižek ha il titolo Virus, editore Ponte alle Grazie, qui il filosofo descrive la pandemia di coronavirus che sta trasformando i rapporti tra individui e le relazioni internazionali tra gli Stati. Slavoj Žižek ha una logica di un bipolarismo che guida in una totale confusione. Che cosa dice: «Questa realtà ci obbliga a ridurre concretamente le nostre libertà? Certo, le quarantene e simili provvedimenti limitano la nostra libertà, e ci vorrebbero dei nuovi Assange qui per smascherare possibili abusi. Ma la minaccia di un contagio virale ha anche dato un impulso formidabile alla formazione di nuovi modi di solidarietà locale e globale, per di più ha reso manifesta la necessità di sottoporre al controllo anche lo stesso potere.» E continua con un’antitesi, – è l’antitesi della logica bipolare – «Magari si propagherà un virus ideologico diverso e molto più benefico, e che ci infetti c’è solo da augurarselo: un virus che ci faccia immaginare una società alternativa, una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione.»

L’antitesi: Il coronavirus è una malattia del globalismo dei confini aperti dell’economia dello sviluppo oggi si è passati (come dice Giulio Tremonti) da quello che era considerato il giusto global order a qualcosa di oggettivamente diverso che taluni chiamano global disorder.

La nostra epoca segna un ulteriore passaggio dall’ utopia alla distopia. Il coronavirus è la distopia che viene. Slavoj Žižek accetta quello che diceva Rahn Emanuel «mai lasciare che una buona crisi vada sprecata» e cosi vede una opportunità di avere un nuovo comunismo. Non è un comunismo politico, ma un comunismo della solidarietà. Che cosa non capisce Slavoj Žižek? Il comunismo è un sistema politico dei rapporti sociali mentre l’epoca della pandemia è una vita a distanza, non ha visto la differenza Slavoj Žižek, non ha visto anche che non esiste la solidarietà? Basta vedere che cosa è successo in Europa. Per esempio la Germania preparava il divieto di export dei dispositivi di protezione: guanti, mascherine, occhiali, tute. Dov’è la solidarietà Slavoj Žižek? Ancora non vedi Slavoj Žižek la realtà? Non vedi lo sfacelo dell’Europa?

Non siamo in una situazione di emergenza come crede Slavoj Žižek ma siamo in una nuova epoca. Questo non può capire Slavoj Žižek. E come diciamo il topo non vede più il gatto, ma soltanto il formaggio cosi funziona anche Slavoj Žižek.

Jürgen Habermas

Jürgen Habermas sociologo, filosofo, politologo, epistemologo ed accademico tedesco, tra i principali esponenti della Scuola di Francoforte, sosteneva per anni una teoria « teoria habermasianache» che conteneva una logica dei livelli di sviluppo dell’umanità. Secondo la teoria di Hambermas si possono distinguere tre livelli di sviluppo. Si può affermare che tanto più il “sistema” si forma differenziando se stesso e aumentando la propria complessità tanto maggiore sarà la colonizzazione della Lebenswelt (“mondo vitale”) da parte del “sistema”, e tanto più gli uomini interiorizzeranno le imposizioni eteronome e sociali come imposizioni autonome individuali. In una lunga intervista a Le Monde, Jürgen Habermas ha detto: “ Da un punto di vista filosofico, noto che la pandemia impone, allo stesso tempo e su tutti, una spinta riflessiva che, fino ad ora, era l’attività degli esperti: dobbiamo agire nella conoscenza esplicita del nostro non sapendo. Oggi, tutti i cittadini stanno imparando come i loro governi devono prendere decisioni con una chiara consapevolezza dei limiti di conoscenza dei virologi che li consigliano. La scena, in cui l’azione politica è immersa, nell’incertezza, è stata raramente illuminata in modo così brillante. Forse questa esperienza almeno insolita lascerà il segno sulla coscienza pubblica.”

Anche Jürgen Habermas in un’altra intervista in giornale – rivista Kölner Stadt-Anzeiger dirà: “Una cosa si può dire: non abbiamo mai saputo così tanto la nostra ignoranza, e insieme la nostra insicurezza […]ma queste ignoranze e insicurezze sono risolte dai esperti, cosi gli esperti diventano più forti che mai […] Ora l’insicurezza esistenziale è globale è grande, gli individui sono collegati alle reti di comunicazione e cercano trovare una soluzione […] Ogni individuo isolato viene informato dai rischi della pandemia con una grande informazione dai mezzi di comunicazione e con istruzioni comportamentali che formano nuovi situazioni. E’ vero che viviamo l’auto-isolamento, come malati dal virus in ospedale e come cittadini dalla paura nella casa.” E poi molti parlano di problemi economici che verranno dopo la crisi della pandemia di coronavirus dirà Jürgen Habermas “Gli economisti e i sociologi devono stare attenti con previsioni sconsiderate”. E per quanto riguarda la politica, oggi con la crisi della pandemia Jürgen Habermas ha sostenuto: “Nello sviluppo della crisi, molti politici non possono capire che la strategia è una, cioè lo sforzo dello stato di salvare la vita di tutti i cittadini e devono avere la priorità sul calcolo utilitaristico delle conseguenze economiche “

Fine seconda parte

Apostolos Apostolou

Scrittore e Prof. di Filosofia

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